Nessuno voleva dormire, perciò le lampade arsero fino a tardi per tutto il campo. Nessuno voleva nemmeno stare da solo. Mat mangiò da solo nella sua tenda, con poco appetito e i dadi nella sua testa che risuonavano più forte che mai, ma Thom andò a giocare a sassolini proprio quando ebbe finito, e Noal lo seguì. Lopin e Nerim fecero capolino ogni pochi minuti, inchinandosi e chiedendo se Mat o gli altri desiderassero qualcosa, ma una volta che furono andati a prendere vino e coppe — Lopin portò l’alta caraffa di terracotta e ruppe il sigillo di cera; Nerim portò le coppe su un vassoio di legno — Mat disse loro di trovare Haman e gli altri soldati.
«Non dubito che si stiano ubriacando, il che mi sembra una buona idea» disse. «Questo è un ordine. Riferite loro che ho detto di condividere.»
Lopin si inchinò con aria grave sul suo ventre tondo. «Ho assistito il capofila diverse volte nel procurargli alcuni oggetti, mio signore. Mi aspetto che sarà generoso con l’acquavite. Vieni, Nerim. Lord Mat vuole che ci ubriachiamo, e tu ti ubriacherai con me anche se dovessi sedermi sopra di te e versarti l’acquavite giù per la gola.» Il volto stretto dell’astemio Cairhienese si contrasse per la disapprovazione, ma si inchinò e seguì con solerzia il Tarenese fuori dalla tenda. Mat non pensava che Lopin si sarebbe seduto su quell’uomo, non quella notte.
Juilin giunse con Amathera e Olver, perciò ai sassolini che venivano giocati al piccolo tavolino vennero aggiunte partite di serpenti e volpi, con loro distesi sul telo che ricopriva il terreno. Amathera si rivelò una discreta giocatrice di sassolini, cosa non sorprendente dato che un tempo era stata una governante, ma la sua bocca divenne ancora più imbronciata quando lei e Olver persero a serpenti e volpi, anche se nessuno vinceva mai a quel gioco. Mat sospettava che non fosse stata una donna di governo molto capace. Chi non stava giocando si sedeva sulla branda. Quando fu il suo turno, Mat osservò le partite in corso, così come fece Juilin quando era Amathera a giocare. Di rado distoglieva gli occhi da lei tranne quando era il suo turno in una partita. Noal continuò a ciarlare — d’altra parte raccontava quelle storie perfino mentre giocava e parlare non sembrava influire in alcun modo sulla sua abilità a sassolini — e Thom sedette a leggere la lettera che Mat gli aveva portato quello che sembrava moltissimo tempo prima. La pagina era pesantemente piegata per essere stata portata nella tasca della giacca di Thom e parecchio imbrattata per essere stata letta più e più volte. Lui diceva che proveniva da una donna morta.
Fu una sorpresa quando entrarono Domon ed Egeanin. Non è che avessero precisamente evitato Mat da quando lui si era trasferito dal carro verde, ma nessuno di loro era andato nemmeno a cercarlo. Come tutti gli altri, avevano abiti migliori di quelli che avevano indossato come travestimenti all’inizio. Le gonne divise e la giacca dall’alto colletto di Egeanin, entrambe di lana azzurra e ricamate con un giallo quasi oro sull’orlo e sulle maniche, avevano in sé qualcosa che richiamava un’uniforme, mentre Domon, in una giacca marrone di buon taglio e pantaloni rigonfi infilati in stivali con risvolti appena sotto il ginocchio, pareva in tutto e per rutto un mercante di successo, se non esattamente ricco.
Non appena Egeanin entrò, Amathera, che era per terra accanto a Olver, si arricciò come una palla sulle ginocchia. Juilin sospirò e si alzò dallo sgabello dall’altra parte del tavolo rispetto a Mat, ma Egeanin raggiunse l’altra donna per prima.
«Non ce n’è bisogno, con me o con chiunque altro» disse col suo tono strascicato, piegandosi per prendere Amathera per le spalle e tirarla in piedi. Amathera si alzò lentamente, esitante, e mantenne gli occhi bassi finché Egeanin non le mise una mano sotto il mento e le sollevò la testa con delicatezza. «Guardami negli occhi. Guarda chiunque negli occhi.» La donna tarabonese si umettò le labbra con la lingua con fare nervoso, ma continuò a guardare dritto verso il volto di Egeanin quando le venne tolta la mano dal mento. D’altro canto aveva gli occhi sgranati.
«Questo sì che è un cambiamento» disse Juilin con sospetto. E con una punta di rabbia. Se ne stava rigido come una statua intagliata nel legno scuro. Detestava qualunque Seanchan per quello che avevano fatto ad Amathera. «Mi hai chiamato ladro per averla liberata.» C’era più di una punta di rabbia in quelle parole. Lui odiava i ladri. E i contrabbandieri, come Domon.
«Tutte le cose cambiano col tempo» disse Domon in tono gioviale, sorridendo per prevenire parole più infuocate. «Insomma, stai guardando un uomo onesto, mastro cacciatore di ladri. Leilwin mi ha fatto promettere di lasciar perdere il contrabbando prima di acconsentire a sposarmi. Che la buona sorte mi tocchi; chi ha mai sentito di una donna che abbia rifiutato di sposare un uomo a meno che lui non abbandonasse un commercio redditizio?» Rise come se fosse la battuta più divertente del mondo.
Egeanin gli assestò un pugno nelle costole tanto forte da cambiare la sua risata in un grugnito. Sposato a lei, doveva avere le costole come un ammasso di lividi. «Mi aspetto che tu mantenga quella promessa, Bayle. Io sto cambiando, e devi farlo anche tu.» Scoccando una breve occhiata ad Amathera — forse per assicurarsi che stesse ancora obbedendo; Egeanin riteneva molto importante che gli altri facessero quello che lei diceva loro — protese una mano verso Juilin. «Io sto cambiando, mastro Sandar. E tu?»
Juilin esitò, poi le strinse la mano. «Ci proverò.» Suonava dubbioso.
«Chiedo solo un onesto tentativo.» Accigliandosi nel guardarsi attorno per la tenda, Egeanin scosse il capo. «Ho visto stive meno affollate di questo posto. Abbiamo del vino decente nel nostro carro, mastro Sandar. Tu e la tua signora volete unirvi a noi per una coppa o due?»
Di nuovo Juilin esitò. «Ormai lui ha vinto» disse infine. «Non ha senso giocare fino alla fine.» Mettendosi il suo rosso copricapo conico sulla testa, si aggiustò la giacca scura svolazzante tarenese senza necessità e offrì in maniera formale il braccio ad Amathera. Lei lo strinse e, anche se i suoi occhi fissavano ancora il volto di Egeanin, tremava visibilmente. «Suppongo che Olver vorrà rimanere qui e giocare la sua partila, ma la mia signora e io saremo lieti di condividere del vino con lei e suo marito, comare Senzanave.» C’era un accenno di sfida nel suo sguardo. Era evidente che per lui Egeanin doveva fare ben altro per dimostrare che non considerava più Amathera come proprietà rubala.
Egeanin annuì come se comprendesse perfettamente. «La Luce risplenda su di voi stanotte e per tutti i giorni e le notti che vi rimangono» disse come saluto rivolto a coloro che restavano. Cordiale da parte sua.
I quattro non avevano fatto nemmeno in tempo a uscire che il tuono rimbombò in cielo. Un altro boato fragoroso e la pioggia cominciò a picchiettare sul tetto della tenda, crescendo rapidamente fino a un acquazzone che tamburellava contro la tela a strisce verdi. A meno che Juilin e gli altri avessero corso, avrebbero bevuto tutti bagnati.
Noal si accomodò sul pavimento sopra il telo rosso di fronte a Olver e prese il posto di Amathera nella partita, tirando i dadi per i serpenti e le volpi. I dischi neri che ora rappresentavano Olver e lui erano quasi al bordo del tessuto col motivo a ragnatela, ma per chiunque era evidente che non ce l’avrebbero fatta. Per chiunque tranne Olver, almeno. Il ragazzo gemette rumorosamente quando un disco pallido con dipinta una linea nera ondulata, un serpente, toccò il suo pezzo, e di nuovo quando un disco segnato con un triangolo toccò quello di Noal.
Noal riprese anche il racconto che aveva interrotto quando Egeanin e Domon erano apparsi, una storia di qualche presunto viaggio su un librante del Popolo del Mare. «Le donne degli Atha’an Miere sono le più aggraziate al mondo,» disse, spostando di nuovo i dischi neri nel cerchio al centro del tabellone «ancora più delle Domanesi, e sapete che questo la dice lunga. E quando si trovano fuori vista dalla terra...» Si interruppe all’improvviso e si schiarì la gola, scrutando Olver che stava impilando i serpenti e le volpi agli angoli del tabellone.