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Prese l’ascensore fino al pianterreno e poi la strada. Grasso Satana aveva superato lo zenit e stava ormai sprofondando verso l’orizzonte. Le strade di pietraluce erano sbiadite e nere dove batteva la rossa luminescenza, ma quando Dirk attraversò le tenebre tra le quadrate torri di ebano, riuscì ancora a vedere i freddi fuochi della città sotto i piedi, il rosso morbido e scintillante della roccia, che già sbiadiva, ma resisteva ancora. All’aperto, la sua persona gettava ombre, pallidi fantasmi scuri che si affollavano goffamente uno sull’altro — quasi coincidevano, ma non proprio — e si affrettavano troppo rapidamente ai suoi piedi per svegliare la pietraluce addormentata. Durante il suo giro non vide nessun altro, anche se si chiese a disagio dove fossero i Braith ed una volta passò accanto a quella che doveva essere un’abitazione. Era un edificio quadrato con il tetto a cupola e neri pilastri di ferro presso la porta e legato ad uno di quei pilastri c’era un cane mostruoso, più alto di Dirk, con occhi rossi e luminosi ed un muso lungo e senza pelo che gli ricordava un po’ quello di un topo. La creatura stava rosicchiando un osso, ma si alzò quando lui passò e grugnì con il fondo della gola. Chiunque fosse ad abitare in quel posto, chiaramente non desiderava avere dei visitatori.

Le linee sotterranee funzionavano ancora. Dirk scese e la luce del giorno scomparve ed uscì nei passaggi più bassi, dove Larteyn assomigliava ancora alle granleghe di Alto Kavalaan: stanze di pietra archeggiate con appligli di ferro lavorato, dappertutto porte di metallo, camere dietro camere. Una fortezza di pietra, aveva detto una volta Ruark. Una fortezza, che non poteva essere facilmente conquistata. Ma ormai era abbandonata.

Il garage era su molti livelli ed era illuminato appena. C’era spazio per migliaia di macchine su ognuno dei dieci livelli. Dirk girovagò tra la polvere per mezz’ora prima di trovarne una. Era inutilizzabile. Un’altra macchina-bestia, forgiata in metallo blu-nero, nelle grottesche fattezze di un pipistrello gigante. Era più realistica e terrificante della banscea-manta piuttosto stilizzata di Jaan Vikary. Ma non era altro che uno scafo bruciato. Una delle ali da pipistrello era contorta e semifusa e della macchina rimaneva solo il corpo. I dispositivi interni, l’impianto energetico e le armi erano scomparsi e Dirk immaginò che mancasse anche la griglia gravitazionale, anche se non poteva vedere la parte inferiore del relitto. Dirk girò attorno all’apparecchio e passò oltre.

La seconda aerauto che trovò era in condizioni anche peggiori. In effetti era ben difficile chiamarla un’auto. Non rimaneva altro che un lungo telaio metallico e quattro sedili marci acquattati in mezzo ai tubi… uno scheletro senza pelle. Dirk passò oltre anche qui.

Gli altri due relitti che incontrò erano entrambi intatti, ma erano morti. Riuscì solo a pensare che i loro proprietari dovevano essere morti qui su Worlorn e le macchine li avevano aspettati negli abissi della città parecchi anni dopo che erano state abbandonate e tutta l’energia se ne era andata. Le provò tutte e due, ma nessuna delle due rispose al suo tocco e ai suoi tentativi.

La quinta macchina — ma ormai era passata un’ora — rispose anche troppo in fretta.

Era di stile completamente Kavalar, tozza, con due sedili e corte ali triangolari che parevano anche più inutili delle ali delle altre aerauto di Alto Kavlaan. Era smaltata di bianco e argento ed il tettuccio di metallo era forgiato in modo da assomigliare ad una testa di lupo. Dei cannoni a laser erano montati su entrambi i lati della fusoliera. La macchina non era chiusa; Dirk sollevò il tettuccio che si aprì facilmente. Si arrampicò dentro, chiuse la cabina e guardò fuori attraverso i grandi occhi del lupo con un sorriso storto. Poi provò i comandi. L’aerauto era ancora a piena potenza.

Aggrottò le sopracciglia, staccò i contatti e rimase seduto a pensare. Aveva trovato il mezzo di trasporto che stava cercando, ammesso che avesse avuto il coraggio di prenderlo. Ma non poteva ingannare se stesso; questa macchina non era un relitto come le altre che aveva scoperto. Era in condizioni troppo buone. Indubbiamente apparteneva ad uno degli altri Kavalari rimasti a Larteyn. Se i colori avevano un senso — Dirk non ne era sicuro — allora probabilmente apparteneva a Lorimaar o a uno degli altri Braith. Prendere quella macchina non era certo la cosa migliore che potesse fare, no di certo.

Dirk si rese conto del pericolo e ci pensò bene. Stare ad aspettare non gli piaceva affatto, ma non gli piaceva nemmeno immischiarsi in cose pericolose. Jaan Vikary o non Jaan Vikary, il furto di un’aerauto avrebbe sicuramente scatenato i Braith.

Riluttante, aprì il tettuccio ed uscì, ma non era ancora fuori che sentì le voci. Abbassò il tettuccio della macchina che si chiuse con un debole ma percettibile click. Dirk si accucciò cercando la salvezza nell’ombra a pochi metri dalla macchina lupo.

Riusciva a sentire i Kavalari che parlavano e il rumoroso battere dei loro piedi echeggianti, parecchio tempo prima di vederli. Erano solo due, ma parevano dieci dal rumore. Nel momento in cui giunsero alla luce presso l’auto, Dirk si era appiattito in una nicchia posta nella parete del garage, una piccola cavità piena di ganci dove un tempo dovevano essere stati appesi gli attrezzi. Non era certo che fosse opportuno nascondersi, ma adesso era lieto di aver scelto questa via. Le cose che Gwen e Jaan gli avevano detto sugli altri abitanti di Larteyn non lo avevano certo rassicurato.

«Sei ben certo di questo, Bretan?», stava dicendo uno dei due, quello più alto, quando Dirk li vide. Non era Lorimaar, ma la sua somiglianza era impressionante; costui aveva la stessa altezza imponente, lo stesso colorito e la faccia rugosa. Ma era un po’ più grasso di Lorimaar alto-Braith ed aveva i capelli bianchissimi, mentre l’altro li aveva soprattutto grigi, inoltre aveva dei piccoli baffi a spazzolino. Sia lui che il suo compagno, indossavano corte giubbe bianche su braghe e camicia di tessuto camaleontino che era diventato quasi nero nelle tenebre del garage. Entrambi portavano armi a laser.

«Roseph non ci frega», disse il secondo Kavalar con una voce gracchiante simile a cartavetrata. Era molto più piccolo dell’altro, più o meno dell’altezza di Dirk, ed anche più giovane, molto magro. Aveva la giubba con le maniche corte che mettevano allo scoperto le potenti braccia scure e uno spesso braccialetto di ferro-e-pietraluce. Muovendosi verso l’aerauto, fu in piena luce per un istante e parve fissare nel buio direttamente dove era nascosto Dirk. Aveva solo mezza faccia; tutto il resto era un’immane cicatrice piena di tic. Il suo "occhio" sinistro si muoveva senza posa quando voltava la testa e Dirk vi scorse le fiamme rivelatrici: una pietraluce incastonata in un’orbita vuota.

«Com’è che l’hai saputo?», disse l’uomo più vecchio mentre i due si soffermavano brevemente a lato della macchina lupo. «Roseph va matto per le fregature».

«A me non piacciono le fregature», disse l’altro, quello che si chiamava Bretan. «Roseph potrà fregare te, o Lorimaar, perfino Pyr, ma non oserà fregare me». Aveva una voce orribilmente spiacevole; c’era una crudezza raschiante che offendeva l’orecchio, ma data la profondità delle cicatrici che arrivavano fino al collo, Dirk trovò sorprendente che l’uomo riuscisse a parlare.

Il Kavalar più alto cercò di aprire la testa del lupo, ma il tettuccio non si sollevò. «Bene, se questo è vero, dobbiamo fare in fretta», disse querulo. «La chiave, Bretan, la chiave!».

Bretan dall’unico occhio fece uno strano rumore, qualcosa che era a metà tra un grugnito e un gorgoglìo. Tentò anche lui di aprire il tettuccio. «Mio caro teyn», gracchiò. «Avevo lasciato la testa appena accostata… io… non ci è voluto più di un istante per salire e per trovarti».

Nel buio Dirk si premette ancora di più contro la parete ed i ganci gli premevano dolorosamente la schiena tra le scapole. Bretan aggrottò la fronte e si inginocchiò, mentre il suo compagno più anziano era in piedi e guardava perplesso.