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«Vi prego di non essere allarmati», ripeté la Voce, ma le luci del soffitto smentivano le sue parole. Si spensero completamente e, per un breve istante, Gwen e Dirk rimasero in un’oscurità terrificante e totale.

«Penso che sia meglio andarcene», disse Gwen quando ritornarono le luci. Si voltò ed aprì il pannello della parete e cominciò a tirare fuori le valigie. Dirk andò ad aiutarla.

«Vi prego di non farvi prendere dal panico», disse la Voce. «Per la vostra sicurezza, vi invito a rimanere nel vostro appartamento. La situazione è sotto controllo. Sfida ha parecchi sistemi di sicurezza, oltre a diverse emergenze per tutti i sistemi più importanti».

Finirono di fare i bagagli. Gwen andò presso la porta. «Sei sull’impianto d’energia secondario, in questo momento?», chiese lei.

«I livelli da uno a cinquanta, da 251 a 300, da 351 a 451 e da 501 a 550 sono al momento sull’impianto di energia secondario», ammise la voce. «Questo non deve provocare allarme. I robotecnici stanno riparando l’impianto primario che sarà rimesso in funzione al più presto possibile, inoltre esistono altri dispositivi di supporto nel caso assai improbabile che debba venire a mancare anche l’erogazione secondaria».

«Non capisco», disse Dirk. «Perché? Qual è la causa del guasto?».

«Vi prego di non essere allarmati», disse la Voce.

«Dirk», disse Gwen calma. «Andiamo». Uscì nel corridoio, con una valigia nella mano destra ed un pacco di sensori appeso alla spalla sinistra con una cinghia. Dirk prese le altre due valige e la seguì nei corridoi di cobalto. Si affrettarono verso gli ascensori. Gwen stava due passi più avanti ed i tappeti ne inghiottivano l’eco.

«I residenti che si faranno cogliere dal panico potranno più facilmente causare incidenti a se stessi di quelli che sceglieranno di rimanere tranquilli nei loro alloggi per tutta la durata di questo piccolo inconveniente», li rimproverò la Voce.

«Dicci che cosa sta succedendo e forse cambieremo idea», disse Dirk. Ma non si fermarono, né rallentarono.

«Sono state messe in atto le disposizioni di emergenza», disse la Voce. Sono stati inviati dei controllori per ricondurvi al vostro appartamento. È per il vostro bene. Ripeto, sono stati inviati dei controllori per ricondurvi al vostro appartamento. Le norme di di-Emerel proibiscono…». Le parole cominciarono improvvisamente a farsi confuse e la voce bassa prese a farsi acuta e diventò un gemito gracchiante che per brevi attimi graffiò le orecchie. Poi venne un improvviso tremendo silenzio.

Le luci si spensero.

Dirk si fermò un istante, poi fece due passi avanti nel buio più assoluto ed andò a sbattere contro Gwen. «Che?», disse. «Scusa».

«Zitto», mormorò Gwen. Cominciò a conteggiare i secondi. Al tredici, i globi appesi agli incroci si riaccesero. Ma la radiazione azzurra si era trasformata in una luminosità spettrale, appena sufficiente per vedere.

«Vieni», disse Gwen. Riprese a camminare, ma questa volta più lentamente, trascinando i piedi con cautela nella debole luce azzurra. Gli ascensori non erano lontani.

Quando i muri ripresero a parlare, la voce non era quella della Voce.

«Questa è una grande città», dissero i muri, «ma non è abbastanza grande da nasconderti, t’Larien. Io ti sto aspettando nelle più basse cantine degli Emereli, al cinquantaduesimo sottolivello. La città è nelle mie mani. Vieni subito. L’energia sarà tolta completamente ed il mio teyn ed io ci metteremo a caccia quando tutto sarà buio».

Dirk riconobbe la persona che parlava. Era difficile sbagliare. Su Worlorn, o su un qualsiasi altro mondo, non sarebbe stato facile trovare qualcuno che possedesse la voce tormentata, gracchiante di Bretan Braith.

8

Rimasero immobili nel corridoio buio come se fossero paralizzati. Gwen era solo un’ombra leggermente azzurra ed aveva gli occhi come due pozzi bui. La bocca aveva dei guizzi ad un angolo e ricordava orribilmente a Dirk il tic di Bretan. «Ci hanno trovati», disse lei.

«Sì», disse Dirk. Stavano tutti e due parlando piano, impazziti di terrore, come se Bretan Braith li potesse sentire, come faceva prima la Voce di Sfida, se loro avessero parlato forte. Dirk si rendeva conto che doveva essere circondato da altoparlanti, e pure da orecchie, ed occhi forse… invisibili perché nascosti dai tappeti attaccati alle pareti.

«Ma come?», disse Gwen. «Non potevano. È una cosa impossibile».

«Ci sono riusciti. Vuol dire che è possibile. Ma adesso che facciamo? È meglio che vada da loro? Che cosa c’è giù al cinquantaduesimo sottolivello?».

Gwen si accigliò. «Non lo so. Sfida non era la mia città. Io so solo che i livelli che si trovano al di sotto del terreno non sono residenziali».

«Macchinari», suggerì Dirk. «Energia. Mezzi vitali».

«Computers», aggiunse Gwen in un debole sospiro senza tono.

Dirk posò le valige che stava portando. Pareva una cosa stupida rimanere aggrappato al vestiario ed ai loro beni a quel punto. «Hanno ammazzato la Voce», disse.

«Può darsi. Ammesso che sia una cosa che si possa ammazzare. Pensavo che si trattasse di una vasta rete di calcolatori, sparsi per tutta la torre. Non lo so. Forse si trattava di una sola installazione molto grande».

«Ad ogni modo sono arrivati al cervello centrale, il centro neurovegetativo, o quel che è. Non ci saranno più consigli amichevoli provenienti dalle pareti. E può darsi che Bretan riesca anche a vederci».

«No», disse Gwen.

«Perché no? La Voce ci vedeva».

«Sì, forse, anche se non credo che i dispositivi sensori della Voce comprendessero anche dei sensori visivi. Cioè, non mi pare che ne dovesse avere bisogno. Possedeva dei sensi diversi, cose che gli esseri umani non hanno. Ma non è questo il punto. La Voce era un supercomputer, fatto per manovrare miliardi di bit contemporaneamente. Bretan non potrebbe fare altrettanto. Nessun essere umano lo potrebbe. Tra l’altro gli input non sono stati fatti per avere un senso per lui, o per te e per me. Hanno senso solo per la Voce. Anche se Bretan si trovasse in un punto in cui potesse aver accesso a tutti i dati che otteneva la voce, per lui non sarebbero altro che delle cose senza senso, oppure il flusso di arrivo sarebbe tanto veloce da risultare in pratica intraducibile. Può darsi che un cibernetista pratico riuscirebbe a ricavarci qualcosa, benché ne dubito molto. Comunque non Bretan. No, a meno che lui conosca un qualche segreto che noi non sappiamo».

«Ha ben saputo come fare a trovarci», disse Dirk. «E sapeva anche dove si trovava il cervello di Sfida e sapeva come mandarlo in cortocircuito».

«Non so come abbia fatto a trovarci», rispose Gwen, «ma non ci voleva molto per arrivare alla Voce. Il sottolivello più basso, Dirk! Si è solo buttato ad indovinare, non poteva fare diversamente. I Kavalari costruiscono le loro granleghe in profondità nella roccia ed il livello più profondo è sempre il più sicuro, questo è certo. È lì che mettono le donne, loro. Ed è lì che sistemano tutti gli altri tesori della granlega».

Dirk rimase a pensare. «Aspetta un po’. Dici che lui non può sapere esattamente dove siamo? Altrimenti, perché vorrebbe farci andare di sotto, perché minacciare di darci la caccia?».

Gwen annuì.

«Comunque, se si trova in un centro di elaborazione», continuò Dirk, «dobbiamo stare attenti. Potrebbe essere anche in grado di trovarci».

«Alcuni calcolatori potrebbero ancora funzionare», disse Gwen, guardando il pallido globo azzurro distante pochi metri da loro. «La città è ancora viva, più o meno».

«Potrebbe chiedere alla Voce dove siamo? Ammesso che la rimetta in funzione?».

«Forse, ma glielo direbbe? Io penso di no. Noi siamo residenti legali, disarmati e lui è un intruso pericoloso che ha violato tutte le norme di di-Emerel».

«Lui? Vuoi dire loro. Chell è con lui. E forse ci sono anche degli altri».

«Be’, allora diciamo una banda di intrusi».

«Ma non potranno essere più di… quanti? Venti? Meno? Come possono sopraffare una città come questa?».

«Di-Emerel è un mondo singolarmente privo di violenza, Dirk. E questo è un mondo costruito per un festival. Dubito che Sfida sia fornita di sistemi di difesa. I controllori…».