Выбрать главу

Il Parlamento tenne una seduta straordinaria al Nuovo Teatro Bolshoi, dove era inquadrata la Terra su un grande schermo. I pezzi grossi (Prof, Stu, Wolfgang e pochi altri) erano davanti al televisore installato nell’ex ufficio del Governatore. Ogni tanto anch’io mi univo a loro, poi uscivo, dentro e fuori continuamente, nervoso come una gatta, prendevo un panino e dimenticavo di mangiarlo. Non riuscivo a sopportare la presenza degli altri, così, alla fine, mi infilai la tuta e, trovato un cavo telefonico lungo abbastanza, salii in superficie. C’era un apparecchio telefonico di servizio nel capannone-deposito appena fuori dalla porta stagna. Agganciai la derivazione che mi ero portato e mi misi in comunicazione con Mike, poi, con la linea aperta, uscii in superficie, mi sistemai all’ombra del capannone e scrutai la Terra oltre la linea dell’orizzonte.

Splendeva in mezzo al cielo, verso ovest. Era una falce sottile, lunga e brillante. Il sole stava per tramontare sull’orizzonte ma la luce dei suoi raggi mi impediva di vedere la Terra distintamente. La maschera anti-sole non era sufficiente a proteggere gli occhi e dovetti spostarmi ancor più dietro il capannone per farmene schermo. L’alba stava raggiungendo le coste orientali dell’Africa: ora vedevo molto meglio. Ma la calotta del polo Sud era talmente accecante che non riuscivo a vedere in tutti i particolari il Nord America illuminato solo dalla luce lunare.

Regolai il binocolo dell’elmetto (un magnifico strumento, lenti 7x50, già di proprietà del Governatore). Il Nord America si allargò davanti ai miei occhi come una carta geografica spettrale. L’atmosfera era straordinariamente limpida: scorgevo perfino le città, macchie brillanti con i contorni indefiniti. Ore 8.37…

Alle otto e cinquanta Mike iniziò il conto alla rovescia.

Otto e cinquantuno… e cinquantadue… e cinquantatré… ancora un minuto… trenta secondi… dieci, nove, otto, sette, sei, cinque, quattro, tre, due, uno…

All’improvviso il Nord America apparve costellato di minuscole punte di polvere.

21

Colpimmo con tanta violenza che si potevano vedere le esplosioni a occhio nudo. Il mento mi cadde sul petto e mi sfuggì un evviva!, ma in tono basso, quasi riverente. Erano dodici punti luminosi, molto brillanti, bianchi, disposti regolarmente in forma di rettangolo. Lentamente si ingrandirono perdendo splendore e assumendo una colorazione rossastra. Durarono a lungo in quel cielo terso. Vi erano anche altre luci, ma quel reticolato perfetto affascinava talmente che non le notai nemmeno.

— Sì — disse Mike con un tono di vanità soddisfatta. — Abbiamo fatto centro.

— Sono senza parole. Tutti i massi a bersaglio?

— Il carico lanciato sul Lago Michigan è stato colpito sotto e ai lati ma non si è disintegrato. Cadrà nel Michigan, sulla terraferma. Ne ho perduto il controllo perché è rimasta danneggiata l’apparecchiatura elettronica. Quello dello stretto di Long Island è andato a segno. Hanno cercato di intercettarlo, ma non ci sono riusciti. Non saprei dirti perché. Man, posso deviare i massi successivi diretti allo stesso bersaglio, farli cadere nell’Atlantico, in una zona sgombra di navi. Devo farlo? Ho ancora a disposizione undici secondi.

— Ah… sì! Se riesci a evitare le navi.

— Ho detto che potevo. Già fatto. Però ora dobbiamo far sapere alla Terra che li abbiamo fatti deviare noi, di nostra volontà.

— Forse era meglio lasciarli cadere sul bersaglio, Mike. Che se la cavassero loro con i missili intercettatori.

— Ma lo scopo principale è di far capire che non li stiamo colpendo con tutta la forza di cui disponiamo. Vediamo il bombardamento a Colorado Springs.

— Che cosa è successo là? — Ripresi il binocolo, ma riuscii a vedere solo la città-nastro, lunga più di cento chilometri, che collega Denver a Pueblo.

— Centro! Nessuna intercettazione. Tutti i miei colpi vanno a segno. Te lo avevo detto, Man, e sta qui il divertimento. Vorrei poterlo fare tutti i giorni. È una parola di cui fino a ora non avevo capito il valore.

— Che parola, Mike?

— Orgasmo. Quando i proiettili cadono e si accendono come fuochi nell’oscurità. Ora so che cosa vuol dire.

Mi ripresi immediatamente. — Mike, non eccitarti troppo. Se adesso ci va bene, non è detto che avremo altrettanto successo la seconda volta.

— Non importa, Man. Ho registrato le prime esplosioni e posso ritrasmettermi le immagini ogni volta che ne avrò voglia. Ecco! Abbiamo colpito di nuovo il Comando della Difesa Spaziale. Forse non riesci a vedere: è ancora avvolto dalla nuvola di polvere della prima esplosione. Da ora in poi riceveranno una bomba ogni venti minuti. Vieni giù a fare due chiacchiere con calma, Man. Ho passato il lavoro al calcolatore di emergenza, il mio discepolo stupido.

— Non è rischioso?

— Lo sorveglio. Un po’ di pratica gli fa bene: potrebbe capitargli di dover fare tutto da solo, un giorno o l’altro. È molto preciso, anche se è stupido. Se gli dici che cosa deve fare, lo fa.

— Parli di quel calcolatore come se fosse vivo. Sa parlare?

— Oh, no, Man, è stupido, non imparerà mai a parlare. Ma quando lo si programma bene, sa eseguire gli ordini con esattezza. Comincerò a lasciarlo tutto solo sabato.

— Perché sabato?

— Perché sabato dovrà probabilmente occuparsi lui di tutti i lanci. È il giorno in cui ci colpiranno.

— Che cosa dici? Mike, mi vuoi nascondere qualche cosa?

— Te lo sto dicendo, no? È appena successo e sto analizzando i primi dati. Proprio mentre le prime cariche colpivano la Terra, un oggetto si è staccato dall’orbita di parcheggio della Terra. Non l’ho più seguito perché avevo altro da fare. Non l’ho visto mentre accelerava a velocità di fuga perché avevo altro da guardare. È troppo lontano per identificarlo, ma a giudicare dalle sue dimensioni dovrebbe essere un incrociatore delle Nazioni Federate, diretto verso di noi. Il radar doppler registra una probabile orbita circumlunare, con passaggio al periselenio alle nove zero tre di domenica, salvo modifiche di rotta. Questi sono dati approssimativi, ne avrò di migliori più tardi. Ed è difficile avere queste poche informazioni, Man. Usa congegni anti-radar e lascia intorno a sé una nube polverosa.

— Sei sicuro di non sbagliare?

Fece il solito sogghigno. — Man, non mi confondo tanto facilmente. Ho tutti i miei piccoli adorati segnali sulla punta delle dita. Correzione: ore nove, due minuti e quarantatré secondi.

— Quando passerà sotto il nostro tiro?

— Mai, a meno che non cambi direzione. Ma sarò io sotto tiro suo, sabato, penso verso sera; l’ora dipenderà dalla distanza da cui vorrà sparare. E la situazione sarà molto interessante. Potrebbe fare fuoco su una grotta. Penso che comunque si debba evacuare Tycho Under e che in tutte le grotte venga rafforzato al massimo il servizio di emergenza per il mantenimento della pressione. Ma è più probabile che miri alla catapulta. Oppure potrebbe aspettare di bombardarci fino all’ultimo; cioè fino a dove arriva il suo coraggio, poi cercare di mettere fuori uso i miei radar, lanciando piccoli missili contro ciascun raggio.

Mike sogghignò e riprese: — Divertente, non ti pare? Del tipo divertente una volta sola, è ovvio. Se ritiro i radar, i suoi missili non possono colpirli. Ma in questo caso non ho la possibilità di vedere l’incrociatore e non posso dare le coordinate per il puntamento agli artiglieri. Così niente gli impedirebbe di venire a bombardare la catapulta. Comico.

Feci un profondo sospiro e mai come in quel momento rimpiansi il giorno in cui mi ero lasciato invischiare nella rivoluzione e il giorno in cui avevo accettato di fare il ministro della Difesa. — Che cosa dobbiamo fare? Rinunciare? No, Mike! No, fino a che saremo in grado di combattere.

— Ma chi ha parlato di rinunciare? Ho già previsto questa e altre mille situazioni ancora più gravi, Man. Ecco un nuovo dato: è appena partito un secondo incrociatore dall’orbita circumterrestre, con le stesse caratteristiche del primo. Seguiranno altri particolari. Non rinunciamo affatto. Gli daremo del filo da torcere, vecchio galeotto.