Posso ancora vedere i suoi bellissimi capelli dorati risplendere alla luce delle lune. Posso ancora vedere i suoi occhi, quando si ridestò, fissarsi sui miei, e posso vedere perfino adesso, come lo vidi allora, nascervi l’amore per me. E lei vide, nei miei occhi, l’ammirazione che non potevo nascondere. I pensieri di mia moglie, del mio onore, del mio castello, ogni cosa fuggì via mentre fissavo quel bellissimo volto.
Mi ringraziò, e con quanta timidezza mi parlò! La riconsegnai alle donne elfe, erano un gruppo di chierici in viaggio per Palanthas, e da lì fino a Istar in pellegrinaggio. Lei era soltanto una novizia.
E durante quel viaggio sarebbe stata fatta Reverenda Figlia di Paladine. Lasciai lei e le donne e tornai con i miei uomini all’accampamento. Cercai di dormire, ma sentivo ancora quel corpo snello e giovane fra le mie braccia. Mai prima di allora avevo bruciato a tal punto di passione per una donna.
Quando mi addormentai, i miei sogni furono una dolce tortura. Quando mi svegliai, il pensiero che avremmo dovuto separarci fu come una coltellata nel mio cuore. Mi alzai presto, e tornai al campo elfico. Inventandomi una storia di bande di goblin raminghi che si aggiravano fra quel luogo e Palanthas, non mi fu difficile convincere le donne elfe dell’indispensabilità della mia protezione. I miei uomini non erano contrari a una tale piacevole compagnia, e così viaggiammo con loro. Ma questo non servì ad alleviare la mia sofferenza. Al contrario, la intensificò. Giorno dopo giorno l’osservavo cavalcare accanto a me, ma non abbastanza accanto. Notte dopo notte dormivo solo, con i pensieri in subbuglio.
La volevo. La volevo più di quanto avessi mai voluto una qualunque cosa al mondo. Ma ero un Cavaliere impegnato dal più severo giuramento a rispettare il Codice e la Misura, impegnato dai sacri voti a rimanere fedele a mia moglie, impegnato dai giuramenti di comandante a guidare i miei uomini nel nome dell’onore. A lungo combattei con me stesso e, alla fine, credetti di esserne uscito vittorioso. Domani, dissi, partirò, e sentii la pace discendere su di me.
Intendevo davvero partire, e l’avrei fatto. Ma, maledetto destino, presi parte a una partita di caccia nel bosco e là, lontano dal campo, la incontrai. Era stata mandata a raccogliere erbe.
Lei era sola, io ero solo. I nostri compagni erano lontani. L’amore che avevo visto nei suoi occhi vi risplendeva ancora. Lei aveva sciolto i capelli, che le ricadevano fino ai piedi in una nube dorata. Il mio onore, la mia ferma decisione si dissolsero in un istante, bruciati dalla fiamma del desiderio che mi aveva travolto. Fu facile sedurla, povera, piccola creatura. Un bacio, poi un altro. Poi, trascinandola giù nell’erba fresca, accarezzandola con le mani, facendo tacere le sue proteste con la mia bocca sulla sua, e... una volta che l’ebbi fatta mia... le asciugai le lacrime baciandogliele.
Quella notte venne di nuovo da me, nella mia tenda. Ero smarrito nella beatitudine. Le promisi che l’avrei sposata, naturalmente. Che altro potevo fare? Dapprima non parlavo sul serio. Come avrei potuto? Avevo una moglie, una moglie ricca. Avevo bisogno dei suoi soldi. Le mie spese erano alte.
Ma poi una notte, mentre stringevo la fanciulla elfa tra le mie braccia, seppi che non avrei mai potuto rinunciare a lei. E sistemai le cose in modo che mia moglie venisse rimossa in maniera permanente...
Continuammo il nostro viaggio. Ormai le donne elfe avevano cominciato a sospettare. E come non avrebbero potuto? Era difficile per noi nascondere i nostri segreti sorrisi durante il giorno, difficile evitare ogni occasione per rimanere insieme.
Venimmo, di necessità, separati quando raggiungemmo Palanthas. Le donne elfe andarono ad alloggiare in una delle più belle case usate dal Gran Sacerdote quando veniva a visitare la città.
Insieme ai miei uomini, io raggiunsi i nostri acquartieramenti. Ma ero fiducioso che lei avrebbe trovato il modo di venire da me, dal momento che io non potevo andare da lei. Passata la prima notte, non mi preoccupai troppo. Ma poi passò la seconda, e la terza, e ancora nessuna notizia.
Alla fine, udii bussare alla mia porta. Ma non era lei. Era il capo dei Cavalieri di Solamnia, accompagnato dal capo di ciascuno dei tre Ordini dei Cavalieri. Capii, quando li vidi, quello che doveva essere accaduto. Lei aveva scoperto la verità, e mi aveva tradito.
Invece, non era stata lei a tradirmi, bensì le donne elfe. La mia amante si era ammalata, e quando erano venute a curarla, avevano scoperto che aveva in grembo il mio bambino. Non l’aveva detto a nessuno, neppure a me. Le dissero che ero sposato e, cosa ancora peggiore, nello stesso momento arrivò a Palanthas la notizia che mia moglie era “misteriosamente” scomparsa.
Fui arrestato. Trascinato attraverso le strade di Palanthas, pubblicamente umiliato, fui bersaglio delle rozze battute e dei più ignobili nomignoli della plebaglia. Non c’era niente che alla feccia piacesse di più che vedere un Cavaliere ridotto al loro livello. Giurai che un giorno mi sarei vendicato di tutti loro e della loro bella città. Ma questo pareva senza speranza. Il mio processo fu rapido. Venni condannato a morte, come traditore della cavalleria. Spogliato delle mie terre e del mio titolo, sarei stato giustiziato, la gola mi sarebbe stata tagliata con la mia stessa spada. Accettai la mia morte. Giunsi ad aspettarla con impazienza, convinto ancora che fosse stata lei a respingermi.
Ma la notte prima della mia esecuzione, i miei uomini, che mi erano rimasti fedeli, mi liberarono dalla prigione. Lei si trovava con loro. Mi raccontò tutto, mi disse che portava in grembo il mio bambino.
Le donne elfe l’avevano perdonata, disse, e, anche se adesso non avrebbe potuto mai più diventare una Reverenda Figlia di Paladine, avrebbe ancora potuto vivere fra la sua gente, anche se la sua disgrazia l’avrebbe seguita fino all’ultimo dei suoi giorni. Ma non aveva potuto sopportare il pensiero di andarsene via senza dirmi addio. Mi amava, questo era evidente. Ma capivo che le storie che aveva sentito raccontare su di me la tormentavano.
Inventai alcune bugie su mia moglie alle quali lei credette. Avrebbe creduto che il buio era luce, se gliel’avessi detto. Con l’animo in pace, acconsentì a fuggire con me. Adesso sapevo che era soprattutto per questo che era venuta lì da me. Accompagnato dai miei uomini, fuggii fino a Dargaard Keep.
Avrei dovuto essere soddisfatto di me stesso, della mia vita, della mia nuova sposa... che presa in giro fu quella cerimonia di matrimonio! Ma ero tormentato dal senso di colpa e, cosa ancora peggiore, dalla perdita del mio onore. Mi resi conto di esser fuggito da una prigione soltanto per trovarmi rinchiuso in un’altra... un’altra di mia scelta. Ero sfuggito alla morte soltanto per vivere un’esistenza tenebrosa e sciagurata. Divenni imbronciato, scontroso. Ero sempre pronto agli scatti di collera, pronto a colpire, e adesso le cose andavano peggio. I servitori fuggirono, dopo che ne ebbi colpiti molti. I miei uomini cominciavano a evitarmi. E poi, una notte, picchiai anche lei, lei, l’unica persona a questo mondo che potesse darmi anche soltanto un brandello di conforto.
Guardando nei suoi occhi pieni di lacrime, vidi il mostro che ero diventato. La presi tra le braccia e invocai il suo perdono. I suoi adorabili capelli mi ricaddero intorno. Potei sentire il mio bambino che scalciava nel suo ventre. Inginocchiati là, insieme, pregammo Paladine. Avrei fatto qualsiasi cosa, dissi al dio, per ripristinare il mio onore. Chiesi soltanto che mio figlio, o mia figlia, non crescesse conoscendo la mia vergogna.
E Paladine rispose. Mi parlò del Gran Sacerdote, e di quali arroganti pretese quell’uomo sciocco accampasse nei confronti degli dei. Mi disse che il mondo avrebbe sentito la collera degli dei a meno che, come Huma aveva fatto prima di me, un uomo non fosse stato disposto a sacrificarsi per salvare gli innocenti.