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“Non è tua facoltà capire le strade degli dei, Caramon Majere,” lo interruppe Astinus con freddezza.

“Chi sei tu per giudicarli? Può darsi che anch’essi talvolta falliscano. O che scelgano di rischiare il meglio che possiedono con la speranza che possa diventare ancora migliore.”

“Sia quello che sia,” proseguì Caramon, il volto scuro e preoccupato, “i maghi hanno mandato indietro nel tempo Crysania dando così a mio fratello una delle chiavi di cui aveva bisogno per varcare il Portale. Hanno fallito. Gli dei hanno fallito. E io ho fallito.” Caramon si passò una mano tremante fra i capelli.

“Pensavo di poter riuscire a convincere Raistlin con parole che lo inducessero a tornare indietro dal sentiero fatale che aveva imboccato. Avrei dovuto sapere che non era possibile.” L’omone rise amaramente. “Quali, tra le mie povere parole, l’avevano mai influenzato? Quando si trovò davanti al Portale, preparandosi a entrare nell’Abisso, dicendomi quali erano le sue intenzioni, lo lasciai. Era tutto così facile. Mi sono limitato semplicemente a voltargli le spalle e ad andarmene.”

“Bah!” sbuffò Astinus. “Cosa avresti potuto fare? Allora era forte, più potente di quanto chiunque di noi può anche soltanto cominciare a immaginare. Teneva insieme il campo magico anche solo grazie alla sua potenza e alla sua forza di volontà. Non avresti potuto ucciderlo...”

“No,” annuì Caramon. Il suo sguardo si allontanò dai presenti nella stanza, appuntandosi all’esterno, sulla tempesta che infuriava più ferocemente che mai. “Ma avrei potuto seguirlo... seguirlo nella tenebra, anche se ciò avesse significato la mia morte. Per mostrargli che ero disposto a sacrificare per amore ciò che lui era disposto a sacrificare per la sua magia e la sua ambizione.”

Caramon riportò lo sguardo dentro la stanza. “Allora mi avrebbe rispettato,” dichiarò. “Forse, allora, mi avrebbe ascoltato. E perciò tornerò indietro. Entrerò nell’Abisso”. Ignorò il grido di orrore di Tasslehoff. “E là farò ciò che dev’essere fatto.”

“Ciò che dev’essere fatto,” ripetè Par-Salian con voce febbrile. “Non sai cosa significa! Dalamar...”

Una saetta accecante esplose all’interno della stanza, sbattendo contro le pareti coloro che si trovavano al suo interno. Nessuno potè vedere o sentire più nulla, mentre il tuono scrosciava intorno a loro. Poi, al di sopra dello schianto, si levò un grido tormentato.

Scosso da quell’urlo strangolato, stracolmo di dolore, Caramon riaprì gli occhi, per desiderare soltanto che si chiudessero per sempre, per non vedere più uno spettacolo così macabro. Par-Salian si era trasformato da un pilastro di marmo a un pilastro di fiamma! Intrappolato nell’incantesimo di Raistlin, lo stregone era impotente. Non poteva far altro che urlare mentre le fiamme risalivano lungo il suo corpo immobilizzato, strisciando lente.

Spaventato, Tasslehoff si coprì il viso con le mani e si accucciò, gemendo, in un angolo. Astinus si rialzò dal pavimento, dov’era stato scagliato, portando subito le mani sul libro che ancora stringeva, e subito ricominciò a scrivere... ma la mano gli ricadde inerte, la penna gli scivolò fuori dalle dita.

Ancora una volta cominciò a chiudere la copertina...

“No!” urlò Caramon. Allungò il braccio e appoggiò la mano sulle pagine.

Astinus sollevò lo sguardo su di lui, e Caramon esitò, davanti a quegli occhi immortali. Le mani gli tremarono, ma rimasero saldamente schiacciate sulla eburnea pergamena del volume rilegato in cuoio. Lo stregone morente continuava a gemere in preda a una spaventosa agonia.

Astinus lasciò andare il libro aperto.

“Tienilo tu,” ordinò Caramon, chiudendo il prezioso volume e spingendolo fra le mani di Tasslehoff. Annuendo come istupidito, il kender avvolse le braccia intorno al libro, che era grande quasi quanto lui, e rimase rannicchiato nel suo angolo, guardandosi intorno con orrore, mentre Caramon attraversava la stanza barcollando in direzione dello stregone morente.

“No!” urlò Par-Salian con voce stridula. “Non avvicinarti a me!” I suoi bianchi capelli ondulati e la lunga barba crepitavano, la sua pelle gorgogliava e sfrigolava, il terribile puzzo della carne bruciata si mescolava all’odore dello zolfo.

“Dimmi!” gridò Caramon, alzando le braccia per proteggersi dal calore, avvicinandosi al mago quanto più poteva. “Dimmi, Par-Salian! Cosa devo fare? Come posso impedire tutto questo?”

Gli occhi dello stregone si stavano liquefacendo. La sua bocca-era un buco spalancato nella massa nera e informe che era il suo volto. Ma le sue parole morenti colpirono Caramon come un’altra saetta, rimanendo impresse a fuoco nella sua mente per sempre.

“A Raistlin non dev’essere permesso di lasciare l’Abisso!”.

Libro Secondo.

Il Cavaliere della Rosa Nera.

Lord Soth sedeva sul trono sbriciolato e annerito dal fuoco tra le rovine desolate di Dargaard Keep.

I suoi occhi fiammeggiavano nelle loro orbite invisibili, l’unico segno palese della vita maledetta che ardeva dentro l’armatura carbonizzata di un Cavaliere di Solamnia.

Soth sedeva solo.

Il Cavaliere della Morte aveva congedato i suoi assistenti, ex cavalieri come lui, che gli erano rimasti fedeli in vita, per cui erano stati maledetti e costretti a restargli fedeli anche nella morte.

Aveva mandato via anche le banshee, le donne elfe che avevano avuto un molo nella sua caduta e che adesso erano condannate a servirlo in eterno. Per centinaia d’anni, sin dalla terribile notte della sua morte, Lord Soth aveva ordinato a quelle sfortunate donne di rivivere insieme a lui la sua condanna. Ogni notte, mentre sedeva sul suo trono in rovina, le costringeva a esibirsi, intonando una canzone che raccontava la storia della sua disgrazia e della loro.

Quella canzone causava a Lord Soth un amaro dolore, ma lui benediceva quel dolore. Era dieci volte meglio del nulla che pervadeva il suo empio sopravvivere alla morte in tutti gli altri momenti.

Ma questa notte non aveva ascoltato la canzone. Ascoltava invece la sua storia come gli veniva bisbigliata dall’amaro vento della notte che s’insinuava attraverso i grondoni della rocca in rovina.

«Una volta, molto tempo fa, ero un Lord Cavaliere di Solamnia. Allora ero tutto: aitante, affascinante, coraggioso, sposato a una donna che possedeva una grande fortuna, anche se non la bellezza. I miei cavalieri mi erano devoti. Sì, gli uomini mi invidiavano: ero Lord Soth di Dargaard Keep.

La primavera che precedette il Cataclisma, lasciai Dargaard Keep e cavalcai con il mio seguito fino a Palanthas. C’era un Consiglio dei Cavalieri e la mia presenza era stata richiesta. M’importava poco di quell’incontro del Consiglio, che si sarebbe dilungato con interminabili discussioni relative a regole insignificanti. Ma ci sarebbe stato da bere, una buona compagnia, storie di battaglie e di avventure. Era per quello che ci andavo.

Cavalcavamo lentamente, prendendocela con comodo, le nostre giornate erano piene di canti e di lazzi. Durante la notte alloggiavamo nelle locande quando potevamo, e dormivamo sotto le stelle quando non potevamo. Il tempo era bello, era una primavera mite. Il sole era caldo, le brezze della sera ci rinfrescavano. Avevo trentadue anni, quella primavera. Nella mia vita ogni cosa andava per il meglio. Non ricordo di essere mai stato più felice.

E poi, una notte, maledetta la luna d’argento che l’illuminava, eravamo accampati nella selva. Un grido nel buio ci destò dai nostri sonni. Era il grido di una donna, poi sentimmo le grida di molte donne mescolate alle urla aspre degli orchi.

Ghermendo le nostre armi ci precipitammo nella pugna. Fu una facile vittoria: era soltanto una banda errabonda di ladroni. Per la maggior parte fuggirono al nostro avvicinarsi, ma il capo, o più coraggioso o più ubriaco degli altri, si rifiutava di essere privato della sua preda. Personalmente non lo potevo biasimare. Aveva catturato una giovane e adorabile fanciulla elfa. Alla luce della luna la sua bellezza era radiosa, la sua paura dava un risalto ancora maggiore alla sua fragile avvenenza. Da solo lo sfidai. Combattemmo ed io fui il vincitore. E fu la mia ricompensa, ah, quale dolceamara ricompensa, trasportare fra le mie braccia la fanciulla elfa svenuta là dove si trovavano i miei compagni.