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«Certo che è stata una brutta ferita».

«Ho fatto uno sbaglio, t’Larien. Forse ero troppo giovane, ma il mio era un errore che a quell’età non avrei dovuto fare. Errori come quello possono essere una cosa molto seria e, del resto, sono riuscito a cavarmela con poco». Guardava Dirk fissamente. «Si dovrebbe fare molta attenzione a non fare mai sbagli».

«Ah!», disse Dirk con un sorriso innocente.

Per un po’ Janacek non disse niente. Poi, alla fine disse: «Credo che lei sappia di cosa sto parlando».

«Davvero?».

«Sì. Lei non è un uomo poco intelligente, t’Larien. E nemmeno io. I suoi trucchetti da ragazzino non mi divertono. Lei non ha niente da discutere con me, ad esempio. Lei voleva semplicemente introdursi in questa stanza per qualche sua ragione».

Il sorriso di Dirk svanì. Annuì. «Va bene. Un trucco pidocchioso, chiaro, lei lo ha capito benissimo. Volevo vedere se c’era Gwen».

«Le avevo già detto che era uscita per andare nella foresta, a lavorare».

«Non le credo», disse Dirk. «Altrimenti ieri sera mi avrebbe detto qualcosa. Lei cerca di tenermi lontano da Gwen. Perché? Che cosa succede?».

«Niente che le possa interessare», disse Janacek. «Veda di capirmi, t’Larien, se crede. Forse per lei, come per Arkin Ruark, io sono un bruto. Lei può pensarlo se vuole. Non me ne frega granché. Ma non sono un bruto. Ecco perché la mettevo in guardia dal commettere errori. Ecco perché l’ho fatta entrare, anche se sapevo benissimo che non aveva niente da dirmi. Perché io avevo da dirle qualcosa».

Dirk si appoggiò allo schienale del divano ed annuì. «Va bene Janacek, vada avanti».

Janacek aggrottò la fronte. «Il suo problema, t’Larien, è che lei sa poco e capisce anche meno sia Jaan che me e il nostro mondo».

«So più di quel che pensa».

«Davvero? Ha letto le cose che ha scritte Jaan sui Demoncanti ed indubbiamente le hanno detto qualcosa. E allora cosa significa? Lei non è un Kavalar, direi, eppure se ne sta qui in piedi davanti a me e le leggo il giudizio che ha ormai espresso negli occhi. Ma con quale diritto? Chi è lei per giudicare? Lei ci conosce appena. Le voglio fare un esempio. Non più di un secondo fa lei mi ha chiamato Janacek».

«Questo è il suo nome, non è così?».

«Questa è una parte del mio nome, l’ultima parte, la minore e la più piccola parte di ciò che io sono. È il nome che mi sono scelto, il nome di un antico eroe dell’Unione Ferrogiada che visse una vita lunga ed edificante, molte volte onorevole, difendendo la sua granlega ed il suo kethi nell’altaguerra. Naturalmente so benissimo perché lei mi chiama così. Sul suo mondo e secondo il vostro sistema di dare i nomi, è normale chiamare quelli con cui ci si sente distanti o verso cui si prova ostilità solo con l’ultima parte del nome… un intimo lei lo chiamerebbe con il primo nome, non è vero?».

Dirk annuì. «Più o meno. Non è una cosa tanto semplice, ma ci è andato abbastanza vicino».

Janacek sorrise appena; gli occhi azzurri parevano scintillare. «Vede, io che capisco il suo popolo, molto bene. Inoltre seguo i suoi principi… io la chiamo t’Larien perché provo dell’ostilità verso di lei e questo è un modo di fare corretto. Tuttavia lei non ricambia in maniera corretta. Lei si rivolge a me come se fossi Janacek, senza pensarci nemmeno un momento, senza preoccuparsene nemmeno un poco, imponendomi il suo sistema di dare i nomi».

«Allora come dovrei chiamarla? Garse?».

Janacek fece un gesto di stizza, di impazienza. «Garse è il mio vero nome, ma non è adatto, detto da lei. Secondo l’uso Kavalar l’uso di questo nome da solo indicherebbe un rapporto che in verità non esiste tra di noi. Garse è un nome per il mio teyn e la mia cro-betheyn, per i miei kethi, non per quelli che vengono da un altro mondo. Per la verità lei dovrebbe chiamarmi Garse Ferrogiada e dovrebbe chiamare il mio teyn Jaantony Ferrogiada. Questi sono nomi tradizionali e corretti tra uguali, il Kavalar di un’altra casa, uno con cui sono in termini di semplice conoscenza. Le concedo il beneficio di molti dubbi». Sorrise. «Ora, lei capisce t’Larien, le dico tutto questo solo per spiegarle. Chissà cosa me ne importa se lei mi chiama Garse o Garse Ferrogiada, oppure signor Janacek! Mi chiami come cavolo preferisce ed io non accuserò insulto. Ho sentito dire che il Kimdissi Arkin Ruark mi chiama addirittura Garsey, eppure mi sono trattenuto dall’irrefrenabile impulso di pungerlo per vedere se si gonfia.

«Questi fatti di cortesia e di indirizzamento… non mi serve certo sentire Jaan che mi viene a dire che si tratta di roba vecchia, vincoli derivati da giorni nello stesso tempo più complessi e più primitivi e che sono ormai morti ai giorni attuali. Adesso i Kavalari guidano le navi spaziali da stella a stella, parlano e commerciano con creature che un tempo avrebbero sicuramente sterminato perché erano dei demoni, fabbricano addirittura pianeti, come è stato fatto per Worlorn. L’Antico Kavalar, la lingua delle granleghe parlata per migliaia di anni, non lo parla quasi più nessuno anche se resistono ancora alcuni termini e continueranno ad essere usati, perché danno il nome a realtà che altrimenti potrebbero essere nominate solo in modo goffo o non potrebbero essere nominate affatto nelle lingue dei viaggi spaziali… realtà che svanirebbero all’istante se fossero chiamate con i vostri nomi, se non fossero più usati i termini dell’antico Kavalar. Tutto è cambiato, anche noi di Alto Kavalaan siamo cambiati, Jaan dice che dovremmo cambiare ancora di più se vogliamo scrivere il nostro destino nella storia dell’uomo. Così le vecchie regole dei nomi e dei nomelegati sono state infrante e perfino gli altolegati parlano in maniera frivola e Jaantony alto-Ferrogiada si fa chiamare Jaan Vikary».

«Questo non importa», disse Dirk, «ma lei dove vuole arrivare?».

«Voglio arrivare a dare delle spiegazioni, t’Larien, una spiegazione semplice ed elegante di ciò che lei pensava di aver capito della nostra cultura, di come lei adatti i suoi giudizi e le sue valutazioni a noi con ogni parola e con ogni sua azione. Ecco il punto. Ci sono delle cose più importanti, si capisce, ma lo schema è sempre lo stesso; lei continua a fare il solito errore, un errore che non dovrebbe fare. Il prezzo potrebbe essere più alto di quello che lei è disposto a pagare. Lei crede che io non sappia ciò che sta cercando di fare?».

«Che cosa sto cercando di fare?».

Janacek sorrise ancora, con gli occhietti piccoli e duri, mentre piccole rughe si formavano agli angoli. «Lei sta cercando di portare via Gwen Delvano al mio teyn. Vero?».

Dirk non disse niente.

«È la verità», disse Janacek. «E non è la verità. Perché io non lo permetterei mai. Io non lo permetterò. Sono legato con ferro-e-pietraluce a Jaantony alto-Ferrogiada e non me lo dimenticherò. Siamo teyn-e-teyn, noi due. Non c’è vincolo tra quelli che conosce lei che sia così forte».

Dirk si scoprì a pensare di Gwen ed alla abissale goccia rossa piena di memorie e di promesse. Pensò che era un peccato che non potesse dare la gemma mormorante a Janacek perché la stringesse un istante, in modo che l’arrogante Kavalar potesse saggiare quando era stato forte il vincolo che aveva unito Dirk alla sua Jenny. Ma sarebbe stata una cosa inutile. La mente di Janacek non avrebbe avuto alcuna risonanza con gli schemi esperincisi nella pietra; per lui sarebbe stata semplicemente una gemma. «Ho amato Gwen», disse tagliente. «Dubito che voi abbiate dei vincoli più forti di questo».

«Davvero? Be’, lei non è un Kavalar e non lo è nemmeno Gwen. Voi due non capite il ferro-e-pietraluce. La prima volta che ho incontrato Jaantony eravamo tutti e due giovanissimi. Per la verità io ero anche più giovane. A lui piaceva giocare di più coi bambini piccoli che con quelli della sua età e veniva frequentemente al nostro asilo. Fin dal primo momento l’ho tenuto in grande stima, come può fare solo un ragazzo, perché lui era più anziano di me e perciò più vicino a diventare un altolegato ed anche perché mi guidava in avventure in strani corridoi e caverne e mi raccontava delle storie affascinanti. Quando fui più vecchio, capii perché veniva coi bambini più giovani tanto spesso e ne rimasi colpito e me ne vergognai. Lui aveva paura di quelli della sua età, perché lo beffeggiavano e spesso lo picchiavano. Eppure c’era un legame tra di noi, fin dal tempo in cui io seppi queste cose. Può chiamarla amicizia se vuole, ma sarebbe sbagliato, vorrebbe dire imporre i suoi concetti al nostro modo di vivere ancora una volta. Era qualcosa di più della vostra amicizia di abitanti di un altro mondo, c’era già il ferro tra di noi, anche se non eravamo ancora teyn-e-teyn.