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Capitolo primo.

La carrozza si arrestò sferragliando. I cavalli sbuffarono, con energiche scrollate, facendo tintinnare le bardature, pestando gli zoccoli sulle lisce pietre del selciato come se avessero fretta di finire quel viaggio e di far ritorno alle loro comode stalle.

Una testa sporse dal finestrino della carrozza.

«Buon giorno, signore. Benvenuto a Palanthas. La prego di dichiarare il suo nome e il motivo della sua visita.» Ciò venne detto con voce squillante e in tono formale da un giovane ufficiale dall’aspetto smagliante, che doveva essere appena entrato in servizio. La guardia sbirciò dentro la carrozza e sbatté gli occhi, cercando di aggiustare lo sguardo per distinguere ciò che si trovava là dentro, nelle fresche ombre. Il tardo sole di primavera risplendeva luminoso quanto il volto del giovane, probabilmente perché anch’esso era entrato in servizio da poco.

«Mi chiamo Tanis Mezzelfo,» dichiarò l’occupante della carrozza, «e sono stato invitato dal Reverendo Figlio Elistan. Ho qui una lettera. Se vuole aspettare un istante, io...»

«Lord Tanis!» Il volto dell’ufficiale che si profilava nel finestrino della carrozza divenne scarlatto come l’uniforme adorna di alamari e di spalline da lui indossata. «Mi scusi, signore, io... io non l’avevo riconosciuta, non potevo veder bene, altrimenti sono sicuro che avrei riconosciuto...»

«Maledizione, uomo,» l’interruppe Tanis, irritato, «non stia a scusarsi per aver fatto il suo dovere.

Ecco qui la lettera...»

«Non lo farò, signore. Vale a dire, lo farò, signore. Vale a dire che sì, mi scuso, signore.

Terribilmente dispiaciuto, signore. La lettera? No, non è proprio necessaria, signore.»

Balbettando, l’ufficiale di guardia lo salutò, scattando sull’attenti, batté la testa contro il piccolo parasole del finestrino della carrozza, facendosi male, s’impigliò nella portiera con il polsino merlettato della manica, scattò di nuovo sull’attenti e alla fine fece ritorno barcollando al suo posto, dando l’impressione di essere appena uscito da un combattimento contro una banda di hobgoblin.

Sogghignando fra sé, ma di un cupo sogghigno, Tanis si lasciò andare contro lo schienale mentre la carrozza proseguiva lungo la sua strada, varcando le porte delle Mura della Città Vecchia. Le sentinelle erano state un’idea sua. C’erano volute moltissime discussioni e una grande dose di persuasione da parte di Tanis per convincere Lord Amothus di Palanthas che le porte della città non soltanto dovevano essere sbarrate, ma anche attentamente sorvegliate.

«Ma la gente potrebbe non sentirsi benvenuta. Potrebbe offendersi,» aveva protestato Amothus, debolmente. «E, dopotutto, la guerra è finita.»

Tanis sospirò di nuovo. Quando avrebbero imparato? Mai, suppose, cupo, contemplando fuori del finestrino la città che, più di ogni altra nel continente di Ansalon, incarnava la compiacenza nella quale il mondo era caduto dalla fine della Guerra delle Lance, due anni prima. Due anni prima a primavera, a esser più precisi.

Ciò strappò a Tanis un altro sospiro. Maledizione! Se n’era dimenticato! Il Giorno della Fine della Guerra! Quand’era? Tra due settimane? Tre? Avrebbe dovuto infilarsi quello stupido costume: l’armatura da cerimonia di un Cavaliere di Solamnia, le insegne elfiche, le bardature nanesche. Ci sarebbero state cene con cibi troppo ricchi che l’avrebbero tenuto sveglio metà della notte, discorsi che l’avrebbero fatto dormire dopo cena, e Laurana...

Tanis gemette. Laurana! Lei se ne sarebbe ricordata! Naturalmente! Come poteva essere stato così stupido? Erano rientrati a casa a Solanthas soltanto poche settimane prima, dopo aver partecipato ai funerali di Solostaran a Qualinesti, e quando lui era tornato a Solace per cercare Dama Crysania, ma senza successo, era arrivato un messaggio a Laurana redatto nella scorrevole scrittura elfica:

Tua presenza richiesta urgentemente a Silvanesti!

«Sarò di ritorno fra quattro settimane, mio caro,» lei gli aveva detto, baciandolo teneramente. Ma c’era stata una risata in quegli occhi... quegli occhi adorabili!

Lei lo aveva lasciato! Lo aveva lasciato perché partecipasse a quella dannata cerimonia! E lei sarebbe tornata nelle terre natie degli elfi che, pur lottando ancora per sfuggire agli orrori a essi inflitti dall’incubo di Lorac, erano infinitamente preferibili a una serata insieme a Lord Amothus...

D’un tratto Tanis si rese conto di ciò che aveva pensato. Un ricordo mentale di Silvanesti riaffiorò in lui, con i suoi alberi orrendamente torturati che piangevano sangue, i volti tormentati e contorti dei guerrieri elfi che guardavano fuori dalle ombre. Un’immagine sorse nella sua mente, di una delle cene di Lord Amothus, a mo’ di paragone...

Tanis cominciò a ridere. Sarebbe stato pronto ad affrontare in qualunque momento i guerrieri nonmorti !

In quanto a Laurana, be’, non poteva biasimarla. Queste cerimonie erano abbastanza ardue per lui, ma Laurana era la prediletta di Palanthas, il loro Generale Dorato, colei che aveva salvato la loro bella città dalle devastazioni della guerra. Non c’era niente che non avrebbero fatto per lei, salvo lasciarle un po’ di tempo per se stessa. Durante l’ultima celebrazione del Giorno della Fine della Guerra, Tanis aveva portato a casa sua moglie tenendola fra le braccia, più esausto di quanto lo sarebbe stata lei dopo tre giorni ininterrotti di battaglia.

La immaginò a Silvanesti, intenta a ripiantare i fiori, a lavorare per alleviare i sogni degli alberi torturati, riportandoli un po’ per volta alla vita, a far visita ad Alhana Starbreeze, adesso sua cognata, che doveva esser tornata anche lei a Silvanesti, ma senza il suo nuovo marito, Porthios.

Finora, il loro matrimonio era stato gelido e senza amore, e Tanis si chiese per un breve istante se Alhana non avesse cercato rifugio a Silvanesti proprio per questo motivo. Il Giorno della Fine della Guerra doveva essere arduo anche per Alhana. I suoi pensieri andarono a Sturm Brightblade, il cavaliere che Alhana aveva amato, il quale giaceva morto nella Torre del Grande Chierico e, di qui, i pensieri di Tanis vagarono su altri amici... e nemici.

Come se fosse stata evocata da quei ricordi, un’ombra scura si allungò sopra la carrozza. Tanis guardò fuori dal finestrino. In fondo a una strada lunga, vuota e deserta, intravide una chiazza di tenebra: il Bosco di Shoikan, la foresta guardiana della Torre della Grande Stregoneria di Raistlin.

Perfino da quella distanza, Tanis poteva percepire il gelo che fluiva da quegli alberi, un gelo che riempiva di freddo il cuore e l’anima. Il suo sguardo andò alla Torre che si levava al di sopra dei bellissimi edifici di Palanthas come una punta di lancia di ferro nero conficcata attraverso il bianco seno della città.

I suoi pensieri andarono alla lettera che l’aveva condotto lì a Palanthas. Abbassò lo sguardo su di essa e ne rilesse le parole: Tanis Mezz’elfo.

Dobbiamo incontrarti subito. Emergenza gravissima. Il Tempio di Paladine. Dopoveglia Nascente 12, Quartigiorno, anno 356.

E questo era tutto. Nessuna firma. Tanis sapeva soltanto che Quartigiorno era oggi e, avendo ricevuto la missiva soltanto due giorni prima, era stato costretto a viaggiare giorno e notte per raggiungere Palanthas in tempo. La lingua di quel breve messaggio era l’elfico, la calligrafia anch’essa elfica. Non era insolito. Elistan aveva molti chierici elfi... ma perché non l’aveva firmata?

Sempre che fosse stata compilata davvero da Elistan. Eppure, chi, altrimenti, avrebbe potuto mandare un tale invito a recarsi nel Tempio di Paladine?

Con una scrollata mentale di spalle, ricordando di essersi posto quelle stesse domande più di una volta senza mai arrivare a una conclusione soddisfacente, Tanis tornò a infilare la lettera nella borsa. Il suo sguardo andò, poco volentieri, alla Torre della Grande Stregoneria.

«Scommetto che ha qualcosa a che fare con te, vecchio amico,» mormorò fra sé, corrugando la fronte e pensando, ancora una volta, alla strana scomparsa di quel chierico, Dama Crysania.