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Dirk incrociò le braccia e non lo degnò di una risposta.

Janacek aspettò un momento per sentire se rispondeva. Visto che l’altro non parlava, ripose la banscea al suo posto e chiuse la scatola. «I bambini di gelatina non sono di gusti così difficili come i suoi», disse. «Adesso devo portare queste cose a Jaan. Se ne vada».

Erano le prime ore del pomeriggio. Il Mozzo bruciava fioco al centro del cielo, assieme alle deboli luci sparse dei quattro soli Troiani che lo circondavano irregolarmente. Da est soffiava un forte vento, sembrava che stesse per diventare bufera. La polvere roteava per i viali grigi e scarlatti.

Dirk si era seduto su un angolo della terrazza, con le gambe che penzolavano verso la strada, e pensava.

Aveva seguito Garse Janacek fino al terrazzo d’atterraggio e lo aveva visto partire, portando la cassetta con le banscee e volando via con la sua macchina spigolosa, residuato bellico, con l’armatura verde oliva. Le altre due aerauto, la manta con le ali grigie e la goccia gialla, se ne erano andate. Era arenato qui su Larteyn e non aveva la minima idea di dove fosse Gwen, né sapeva ciò che le avessero fatto. Per un attimo desiderò che ci fosse Ruark lì attorno. Desiderò di poter avere un’aerauto. Indubbiamente avrebbe potuto affittarne una a Sfida, se ci avesse pensato, oppure allo spazioporto, la sera in cui era arrivato. Invece era solo e senza possibilità. Non c’erano nemmeno gli aeroscooter. Il mondo era grigio, rosso ed inservibile. Si chiese cosa potesse fare.

Improvvisamente gli venne un’idea, mentre se ne stava seduto a pensare alle aerauto. Le città del festival che aveva visto erano tutte molto diverse tra di loro, ma avevano una cosa in comune: nessuna di loro aveva spazio sufficiente per parcheggiare le aerauto di tutta la popolazione. Il che significava che le città dovevano essere collegate da una qualche rete di trasporti. Il che significava che forse lui aveva una certa possibilità di azione, malgrado tutto.

Si alzò in piedi, andò alla cabina dell’ascensore e scese nell’alloggio di Ruark, alla base della torre. Tra due piante con la corteccia nera, alte fino al soffitto, sistemate in vasi di terra, c’era uno schermo a parete, che infatti ricordava di aver già visto. Era scuro e in disuso e Dirk lo aveva visto così fin da quando era arrivato; c’era rimasta poca gente su Worlorn a cui si potesse telefonare. Ma indubbiamente c’era un servizio di informazioni. Studiò la doppia fila di pulsanti posta sotto lo schermo, ne scelse uno e lo premette. L’oscurità si trasformò in morbida luce azzurra e Dirk si sentì risollevato; la rete telefonica, per lo meno, funzionava ancora.

Uno dei pulsanti portava impresso un punto interrogativo. Provò con quello e ne fu ripagato. La luce azzurra scomparve ed immediatamente lo schermo si riempì di scritte a piccoli caratteri, un centinaio di servizi basilari, si andava dal pronto soccorso e dalle informazioni religiose fino alle notizie degli altri mondi.

Digitò la sequenza di «trasporti per i visitatori». Gli schemi attraversarono lo schermo e le speranze di Dirk svanirono una per una. C’erano possibilità di affittare aerauto allo spazioporto e a dieci delle quattordici città. Tutto chiuso. Le aerauto avevano lasciato Worlorn con la folla del festival. Altre città avevano avuto a disposizione hovercraft e battelli ad idroguida. Adesso non più. A Musquel Marina, i visitatori potevano navigare su e giù per la costa in autentiche navi spinte dal vento provenienti dalla Colonia Dimenticata. Il servizio era terminato. Il servizio di collegamento di aerobus era chiuso. Le stratolinee ad energia nucleare di Tober ed i dirigibili ad elio di Eshellin erano stati disattivati e portati via. Lo schermo gli mostrò una mappa dalle linee sotterranee ad alta velocità che erano andate dallo spazioporto verso tutte le città, m’ara mappa era tutta tracciata di rosso e la nota al fondo spiegava che cosa il rosso significasse: «Disattivato… Non più in funzione».

Non c’era più alcun mezzo di trasporto su Worlorn; l’unica era andare a piedi, si sarebbe detto. C’erano solo le cose che i visitatori ritardatari avevano portato con sé.

Dirk fissò accigliato lo schermo e lo cancellò. Fu quasi sul punto di spegnere, quando gli venne un’altra idea. Digitò il codice di «Biblioteca», ottenne un segnale di richiesta e delle istruzioni. Quindi digitò «bambini di gelatina» e poi «definizione». Attese.

Dovette aspettare poco e non gli serviva certo l’enorme massa di informazioni che la biblioteca gli aveva rimandato, i dettagli della storia, della geografia e della filosofia. Prese velocemente nota delle informazioni essenziali ed ignorò il resto. Pareva che «bambini di gelatina», fosse un nomignolo dato ai seguaci di un culto pseudo religioso basato sulla droga sul Mondo dell’Oceano Nerovino. Venivano chiamati così perché trascorrevano anni vivendo nel ventre cavernoso ed umido di lumaconi gelatinosi lunghi chilometri che strisciavano in maniera infinitamente lenta sul fondo dei loro mari. Gli adepti chiamavano quelle creature Madri. Le Madri nutrivano i loro bambini con dolci secrezioni allucinogene e si credeva che fossero semisenzienti. La fede, notò Dirk, non impediva ai bambini di gelatina di uccidere il loro ospite quando la qualità dei sogni dati dalle sue secrezioni, cominciava a declinare, cosa che capitava invariabilmente quando le lumache diventavano vecchie. Liberatisi di una Madre, i bambini di gelatina ne avrebbero cercata un’altra.

Dirk cancellò velocemente i dati dallo schermo e consultò di nuovo il servizio della biblioteca. Il Mondo dell’Oceano Nerovino aveva una città su Worlorn. Si stendeva al disotto di un lago artificiale del diametro di cinquanta chilometri, sotto le stesse acque cupe e brulicanti che coprivano la superficie del mondo dei Nerovini. Si chiamava la Città nella Palude Senzastelle ed il lago era pieno di vita trasportata per il festival del Margine. Senza dubbio c’erano anche delle Madri.

Senza nessuna particolare curiosità, Dirk cercò la città su una carta di Worlorn. Naturalmente non aveva nessun modo per arrivare fin laggiù. Spense lo schermo a parete ed andò in cucina a prepararsi da bere. Ingoiò il liquido — era una specie di latte biancastro prodotto da un qualche animale Kimdissi, freddissimo, amaro, ma rinfrescante — cominciò a tamburellare con le dita con impazienza sul mobile bar. Cominciava a diventare impaziente, aveva bisogno di fare qualcosa. Si sentiva intrappolato, perché doveva aspettare che ritornasse qualcuno degli altri, perché non sapeva chi sarebbe stato a ritornare per primo, né che cosa sarebbe successo. Gli pareva di essere sballottato avanti e indietro secondo il capriccio degli altri, fin dal primo momento che era sceso dal Tremito dei Nemici Dimenticati. Del resto non era venuto per sua volontà; era stata Gwen che lo aveva chiamato con la sua gemma mormorante, anche se non aveva dato l’impressione di essere molto contenta per il suo arrivo. Per lo meno aveva cominciato a capire una cosa. Lei era rimasta intrappolata in una trama assai complessa, una trama politica ed emozionale al tempo stesso e pareva che anche lui ci fosse finito dentro, senza possibilità di uscita, circondato da cicloniche tensioni psico sessuali e culturali che riusciva a comprendere solo a metà. Era stufo di sentirsi sballottato.

Improvvisamente gli venne in mente Kryne Lamiya. Su una terrazza battuta dal vento c’erano due aerauto abbandonate. Dirk poggiò il bicchiere pensosamente, si pulì le labbra con il dorso della mano e ritornò allo schermo parete.

Si trattava solo di trovare il posto in cui erano sistemati i parcheggi a Larteyn. C’erano delle terrazze in cima a tutte le torri più grandi ed un grande garage pubblico scavato nella roccia al di sotto della città. Il garage, lo informò il servizio turistico cittadino, poteva essere raggiunto con una qualsiasi delle linee sotterranee che attraversavano Larteyn; le porte nascoste si aprivano in mezzo al dirupo a strapiombo che si ergeva al di sopra del Comune. Se i Kavalari avevano abbandonato delle aerauto all’interno della loro città conchiglia, quello era il posto in cui lui le avrebbe potute trovare.