Non riusciva a distogliere gli occhi. L’ambulante che affondava gridava tanto forte da sovrastare i versi acuti dei suoi cavalli.
«Aiutatemi!» urlava agitando le braccia. Pareva guardare dritto Mat. «Aiutatemi!» Più e più volte. Mat continuava ad aspettare che morisse;, a sperare che morisse — di certo era meglio dell’altra eventualità —, ma l’uomo seguitò a urlare mentre affondava fino alla vita, fino al torace. Disperatamente inclinò la testa all’indietro come se venisse trascinato sott’acqua, prendendo un ultimo respiro. Poi la sua testa scomparve e rimasero solo le braccia che si agitavano frenetiche fin quando anch’esse sparirono. Solo il suo cappello sulla strada indicava che lì c’era stato un uomo. Quando gli ultimi dei tetti di paglia e degli alti comignoli si furono dissolti, Mat trasse un profondo respiro. Dove si era trovato il villaggio ora c’era un altro prato ricoperto di margherite feline e saltasù in cui farfalle gialle e rosse svolazzavano da bocciolo a bocciolo. Così pacifico. Desiderò poter credere che l’ambulante fosse morto.
Tranne per i pochi che avevano seguito Luca nel prato, i carri dello spettacolo erano fermi lungo la strada e tutti erano scesi, donne che confortavano bambini in lacrime, uomini che cercavano di tranquillizzare cavalli tremanti, ognuno parlava con voce alta e spaventata, per essere udito sopra il frastuono di orsi, leoni e leopardi. Be’, tutti tranne le tre Aes Sedai. Si affrettarono tutte per la strada, con Joline tallonata da Blaeric e Fen. A giudicare dalle loro espressioni, delle Aes Sedai come dei Custodi, si sarebbe potuto pensare che villaggi che affondavano nel terreno fossero comuni quanto gatti domestici. Soffermandosi accanto all’ampio cappello dell’ambulante, tutt’e tre lo fissarono. Teslyn lo raccolse e se lo rigirò tra le mani, poi lo lasciò cadere. Muovendosi nel prato dove c’era stato il villaggio, le Sorelle andarono in giro parlando, scrutando questo e quello come se potessero apprendere qualcosa dall’erba e dai fiori selvatici. Nessuna si era presa il tempo di indossare un mantello, ma per una volta Mat non riuscì a trovare il cuore di rimproverarle. Potevano aver incanalato, ma se lo stavano facendo non usavano abbastanza Potere da far diventare gelida la sua testa di volpe. Non le avrebbe redarguite se lo avessero fatto. Non quel giorno, non dopo quello che aveva appena visto.
La discussione iniziò subito dopo. Nessuno voleva attraversare quel tratto di argilla battuta che apparentemente era stato pavimentato di pietra. Gridavano l’uno contro l’altro, inclusi i custodi dei cavalli e le cucitrici, tutti che dicevano a Luca quello che andava fatto e subito. Alcuni volevano tornare indietro quanto bastava per trovare una strada di campagna e usare i sentieri più stretti per dirigersi vero Lugard. Altri preferivano dimenticarsi del tutto di Lugard e andare verso Illian per uno di quei sentieri di campagna, o perfino ripercorrere tutta la strada fino a Ebou Dar e oltre. C’erano sempre l’Amadicia e Tarabon. Anche Ghealdan, se era per quello. Lì c’erano città in abbondanza, e lontano da quel posto maledetto dall’Ombra.
Mat sedeva in sella a Pips, giocherellando oziosamente con le redini, e si mantenne calmo in mezzo a tutte quelle urla e quelle braccia agitate. Il castrone ogni tanto era percorso da un fremito, ma non stava più tentando di schizzare via. Thom giunse ad ampie falcate tra la folla e appoggiò una mano sul collo di Pips. Juilin e Amathera lo seguivano a poca distanza, lei aggrappata a lui e scrutando la gente dello spettacolo con aria timorosa, e poi Noal e Olver. Pareva che anche al ragazzo sarebbe piaciuto potersi aggrappare a qualcuno per un po’ di conforto, a chiunque, ma era abbastanza grande per vergognarsi di farlo. Anche Noal appariva turbato: scuoteva la testa e borbottava sottovoce. Continuava a scrutare la strada verso le Aes Sedai. Senza dubbio per quella notte avrebbe affermato di aver visto qualcosa di molto simile a quello in precedenza, solo in scala maggiore.
«Penso che continueremo da soli, da qui» disse Thom piano. Juilin annuì con aria cupa.
«Se dobbiamo» replicò Mat. Alcuni gruppetti sarebbero risaltati agli occhi di coloro che stavano dando la caccia a Tuon, l’erede al trono dell’impero seanchan rapita, altrimenti avrebbero lasciato lo spettacolo già da un bel pezzo. Riuscire ad arrivare alla salvezza senza lo spettacolo in cui nascondersi sarebbe stato molto più pericoloso, ma potevano farcela. Quello in cui non poteva riuscire era far cambiare idea a quelle persone. Uno sguardo a ciascuna di quelle facce spaventate gli diceva che non aveva abbastanza oro per quello. Poteva non esserci abbastanza oro in tutto il mondo.
Luca ascoltò in silenzio, con uno sgargiante mantello rosso avvolto attorno a sé, finché le energie di buona parte della gente dello spettacolo non si esaurirono. Quando le loro grida iniziarono a scemare, gettò all’indietro il mantello e camminò in mezzo alle persone. Non ci furono gesti plateali. Diede una pacca su una spalla a un uomo a caso, guardò con sincerità negli occhi una delle tante donne. Le strade di campagna? Sarebbero state per metà fango, più Torrenti che strade per via delle piogge primaverili. Ci sarebbe voluto il doppio del tempo per raggiungere Lugard in quel modo, il triplo, forse più. Mat quasi si strozzò nell’udire Luca chiedere di andare in fretta, ma l’uomo si stava a malapena riscaldando. Parlò della fatica del liberare i carri impantanati, fece quasi vedere ai suoi ascoltatori i loro sforzi nell’aiutare i cavalli a tirarli attraverso fango profondo quasi fino al mozzo delle ruote. Nemmeno una stradina di campagna si sarebbe ridotta in tali condizioni, ma lui glielo fece vedere nelle loro menti. Perlomeno, lo fece vedere a Mat. Cittadine di diverse dimensioni sarebbero state poche e lontane fra loro su quei viottoli, i villaggi per la maggior parte minuscoli. Pochi posti dove esibirsi e difficoltà nel trovare cibo per così tanta gente. Disse questo sorridendo tristemente a una ragazzina di sei anni o giù di lì che lo stava fissando dal riparo delle gonne di sua madre, e non si poteva far altro che immaginarsela affamata e lamentosa per il cibo. Più di una donna strinse i suoi bambini.
Per quanto riguardava Amadicia e Tarabon, e sì, Ghealdan, sarebbero stati ottimi luoghi dove esibirsi. Il Grandioso Spettacolo Viaggiante e Magnifica Esposizione di Prodigi e Meraviglie di Valan Luca avrebbe visitato quelle terre e avrebbe attirato folle immense. Un giorno. Per raggiungere ora qualcuna di quelle dovevano prima tornare a Ebou Dar, coprire lo stesso tragitto che avevano attraversato in quelle settimane passate, superare le stesse cittadine in cui sarebbe stato improbabile che la gente avrebbe speso le proprie monete per rivedere quello a cui avevano assistito solo poco tempo prima. Una lunga strada, con i borsellini di ciascuno che sarebbero diventati ogni giorno più leggeri e le loro cinture più strette. Oppure potevano accelerare verso Lugard.
La sua voce cominciò a prendere energia. Fece semplici gesti. Si muoveva ancora tra di loro, ma con passo più rapido. Lugard era una città enorme. Ebou Dar non era che un’ombra accanto a essa. Lugard era davvero una delle grandi città, così popolosa che potevano esibirsi lì tutta la primavera e avere sempre nuovi spettatori. Mat non era mai stato a Lugard, ma aveva sentito che era quasi in rovina, con un re che non poteva permettersi di mantenere pulite le strade, eppure Luca la faceva sembrare simile a Caemlyn. Di sicuro alcune di quelle persone avevano visto quel posto, ma ascoltarono con volti rapiti mentre lui descriveva edifici che facevano sembrare il Palazzo Tarasin di Ebou Dar una catapecchia, parlava di nobili vestiti di seta che si sarebbero riversati a decine per assistere ai loro spettacoli o avrebbero commissionato perfino esibizioni private. Di certo re Roedran ne avrebbe voluta una. Qualcuno di loro si era mai esibito davanti a un re prima d’ora? L’avrebbero fatto. L’avrebbero fatto. E poi da Lugard a Caemlyn, una città che faceva sembrare Lugard l’imitazione di una città. Caemlyn, una delle città più grandi e ricche al mondo, dove potevano esibirsi per l’intera estate davanti a folle interminabili.