Fandorin per dovere di servizio si trovò costretto a partecipare all’indagine sulla «pratica Azazel», tuttavia manifestò talmente poco zelo, che il generale Mizinov ritenne opportuno affidare al suo giovane, capace collaboratore un altro incarico, di cui Erast Petrovič prese a occuparsi con zelo di gran lunga maggiore. Sentiva di non avere la coscienza del tutto pulita nella vicenda Azazel, e che il suo ruolo era piuttosto ambiguo. Il giuramento dato alla baronessa (e involontariamente violato) gli aveva parecchio rovinato le felici settimane precedenti le nozze.
Ed ecco che doveva proprio succedere che il giorno stesso di queste sue nozze gli cadessero sotto gli occhi le vittime «dell’abnegazione, della prodezza e del lodevole zelo» da lui manifestati (così nel decreto imperiale che ne fissava la premiazione).
Fandorin si avvilì, s’abbattè, ragion per cui all’arrivo nella casa avita di via Malaja Nikitskaja Lizanka prese con decisione ogni cosa nelle sue mani: si appartò col cupo marito nella stanza del guardaroba, disposta di fianco dell’anticamera, e con la massima severità vietò di entrare senza permesso, visto che i familiari avevano abbastanza da fare con gli ospiti che arrivavano sempre più numerosi e andavano intrattenuti fino al banchetto. Dalla cucina emanava una fragranza di aromi divini, i cuochi del ristorante Bazar slavo si erano dati da fare senza un attimo di sosta fin dall’alba; dietro le porte sbarrate della sala da ballo l’orchestra riprovava per l’ultima volta i valzer viennesi; nel complesso, tutto procedeva per il suo verso. Non restava che riportare all’ordine lo sposo demoralizzato.
Accertatasi che il motivo dell’improvvisa malinconia non era affatto il ricordo di un qualche amore tornato in mente a sproposito, la sposa si tranquillizzò appieno e si mise con convinzione all’opera. Alle domande dirette Erast Petrovič rispondeva con un muggito e non faceva che cercare di cambiare argomento, quindi fu necessario mutare tattica. Lizanka carezzò il suo promesso sulla guancia, lo baciò prima sulla fronte, poi sulle labbra, poi sugli occhi, e lui si ammorbidì, si sciolse, tornò completamente sotto il suo controllo. Comunque i giovani sposi non avevano nessuna fretta di riunirsi agli ospiti. Il barone più di una volta era andato nell’anticamera e si era avvicinato alla porta chiusa, aveva perfino tossito con delicatezza, ma non si era deciso a bussare.
Bussare però gli toccò.
«Erast!» lo chiamò Aleksandr Apollodorovic, che subito quel giorno aveva cominciato a dare del tu al genero. «Scusami, amico mio, ma è arrivato per te un corriere militare da Pietroburgo. Per una questione urgente!»
Il barone diede un’occhiata al baldo ufficiale con elmo piumato fermo immobile nell’ingresso. Sottobraccio il corriere teneva un involto quadrato impacchettato con la solita carta grigia sigillata in ceralacca con impressa l’aquila bicipite.
Dalla porta si affacciò tutto rosso il giovane sposo.
«Cercate me, tenente?»
«Il signor Fandorin Erast Petrovič?» si sincerò l’ufficiale con voce chiara, con quel non so che tipico delle guardie.
«Sì, sono io.»
«Un plico segreto urgente dalla Terza sezione. Dove lo metto?»
«Mettetelo pure qui», disse Erast Petrovič facendosi da parte. «Scusate, Aleksandr Apollodorovic» (non gli riusciva ancora di chiamare il suocero per nome).
«Capisco. Il lavoro è lavoro», disse il suocero con un inchino della testa, chiuse la porta alle spalle del corriere militare e ci si mise lui davanti per impedire che, Dio non voglia, entrasse un estraneo.
Ma il tenente posò il plico su una sedia e tolse dal risvolto dell’uniforme un foglietto.
«Vogliate firmare la ricevuta.»
«Cosa c’è dentro?» chiese Fandorin apponendo la sua firma.
Lizanka guardava con curiosità l’involto, e non mostrava il benché minimo desiderio di lasciare il marito solo con il corriere.
«Non è notificato», rispose l’ufficiale stringendosi nelle spalle. «Quattro libbre di peso. Da voi si celebra un lieto evento? Magari è legato a questo? In ogni caso, le mie congratulazioni personali. Qui c’è un altro pacchetto che, probabilmente, chiarirà tutto.»
Si tolse dal risvolto della manica una piccola busta priva di intestazione.
«Posso andare?»
Erast Petrovič annuì, dopo avere controllato il timbro sulla busta.
Eseguito il saluto, il corriere militare si voltò di scatto e uscì.
Nella stanza immersa nell’ombra c’era un gran buio, e Fandorin, nascondendo cammin facendo la busta, si avvicinò alla finestra che dava direttamente su via Malaja Nikitskaja. Lizanka abbracciò il marito alle spalle, gli respirò sull’orecchio.
«Allora, cos’è? Congratulazioni?» chiese impaziente e, alla vista di una cartolina lucida con due anellini d’oro, esclamò: «Proprio così! Ohi, che carino!»
In quel momento Fandorin, attratto da un movimento veloce dietro la finestra, alzò gli occhi e si accorse che il corriere militare si stava comportando in un modo un po’ strano. Era corso veloce per i gradini, era saltato di slancio sulla carrozza leggera che lo aspettava, e aveva gridato al cocchiere: «Andiamo! Nove! Otto! Sette!»
Il cocchiere agitò la frusta, si voltò un attimo. Era un cocchiere come tanti: cappello a cupola alta, barba brizzolata, solo gli occhi erano insoliti, molto chiari, quasi bianchi.
«Fermo!» gli gridò furioso Erast Petrovič, e senza pensarci sopra scavalcò il davanzale.
Il cocchiere schioccò la frusta, e la coppia di cavalli neri come corvi partì al trotto.
«Fermo o sparo!» gridò a squarciagola Fandorin mentre correva, anche se non aveva nulla con cui sparare: in occasione delle nozze la fedele Herstal era rimasta in albergo.
«Erast! Dove vai?»
Fandorin si voltò indietro di corsa. Lizanka si sporgeva dalla finestra, sul suo visino era dipinta la più completa perplessità. Un attimo dopo dalla finestra si sprigionarono fuoco e fumo, si ruppero i vetri, ed Erast Petrovič venne scaraventato a terra.
Per un po’ fu tutto silenzioso, buio e tranquillo, poi la brillante luce diurna lo colpì agli occhi, nelle orecchie sentì un rombo assordante, e Fandorin capì di essere vivo. Vide l’acciottolato del marciapiede, ma non riusciva a capire perché l’aveva proprio davanti agli occhi. Guardare la pietra grigia era ripugnante, allora spostò lo sguardo da un’altra parte. Ancora peggio: lì c’era una pallina di sterco equino e accanto qualcosa di sgradevolmente bianco, che luccicava con due cerchietti dorati. Erast Petrovič con un balzo si alzò, lesse una riga vergata con una calligrafia grande, démodé, con uncini e complicati tratti di penna:
My Sweet Boy, This is a Truly Glorious Day!
Il senso di queste parole non arrivò alla sua mente annebbiata, tanto più che l’attenzione del contuso fu attratta da un altro oggetto, posato davanti a lui sul marciapiede e che irraggiava allegre scintille.
Dapprima Erast Petrovič non capì di cosa si trattava. Pensò solo che per questo non poteva esserci posto sulla terra. Poi vide meglio: il luccichio veniva dal cerchietto d’oro all’anulare di un sottile avambraccio di ragazza strappato al gomito.
Lungo la promenade di Tverskoj, a passi rapidi e incerti, senza vedere nessuno attorno a sé, stava passando un giovane molto elegante ma spaventosamente sciatto: un frac costoso ma gualcito, una cravatta bianca ma sporca, nel risvolto un polveroso garofano bianco. I passanti si facevano da parte e accompagnavano lo strano soggetto con occhiate curiose. E non per via del pallore mortale di quel dandy, come se non ce ne fossero abbastanza in giro di tisici, e nemmeno perché, senza ombra di dubbio, era ubriaco da morire (barcollava da un lato all’altro): cose di questo genere se ne vedono di continuo. No, l’attenzione dei passanti, soprattutto delle signore, era attratta da una intrigante particolarità della sua fisionomia: in tutta la sua evidente giovinezza quel libertino aveva le tempie completamente bianche, come gelate dalla brina.