«Si dirigono verso le scale.» Era vero. Lungo tutto il muro i soldati di Elayne stavano spingendo in avanti mentre quelli di Arymilla si ritiravano, arrampicandosi fra le merlature dove erano puntellate le loro scale. Alcuni uomini morivano ancora sul bastione, ma il combattimento stava terminando. Elayne rimase sorpresa nel conficcare i propri talloni nei fianchi di Cuore di fuoco. Nessuna fu abbastanza rapida da prenderla. Seguita da grida, galoppò lungo la strada e volteggiò giù di sella alla base della Torre più vicina prima che il castrone fosse del tutto fermo. Spingendo le pesanti porte, raccolse le sue gonne e si precipitò su per le scale che salivano a spirale in senso antiorario, oltre grandi nicchie dove gruppetti di uomini in armatura la fissarono meravigliati mentre lei schizzava loro accanto. Quelle torri erano costruite per essere difese contro attaccanti che cercavano di farsi strada giù e poi dentro la città. Alla fine le scale si aprirono in una grande stanza dove una rampa dall’altro lato saliva a chiocciola nella direzione opposta. Venti uomini con corazze ed elmi scompagnati si stavano rilassando, lanciando dadi, sedendosi contro la parete, parlando e ridendo come se oltre le due porte di ferro della stanza non ci fossero uomini che morivano. Qualunque cosa stessero facendo, si fermarono a fissarla a bocca aperta quando Elayne comparve.
«Ehm, mia signora, io non lo farei» disse una voce roca mentre lei appoggiava le mani sulla sbarra di ferro che teneva chiusa una delle porte. Ignorando l’uomo, ruotò la sbarra sul suo perno e aprì la porta con una spinta. Una mano le afferrò le gonne, ma lei si divincolò.
Sulle mura non rimaneva nessun uomo di Arymilla. Nessuno in piedi, almeno. Dozzine di uomini giacevano sul camminamento striato di sangue, alcuni inerti, altri gementi. Chissà quanti di quelli appartenevano ad Arymilla, ma il rumore delle armi era svanito. Molti dei mercenari stavano accudendo i feriti oppure erano solo accovacciati sui talloni per riprendere fiato.
«Gettateli lì e tirate su quelle dannate scale!» gridò Birgitte. Scagliando una freccia tra la massa degli uomini che cercavano di fuggire lungo la strada di terra battuta di Caemlyn Bassa sotto le mura, ne incoccò un’altra e tirò di nuovo. «Che ne costruiscano altre se vogliono tornare!» Una manciata di mercenari si chinò fra le merlature per obbedire. «Sapevo che non ti avrei dovuto lasciar venire oggi» proseguì, ancora scagliando frecce quanto più velocemente poteva incoccare e tirare. Anche dardi di balestra scagliati dalle cime delle torri abbattevano uomini lì sotto, ma i magazzini dai tetti di tegole qui offrivano riparo a chiunque riuscisse a entrare dentro.
A Elayne occorse un momento per accorgersi che l’ultimo commento era stato indirizzato a lei e il suo volto si imporporò. «E come mi avresti fermato?» domandò, mettendosi dritta.
Con la faretra vuota, Birgitte abbassò il suo arco e si voltò con un cipiglio sul volto. «Legandoti e facendo sedere lei sopra di te» disse, annuendo verso Aviendha, che stava uscendo dalla Torre a grandi passi. Il bagliore di saldar la circondava, eppure aveva il suo coltello da cintura dall’impugnatura di corno in mano. Caseille e il resto delle donne della guardia si riversarono dietro di lei, spade in mano e visi torvi. Vedere Elayne illesa non cambiò minimamente le loro espressioni. Quelle dannate donne erano insopportabili quando la trattavano come vetro soffiato che si sarebbe potuto rompere al semplice tocco. Sarebbero state ancora peggio dopo stavolta. E lei avrebbe dovuto sorbirsele.
«Ti avrei preso» borbottò Aviendha, sfregandosi l’anca, «se quello sciocco cavallo non mi avesse gettato a terra.» Era altamente improbabile con una giumenta tanto docile. Aviendha era semplicemente riuscita a cadere. Vedendo la situazione, si affrettò a far scivolare il coltello di nuovo nel suo fodero, cercando di fingere di non averlo mai estratto. Anche la luce di saidar scomparve.
«Ero piuttosto al sicuro.» Elayne cercò di togliere il tono sprezzante dalla sua voce, senza molto successo. «Min ha detto che partorirò i miei bambini, sorella. Finché non saranno nati, non mi può accadere nulla di male.»
Aviendha annuì lentamente, pensierosa, ma Birgitte mugugnò: «Preferirei che non mettessi alla prova le sue visioni. Corri troppi rischi e potresti dimostrare che si sbaglia.» Quello era stupido. Min non si sbagliava mai. Certo che no.
«Quella era la compagnia di Aldin Miheres» disse un alto mercenario con accento murandiano cadenzato, ma aspro nel togliersi l’olmo e rivelare un viso magro e sudato, con baffi striati di grigio incerati a punta. Rhys a’Balaman, così si chiamava, aveva occhi come pietre e un sorriso a labbra sottili che pareva sempre malizioso. Aveva ascoltato la loro conversazione e continuava a scoccare occhiate di lato verso Elayne mentre parlava a Birgitte. «L’ho riconosciuto, io. Un brav’uomo, Miheres. Ho combattuto al suo fianco più volte di quante riesco a contare. Ce l’aveva quasi fatta a varcare la porta di quel magazzino quando la tua freccia l’ha colpito al collo, capitano generale. Un peccato, quello.»
Elayne si accigliò. «Ha fatto le sue scelte come te, capitano. Puoi rammaricarti per la morte di un amico, ma spero che tu non stia rimpiangendo la tua scelta.» Parecchi dei mercenari che lei aveva estromesso dalla città, forse tutti, si erano arruolati con Arymilla. La sua maggiore paura allo stato attuale era che la donna riuscisse a corrompere delle compagnie ancora all’interno della città. Nessuno dei capitani mercenari aveva riferito nulla, ma comare Harfor aveva detto che c’erano stati degli approcci. Incluso uno con a’Balaman.
Il Murandiano le rivolse il suo sorriso lascivo e un inchino formale, come facendo svolazzare un mantello che non stava indossando. «Ho combattuto contro di lui tanto spesso quanto al suo fianco, mia signora. Io avrei ucciso lui o lui avrebbe ucciso me, se ci fossimo trovati faccia a faccia in questa bella giornata. Era più un conoscente che un amico, vedi. E io preferisco di gran lunga ricevere oro per difendere delle mura come queste che per attaccarle.»
«Noto che alcuni dei tuoi uomini portano in spalla delle balestre, capitano, ma non ho visto nessuno di loro usarle.»
«Non è abitudine dei mercenari» si inserì Birgitte in tono asciutto. Nel legame si trasmise irritazione, anche se non c’era modo di sapere se fosse verso a’Balaman o Elayne. Quella sensazione scomparve in fretta. Birgitte aveva imparato a dominare le proprie emozioni una volta che avevano scoperto il modo in cui lei ed Elayne si rispecchiavano a vicenda tramite il legame. Molto probabilmente lei desiderava che Elayne potesse fare lo stesso, ma d’altro canto Elayne voleva la stessa cosa.
A’Balaman appoggiò il suo elmo contro il fianco. «Vedi, mia signora, per come stanno le cose, se incalzi un uomo con troppa foga quando sta cercando di abbandonare il campo, provando a travolgerlo a cavallo e cose simili, be’, la volta successiva in cui tu ti stai ritirando lui potrebbe restituirti il favore. Dopotutto, se un uomo sta abbandonando il campo, e fuori dal combattimento, no?»
«Finché non torna domani» sbottò Elayne. «La prossima volta voglio che adoperiate quelle balestre!»
«Come ordini, mia signora» disse a’Balaman in tono rigido, così come rigido fu il suo inchino. «Se vuoi perdonarmi, devo controllare i miei uomini.» Si allontanò senza aspettare che lei lo congedasse, sbraitando ai suoi uomini di muovere quelle gambe pigre.
«Fino a che punto ci si può fidare di lui?» chiese Elayne sottovoce.
«Come con qualunque mercenario» rispose Birgitte a voce altrettanto bassa. «Se qualcuno gli oltre abbastanza denaro, diventa un lancio di dadi, e nemmeno Mat Cauthon potrebbe dire come si fermeranno.»