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Al livello cinquantasette le deboli luci sopra di loro oscillarono e si spensero e per un istante volarono nel buio assoluto. Poi Gwen accese i fari e rallentò appena un po’. Nessuno dei due parlava, ma Dirk pensava a Bretan Braith e si chiese per un momento se le luci si fossero rotte o fossero state spente. Forse era più probabile quest’ultima ipotesi; un sopravvissuto di sopra doveva certamente aver avvertito i confratelli di granlega di sotto.

Al livello uno la strada finiva in un grande viale e in una rotonda. Riuscivano a vedere pochissimo; solo dove i raggi dei fari battevano formavano ombre che spuntavano improvvisamente fuori dall’oceano di pace che li circondava. Il centro del viale pareva essere costituito da un unico albero. Dirk credette di distinguere un massiccio tronco rugoso, praticamente una parete di legno e riuscirono a sentire il fruscio delle foglie sopra di loro. La strada curvava attorno al grande albero e ritornava su se stessa. Gwen la percorse tutta seguendo l’ampio cerchio.

Dall’altra parte dell’albero c’era un cancello che si apriva verso la notte e Dirk percepì il tocco del vento sul viso e capì perché le foglie stormissero. Appena oltre il cancello, sempre restando sul cerchio, lui guardò fuori. Al di là della porta c’era una strada simile ad un nastro bianco che si allontanava da Sfida.

E c’era una macchina che si muoveva bassa sulla strada, ma veniva velocemente verso la città. Verso di loro. Dirk riuscì a distinguerla per un solo istante. Era scura — ma tutto era scuro nella debole luce delle stelle dei mondi esterni — e metallica. Una specie di bestia Kavalar deforme, che lui non poteva nemmeno tentare di identificare.

Non erano i Ferrogiada, di questo era sicuro.

9

«Ce l’abbiamo fatta», disse Gwen seccamente dopo aver superato il cancello. «Ci stanno inseguendo».

«Ci hanno visti?».

«Dovrebbero. Avevamo le luci accese quando abbiamo superato il cancello. Difficile che non le abbiano viste».

Una spessa oscurità fluiva da entrambi i lati della macchina e le foglie continuavano a stormire sopra di loro. «Scappiamo?», disse Dirk.

«La loro macchina avrà i laser funzionanti, mentre i nostri non funzionano. L’unico punto in cui possiamo andare è la strada esterna. La macchina dei Braith ci darà la caccia ed i cacciatori ci aspettano nascosti lassù, da qualche parte. Noi ne abbiamo uccisi solo due, forse tre. Devono essere di più. Siamo in trappola».

Dirk ci pensò. «Dobbiamo fare di nuovo il giro della rotonda ed uscire dal cancello dopo che loro sono entrati».

«Sì. È un’idea molto logica. Anche se fin troppo logica. Ci sarà un’altra macchina fuori ad aspettarci, suppongo. Io ho un’idea migliore». Mentre parlava fece rallentare la manta fino a farla fermare. Immediatamente davanti a loro la strada si biforcava, illuminata dai fari. A sinistra c’era la rotonda che ritornava su se stessa; a destra c’era la strada esterna, che qui iniziava la sua salita di due chilometri.

Gwen spense le luci e loro vennero inghiottiti dall’oscurità. Quando Dirk fece per parlare, lei gli impose il silenzio con uno sssh! deciso.

Il mondo era nerissimo. Dirk si sentiva come cieco. Gwen, la macchina, Sfida… tutto era scomparso. Sentiva le foglie che sfregavano tra di loro e gli parve di sentire l’altra macchina, quella dei Braith che veniva verso di loro, ma doveva essere la sua immaginazione, perché prima avrebbe dovuto vederne le luci.

C’era un leggero movimento dondolante, come se stessero seduti all’interno di una barca. Qualcosa di duro gli toccò il braccio e Dirk sobbalzò, e qualcos’altro gli graffiò la faccia.

Foglie. Si stavano sollevando, proprio dentro la chioma dell’albero Emereli, che si estendeva da tutte le parti.

Un ramo gli si premette contro, poi si allontanò frustandolo dolorosamente sulla guancia e facendogli uscire il sangue. Le foglie erano tutto attorno a loro. Alla fine ci fu un debole urto, quando le ali della macchina raggiunsero l’altezza dei rami più grossi. Non potevano sollevarsi più di così. Rimasero sospesi, ciechi, avviluppati dal buio e dal fogliame invisibile.

Pochissimo tempo dopo una lama di luce lampeggiò dietro di loro, andando verso destra, su per la strada. Era appena scomparsa che subito ne spuntò un’altra — da sinistra — voltò velocemente alla biforcazione e seguì la prima. Dirk fu molto contento che Gwen avesse ignorato il suo suggerimento.

Rimasero sospesi in mezzo al fogliame per un tempo indeterminabile, ma non apparve nessun’altra macchina. Finalmente Gwen si abbassò di nuovo al livello della strada. «Questo scherzo non li ingannerà in eterno», disse lei. «Quando chiuderanno le trappole e si accorgeranno che noi non ci siamo dentro, cominceranno a farsi delle domande».

Dirk stava tamponando il liquido che gli usciva dalla guancia con un angolo della camicia. Quando senti con le dita che il piccolo rivolo di sangue si era finalmente asciugato, si volse in direzione della voce di Gwen. Era sempre cieco. «Per cui ci daranno la caccia», disse lui. «Questo va bene. Finché si preoccuperanno di capire dove accidenti siamo andati, non uccideranno gli Emereli. E Jaan e Garse arriveranno presto». Mi pare che sia venuto il momento di trovare un nascondiglio».

«Nasconderci, o scappare», rispose Gwen nell’oscurità. Per il momento non aveva ancora toccato i fari della macchina.

«Ho un’idea», disse Dirk. Si toccò di nuovo la guancia. Poi soddisfatto dell’esame, si rimise a posto la camicia. «Quando stavi girando intorno alla rotonda ho notato qualcosa. Una rampa, con un segnale. L’ho vista solo per un istante alla luce dei fari, ma me ne ricordo bene. Worlorn aveva una rete di sotterranee, giusto? Collegavano le città?».

«Vero», disse Gwen. «Però l’hanno smantellata».

«Davvero? Io so solo che i treni non vanno più, ma che mi dici delle gallerie? Le hanno nuovamente riempite?».

«Non lo so. Direi di no». I fari della macchina si accesero all’improvviso e Dirk sbatté gli occhi per la luce improvvisa. «Fammi vedere quel segnale», disse Gwen e ripresero l’ampio cerchio attorno all’albero centrale.

Era l’entrata ad una metropolitana, come aveva immaginato Dirk. Una piccola rampa conduceva giù nell’oscurità. Gwen fermò il movimento in avanti e si sollevò di qualche metro, in modo da illuminare in pieno il cartello segnaletico. «Significa che dobbiamo abbandonare l’aerauto», disse alla fine lei. «L’unica arma che abbiamo».

«Si», disse Dirk. L’entrata era troppo stretta per permettere il passaggio alla manta grigia; evidentemente i costruttori della metropolitana non avevano contato che qualcuno volesse volare lungo le gallerie. «Ma forse è meglio così. Noi non possiamo abbandonare Sfida ed all’interno della città la macchina limiterebbe fin troppo la nostra mobilità. Giusto?». Gwen non rispose immediatamente e Dirk si sfregò la fronte stancamente. «A me pare una cosa giusta, ma forse non riesco a pensare con chiarezza. Sono stanco e probabilmente sarei troppo spaventato se mi soffermassi a pensare con ordine. Sono pieno di lividi e tagli ed ho gran voglia di dormire».

«Bene», disse Gwen, «La sotterranea è la migliore delle possibilità che abbiamo. Possiamo mettere un po’ di chilometri tra noi e loro, e dormire. Non credo che i Braith possano pensare di venirci a cercare qui, dentro le gallerie della metropolitana».

«Allora è deciso», disse Dirk.

Fecero le cose con molto metodo. Gwen fece posare l’aerauto presso la rampa della sotterranea, prese il pacco di sensori e le provviste d’emergenza che aveva posato sul sedile posteriore. Presero gli aeroscooter, cambiando gli stivali e buttando via quelli che avevano indossato fino a quel momento. Tra gli strumenti montati sulla carrozzeria della manta c’era anche una piccola torcia elettrica, una barra di metallo e di plastica lunga come un avambraccio che faceva una pallida luce bianca.