«Aludra viene con noi?» domandò l’uomo canuto poco dopo con sua sorpresa. «Vorrà portare tutta la sua attrezzatura. Questo vorrà dire altri cavalli da soma.»
«Abbiamo tempo, Thom. Il confine col Murandy è ancora lontano. Intendo dirigermi a nord verso l’Andor, o a est, se Vanin conosce una strada attraverso le montagne. Meglio est.» Qualunque strada Vanin avesse conosciuto sarebbe stata un sentiero di contrabbandieri, una via di fuga per ladri di cavalli. Ci sarebbero state meno probabilità per incontri fortuiti su percorsi del genere. I Seanchan potevano essere quasi dappertutto nell’Altara, e dirigersi verso nord lo portava più vicino a quell’esercito di quanto gli piacesse.
Tuon e Selucia comparvero dal fondo della sala comune e lui si alzò, prendendo il mantello di Tuon dalla sua sedia. Anche Thom si alzò, sollevando quello di Selucia. «Ce ne andiamo» disse Mat, tentando di mettere il mantello attorno a Tuon. Selucia glielo strappò di mano.
«Non ho ancora visto nemmeno una zuffa» protestò Tuon, a voce troppo alta. Diverse persone si voltarono a fissarla, mercanti e cameriere.
«Ti spiegherò fuori» le disse piano, «lontano da orecchie indiscrete.»
Tuon alzò lo sguardo su di lui senza alcuna espressione. Mat sapeva che lei era forte, ma era anche così piccola, come una graziosa bambolina: era così facile credere che si sarebbe rotta se maneggiata rudemente. Avrebbe fatto tutto quello che era necessario per assicurarsi che lei non corresse il pericolo di venire rotta. Tutto il necessario. Infine lei annuì e permise a Selucia di metterle il mantello blu sulle spalle. Thom cercò di fare lo stesso con la donna bionda, ma lei glielo tolse di mano e se lo mise da sola. Mat non riusciva a ricordarsi di averla mai vista lasciarsi aiutare da qualcuno col suo mantello.
Nella strada tortuosa all’esterno non c’era vita umana. Un cane marrone a cui si potevano contare le costole li scrutò cauto, poi trotterellò via svoltando l’angolo più vicino. Mat si mosse quasi altrettanto rapidamente nell’altra direzione, spiegando mentre camminavano. Se si era aspettato sconcerto o disappunto, era rimasto deluso.
«Potrebbe trattarsi di Kavashi o di Chimal» disse la piccola donna in tono pensieroso, come se avere un intero esercito seanchan là fuori, pronto a ucciderla, non fosse altro che un’oziosa distrazione. «Le mie sorelle più prossime a me come età. Aurana è troppo giovane, ritengo: ha solo otto anni. Quattordici, voi direste. Chimal è discreta nella sua ambizione, ma Ravashi ha sempre creduto di dover essere nominata lei dato che è più vecchia. Potrebbe proprio aver mandato qualcuno per diffondere voci nel caso io fossi scomparsa per un po’ di tempo. Piuttosto scaltro da parte sua. Se è stata lei.» Proprio con la stessa freddezza come se stesse parlando della possibilità che stesse per piovere.
«Ci si potrebbe occupare facilmente di questa macchinazione se la Somma Signora fosse nel palazzo di Tarasin, il luogo a cui appartiene» disse Selucia, e la freddezza scomparve da Tuon.
Il suo volto divenne gelido come quello di un boia, ma si voltò verso la sua cameriera con le dita che guizzavano tanto furiosamente che avrebbero potuto generare scintille. Il volto di Selucia impallidì e lei crollò in ginocchio, con la testa bassa e rannicchiata su sé stessa. Le sue dita gesticolarono rapidamente e Tuon lasciò ricadere le proprie mani, rimanendo a guardare la testa di Selucia ricoperta dalla sciarpa, respirando in modo affannoso. Dopo un momento si piegò, sollevò l’altra donna e la rimise in piedi. Standole molto vicino, disse qualcosa di brevissimo con quel linguaggio delle dita. Selucia replicò silenziosamente, Tuon fece di nuovo lo stesso gesto, poi si scambiarono dei sorrisi tremuli. Delle lacrime brillarono nei loro occhi. Lacrime!
«Volete dirmi cos’era tutto questo?» domandò Mat. Le due donne voltarono la testa per squadrarlo.
«Quali sono i tuoi piani, Giocattolo?» chiese infine Tuon.
«Non Ebou Dar, se è quello che stai pensando, Tesoro. Se là fuori c’è un esercito pronto a ucciderti, probabilmente lo sono tutti, e ci sono troppi soldati tra qui ed Ebou Dar. Ma non preoccuparti: troverò un modo per farti tornare indietro sana e salva.»
«Allora hai sempre...» Gli occhi di Tuon osservarono dietro di lui, sgranandosi, e Mat si guardò sopra la spalla per vedere sette o otto uomini svoltare all’ultimo angolo della strada. Ogni uomo aveva in mano una spada sguainata. Vedendolo, affrettarono il passo.
«Scappa, Tuon!» urlò, girandosi per affrontare i loro assalitori. «Thorn, portala via di qui!» Un coltello comparve in ciascuna sua mano dalle maniche e lui li scagliò in un solo lancio. La lama della mano sinistra colpì un uomo brizzolato all’occhio, quella della mano destra un tizio scarno alla gola. Caddero come se le loro ossa si fossero dissolte, ma prima che le loro spade potessero sferragliare sul selciato, lui aveva già tirato fuori un altro paio di coltelli dalla parte superiore dei suoi stivali e stava scattando verso di loro.
Il fatto di aver perso due dei loro così in fretta e che lui avanzasse invece di fuggire li colse di sorpresa. Con lui così vicino tanto rapidamente e loro che si ostacolavano a vicenda in quella stretta via, perdevano molto del vantaggio che le spade conferivano rispetto ai pugnali. Non tutto, purtroppo. Le sue lame riuscivano a deviare un spada, ma si preoccupava soltanto quando qualcuno si tirava indietro per un affondo. In breve tempo aveva collezionato tagli lungo le costole, sulla coscia sinistra, lungo la parte destra della mascella, un taglio che gli avrebbe aperto la gola se non fosse balzato via in tempo. Ma se avesse cercato di fuggire, l’avrebbero trapassato da dietro. Vivo e sanguinante era meglio che morto.
Le sue mani guizzarono più veloce che mai, mosse brevi, quasi delicate. Usarne di elaborate l’avrebbe ucciso. Un coltello scivolò dentro il cuore di un grassone e di nuovo fuori prima che le ginocchia del tizio cominciassero ad afflosciarsi. Lo conficcò nel gomito di un uomo con la corporatura di un fabbro, il quale lasciò cadere la spada ed estrasse goffamente il pugnale alla cintura con la mano sinistra. Mat lo ignorò: il tizio stava già barcollando per la perdita di sangue prima che la sua lama lasciasse il fodero. Un uomo dal volto squadrato rimase senza fiato quando Mat gli perforò un lato del collo. Si portò una mano alla ferita, ma riuscì solo a fare due tentennanti passi indietro prima di cadere. Man mano che gli uomini morivano, altri guadagnavano spazio, ma Mat si mosse ancora più rapido, danzando in modo tale che un uomo che stava crollando a terra gli fece da scudo per la spada di un altro mentre lui si avvicinava all’interno dell’arco del fendente di un terzo. Per lui il mondo consisteva solo nei suoi due coltelli e negli uomini che si assiepavano per colpirlo, e i suoi pugnali cercavano i punti in cui gli uomini sanguinavano maggiormente. Alcuni di quei suoi antichi ricordi provenivano da uomini che erano stati tutt’altro che brave persone.
E poi, miracolo dei miracoli, sanguinando copiosamente ma col sangue troppo caldo per lasciargli percepire ancora l’intero dolore, stava affrontando l’ultimo, uno che non aveva notato prima. Era una donna giovane e magra in abiti stracciati e sarebbe potuta essere graziosa se il suo volto fosse stato pulito e se non avesse mostrato i denti in una smorfia ghignante. Il pugnale che stava lanciando da una mano all’altra aveva una lama a doppio taglio due volte più lunga della sua mano.
«Non puoi sperare di riuscire da sola in quello in cui gli altri hanno fallito assieme» le disse.
«Scappa. Ti lascerò andare illesa.»
Con un urlo simile a quello di un gatto selvatico, si precipitò contro di lui menando fendenti e affondi. tutto quello che Mat riuscì a fare fu saltellare all’indietro in modo goffo, cercando di respingerla. I suoi stivali scivolarono su una chiazza di sangue e, mentre barcollava, capì di essere sul punto di morire.
Tutt’a un tratto Tuon fu lì, la sua mano sinistra che afferrava il polso della giovane donna – non il polso della mano con cui teneva il pugnale, purtroppo — torcendolo in modo tale che il braccio si irrigidì e la ragazza fu costretta a piegarsi in due. E allora non ebbe alcuna importanza quale mano reggeva il coltello, poiché la destra di Tuon guizzò in avanti, tagliente come un’accetta, e la colpì alla gola così forte che lui udì la cartilagine spezzarsi. Soffocando, la donna si afferrò la gola fracassata e si afflosciò sulle ginocchia, poi cadde con la faccia in avanti, ancora annaspando in modo roco.