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Tuon incrociò le braccia, mettendo in evidenza il seno. In lei c’erano più curve di quanto aveva pensato un tempo. Non come Selucia, di certo, ma belle curve. «Contadini, Giocattolo» disse con voce strascicata, scacciando la questione. «Nessun contadino ha mai visto la mia faccia. Mi hai promesso una taverna o una sala comune, e non la farai franca con questa scusa patetica.»

«Una sala comune non dovrebbe presentare difficoltà» disse Thom. «Questi contadini vengono qui per un paio di forbici o una pentola nuova, non per bere. Si fanno la birra da soli, a quanto pare, e non gli piace molto quella locale.»

«Grazie, Thom» disse Mat digrignando i denti. «Lei vuole vedere una bettola.»

L’uomo canuto diede un affannoso colpo di tosse e si toccò energicamente i baffi con le nocche.

«Una bettola» borbottò.

«Una bettola. Tu conosci una bettola in questa città dove possa portarla senza causare una sommossa?» L’aveva intesa come una domanda sarcastica, ma Thom lo sorprese annuendo.

«Potrei conoscere un posto del genere» disse l’uomo lentamente. «L’Anello Bianco, intendevo andarci comunque, per vedere che notizie riuscivo a raccogliere.»

Mat sbatté le palpebre. Per quanto Thom potesse passare inosservato altrove, sarebbe stato guardato storto in una bettola con indosso quella giacca. Più che storto. L’abbigliamento abituale era lana grezza e sporca, e lino macchiato. Ma forse Thom intendeva che L’Anello Bianco non era affatto una bettola. Tuon poteva non riconoscere la differenza se il posto era solo un po’ più rozzo del solito. «Dovrei portare Harnan e gli altri?» chiese per saggiare il terreno.

«Oh, penso che tu e io saremo una protezione sufficiente per la signora» disse Thom con quella che poteva essere stata l’ombra di un sorriso, e Mat si rilassò.

Ammonì comunque le due donne — il fatto che Selucia potesse restare indietro non era nemmeno in discussione, ovviamente; Anan rifiutò l’invito di Tuon ad accompagnarle, dicendo che le bettole che aveva visto le bastavano — di tenere ben alzati i cappucci. Tuon poteva credere che nessun contadino avesse mai visto il suo volto, ma se un gatto poteva guardare un re, come diceva il vecchio adagio, allora un contadino prima o poi avrebbe potuto guardare Tuon, e non si sarebbe stupito se uno o due di essi fossero capitati a Maderin. Essere ta’veren di solito pareva distorcere il Disegno per il peggio, nella sua esperienza.

«Giocattolo» disse Tuon gentilmente mentre Selucia le appoggiava il mantello blu sulle spalle esili.

«Ho incontrato molti contadini nelle mie visite in campagna, ma tenevano decorosamente gli occhi bassi perfino se permettevo loro di mettersi in piedi. Credimi, non mi hanno mai vista in faccia.»

Mat andò a prendere il proprio mantello. Qualche nube bianca quasi oscurava il sole, ancora poco distante dallo zenit, ed era una giornata frizzante per essere primavera, con una forte brezza per di più.

Abitanti della cittadina affollavano la strada principale dello spettacolo, uomini in grezzi abiti di lana o sobrie giacche di tessuto più raffinato con soltanto un tocco di ricamo sui polsini; donne, molte con indosso cuffie di merletto, in foschi abiti con colletto sotto lunghi grembiuli bianchi o scuri vestiti dall’alto collo con ricamo che si avvolgeva a spirale attorno al petto; bambini che correvano ovunque, scappando dai loro genitori che li inseguivano; tutti quanti mormoravano di meraviglia nel guardare i leopardi di Miyora o gli orsi di Latelle, i giocolieri o Balat e Abar che mangiavano fuoco, i magri fratelli che si muovevano all’unisono. Non soffermandosi nemmeno per un’occhiata alle acrobate, Mat si fece strada tra la folla con Tuon sottobraccio, cosa di cui si assicurò mettendo la mano di lei sul suo polso sinistro. Lei esitò per un momento, poi annuì lievemente, una regina che dava l’assenso a un popolano. Thom aveva offerto il braccio a Selucia, ma lei rimase alle spalle della sua padrona. Almeno non tentò di intrufolarsi in mezzo.

Luca, in giacca e mantello scarlatti, era sotto il grande striscione all’ingresso a guardare le monete che tintinnavano nella caraffa di vetro e lo facevano di nuovo quando venivano lasciate cadere nello scrigno. Aveva un sorriso sulla faccia. La fila in attesa di entrare si allungava per quasi cento passi lungo la parete di tela e altre persone si stavano riversando dalla cittadina verso lo spettacolo.

«Potrei fare un bel po’ di soldi qui in due o tre giorni» disse a Mat. «Dopotutto questo posto è reale e siamo abbastanza lontani...» Il suo sorriso si spense come una candela smorzata. «Tu pensi che siamo abbastanza lontani, vero?»

Mat sospirò. L’oro sconfiggeva la paura ogni volta in Valan Luca.

Non riusciva a tenere chiuso il suo mantello con Tuon sottobraccio, così sventolava dietro di lui nell’ostinata brezza, tuttavia era meglio così. Le guardie ai cancelli, scomposte e in una fila disordinata, li scrutarono con aria incuriosita e uno di loro abbozzò un inchino. Seta e merletto facevano quell’effetto, con armigeri di campagna, perlomeno, e quello era ciò che erano quegli uomini, per quanto avessero lucidato i loro elmi e le loro cotte di maglia. Molti di loro si appoggiavano alle alabarde come i contadini facevano sulle pale. Ma Thom si fermò e anche Mat fu costretto a farlo, pochi passi dentro la città. Dopotutto lui non aveva idea di dove si trovasse L’Anello Bianco.

«Una guardia massiccia, capitano» disse Thom con una punta di preoccupazione nella voce. «Ci sono briganti nella zona?»

«Niente fuorilegge qui attorno» disse in tono scontroso una guardia brizzolata. Una cicatrice bianca e obliqua lungo il suo volto squadrato si combinava con uno strabismo per dargli un aspetto da canaglia. Non era uno di quelli che si appoggiavano all’alabarda e teneva la sua come se sapesse usarla. «I Seanchan hanno ripulito quei pochi che non avevamo preso. Ora procedi, vecchio. Stai bloccando la strada.» Non c’erano carri o carretti in vista e le poche persone che lasciavano la città avevano spazio in abbondanza. Il cancello ad arco era ampio abbastanza per due carri affiancati, anche se forse sarebbero stati stretti.

«I Seanchan hanno dello che non mettevamo abbastanza guardie» si inserì allegramente un tizio robusto all’incirca dell’età di Mat «e lord Nathin ascolta con attenzione quando i Seanchan parlano.»

L’uomo brizzolato gli diede un ceffone con una mano guantata dietro l’elmo tanto forte da farlo barcollare. «Bada a quello che dici con gente di fuori, Keilar,» brontolò l’uomo più anziano «altrimenti tornerai dietro un aratro prima di poter sbattere le palpebre. Mio signore,» aggiunse rivolto a Mat alzando la voce «farai bene a richiamare il tuo servitore prima che si metta nei guai.»

«Le mie scuse, capitano» disse Thom umilmente, abbassando la testa bianca, l’immagine fatta e finita di un servitore rimproverato. «Non intendevo offendere. Le mie scuse.»

«Avrebbe colpito anche te se io non fossi stato lì» gli disse Mat quando lo raggiunse. Thom stava zoppicando visibilmente. Doveva essere molto stanco per mostrarlo così tanto. «Lo ha quasi fatto comunque. E cos’hai imparato che valesse la pena rischiare questo?»

«Non lo avrei chiesto senza di te, con quella giacca» ridacchiò Thom mentre procedevano verso il centro della città. «La prima lezione è: quali domande porre. La seconda, altrettanto importante, è: quanto e come chiedere. Ho appreso che non ci sono briganti, cosa che è sempre bene sapere, anche se ho sentito di pochissime bande tanto grandi da attaccare qualcosa di così grosso quanto uno spettacolo. Ho appreso che Nathin è sotto l’influenza dei Seanchan. O sta obbedendo a un ordine con quelle guardie in più, oppure prende i loro suggerimenti come comandi. E, cosa più importante, ho appreso che gli armigeri di Nathin non disprezzano i Seanchan.»

Mat sollevò un sopracciglio verso di lui.

«Non sputano quando dicono il loro nome, Mat. Non fanno smorfie o mugugnano. Non combatteranno i Seanchan, a meno che Nathin glielo ordini, e lui non lo farà.» Thom sbuffò forte.