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Tanis si alzò in piedi, cominciando senz’accorgersene a camminare avanti e indietro per la stanza, com’era sua abitudine, quando, rendendosi conto che ciò poteva disturbare l’uomo morente, tornò a sedersi, agitandosi a disagio. «Ci sono state sue notizie?» chiese a bassa voce. «Mi spiace, Tanis,» disse Elistan con gentilezza. «Non era mia intenzione addolorarti. Davvero, devi smetterla d’incolpare te stesso. Ciò che lei ha fatto, ha scelto di farlo di propria volontà. Né avrei accettato altrimenti. Tu non avresti potuto né fermarla, né salvarla dal suo destino, qualunque questo possa essere. No, non abbiamo avuto nessuna notizia su di lei.»

«Sì, c’è stata,» replicò Dalamar, con voce gelida, del tutto priva d’emozione, che attirò subito l’attenzione di entrambi gli uomini nella stanza. «È questa una ragione per cui vi ho convocati qui, insieme...»

«Lei ci ha convocati!» esclamò Tanis, balzando di nuovo in piedi. «Ero convinto che fosse stato Elistan a chiederci di venire qui. C’è il suo Shalafi dietro a tutto questo? E lui il responsabile della scomparsa di questa donna?». Fece un passo avanti, il suo volto sotto la barba fulva s’imporporò.

Dalamar si alzò a sua volta in piedi, i suoi occhi scintillarono pericolosamente, la sua mano si mosse in maniera quasi impercettibile verso una delle borse che portava alla cintura. «Perché,» continuò impetuosamente Tanis, «per gli dei, se le ha fatto del male, gli torcerò quel suo collo dorato...»

«Astinus di Palanthas,» annunciò un chierico dalla soglia.

Lo storico era immobile nel vano della porta. Il suo volto senza tempo era del tutto privo d’espressione mentre i suoi occhi grigi esaminavano la stanza, assimilando tutto e tutti con una minuta attenzione per i particolari che la sua penna avrebbe ben presto registrato. Il suo sguardo andò dal volto imporporato per la collera di Tanis a quello orgoglioso e spavaldo dell’elfo e, infine, a quello affaticato e paziente del chierico morente.

«Fatemi indovinare,» osservò Astinus, entrando imperturbabile nella stanza e mettendosi a sedere.

Posando su un tavolo un enorme libro, lo aprì su una pagina vuota, sfilò una penna d’oca da un astuccio di legno che portava con sé, esaminandone con attenzione la punta, poi sollevò lo sguardo.

«Inchiostro, amico,» disse rivolto a uno stupefatto chierico che, dopo un cenno del capo di Elistan, si affrettò a lasciare la stanza. Poi, lo storico continuò la sua frase iniziale: «Fatemi indovinare...

Stavate discutendo di Raistlin Majere.»

«E vero,» annuì Dalamar. «Sono stato io a convocarvi qui.» L’elfo scuro aveva ripreso il suo posto accanto al fuoco. Tanis, sempre accigliato, tornò al suo posto accanto a Elistan. Il chierico, Garad, tornando con l’inchiostro per Astinus, chiese se volevano qualcos’altro. Avendo ricevuto una risposta negativa, lasciò la stanza, aggiungendo con severità, a beneficio di tutti i presenti, che Elistan non stava bene e non doveva venire disturbato per molto.

«Vi ho chiamati qui tutti insieme,» ripetè Dalamar, con lo sguardo sul fuoco. Poi sollevò gli occhi guardando direttamente Tanis. «Lei è venuto fin qui affrontando qualche piccola scomodità. Ma io ci sono venuto sapendo che avrei patito il tormento che tutti quelli della mia fede patiscono, calcando questo suolo sacro. Ma è d’importanza assoluta che io parli a voi tutti, insieme. Sapevo che Elistan non poteva venire da me. Sapevo che Tanis Mezzelfo non sarebbe venuto da me. E così, non avevo altra scelta se non quella di...»

«Procedi,» lo sollecitò Astinus con la sua voce fredda e profonda. «Il mondo scorre mentre noi sediamo qui. Ci hai convocati qui tutti insieme. Questo è stabilito. Per quale ragione?».

Dalamar rimase silenzioso per un momento, il suo sguardo tornò di nuovo al fuoco. Quando parlò, continuò a fissarlo.

«I nostri peggiori timori si sono realizzati,» disse con voce sommessa. «Lui ha avuto successo.».

Capitolo secondo.

La voce si attardò nei suoi ricordi. Qualcuno, inginocchiato accanto alla pozza della sua mente, lasciava cadere le parole dentro la superficie calma e limpida. Increspature di consapevolezza lo disturbavano, risvegliandolo dal suo sonno tranquillo e pacifico.

«Torna a casa... Figlio mio, torna a casa.»

Raistlin aprì gli occhi e vide il volto di sua madre.

Sorridendo, lei gli tese la mano, accarezzandogli i capelli che, in ciuffi bianchi, gli ricadevano sulla fronte. «Povero figlio mio,» mormorò; i suoi occhi scuri erano ammorbiditi dal dolore, dalla pietà e dall’amore. «Cosa ti hanno fatto! Ho osservato. Lo faccio da tanto tempo, ormai... E ho pianto. Sì, figlio mio, perfino i morti piangono. È l’unico conforto che abbiamo. Ma adesso tutto questo è finito. Sei con me. Qui puoi riposare...»

Raistlin lottò per rizzarsi a sedere. Abbassando lo sguardo su se stesso vide, con orrore, che era coperto di sangue. Eppure, non sentiva nessun dolore, pareva che non ci fosse nessuna ferita. Trovò difficile respirare, e annaspò per cercare aria.

«Su, lascia che ti aiuti,» disse sua madre. Cominciò a sciogliere il cordone di seta che lui portava alla vita, il cordone al quale erano appese le borse, con i preziosi materiali per i suoi incantesimi. Di riflesso, Raistlin spinse via la sua mano. Il respiro gli venne più facile. Si guardò intorno.

«Cos’è successo? Dove mi trovo?». Era tremendamente confuso. Gli ritornavano alla mente i ricordi della sua infanzia. Gli ritornavano alla mente i ricordi di due infanzie, la sua, e quella di qualcun altro! Guardò sua madre, lei era qualcuno che lui conosceva... e anche un’estranea!

«Cos’è successo?» ripetè irritato, respingendo i ricordi che salivano nella sua mente come un’onda in piena, minacciando di fargli perdere il controllo del suo equilibrio mentale.

«Tu sei morto, figlio mio,» gli disse sua madre con gentilezza. «E adesso sei qui con me.»

«Morto!» ripetè Raistlin, inorridito.

Riordinò freneticamente i propri ricordi. Ricordò di essere stato vicino alla morte... Come mai aveva fallito? Si portò la mano alla fronte e sentì... carne, ossa, calore... E poi ricordò...

Il Portale!

«No!» gridò furibondo, in preda alla collera, fissando sua madre. «È impossibile.»

«Hai perso il controllo della magia, figlio mio,» disse sua madre, tendendo di nuovo la mano per toccarlo. Raistlin si ritrasse da lei. Con il suo sorriso tenue e triste, un sorriso che lui ricordava fin troppo bene, lei lasciò ricadere la mano in grembo. «Il campo si è spostato, le forze ti hanno lacerato. C’è stata una terribile esplosione che ha completamente spianato le Pianure di Dergoth. La magica fortezza di Zhaman è crollata.» La voce di sua madre tremò. «La vista della tua sofferenza era più di quanto potessi sopportare.»

«Me lo ricordo,» bisbigliò Raistlin, portandosi le mani alla testa. «Ricordo il dolore, ma...»

Ricordava anche qualcos’altro: vivide esplosioni di luci multicolori, ricordava una sensazione di esultanza e di estasi che si gonfiava nella sua anima come una marea, ricordava le teste dei draghi poste a guardia del Portale che urlavano furiose, ricordava di aver avvolto le braccia intorno a Crysania.

Alzandosi in piedi, Raistlin si guardò intorno. Si trovava su un terreno piatto, pianeggiante, un qualche tipo di deserto. In lontananza poteva distinguere delle montagne. Gli parevano familiari, naturalmente! Thorbardin! Il regno dei nani. Si girò. C’erano le rovine della fortezza che parevano un cranio intento a divorare la terra con la bocca eternamente sogghignante. Così, si trovava sui Pianori di Dergoth. Riconosceva il paesaggio. Ma, pur riconoscendolo, gli pareva strano. Ogni cosa era tinta di rosso come se stesse guardando tutti gli oggetti attraverso occhi velati dal sangue. E, anche se quegli oggetti sembravano uguali a come lui li ricordava, allo stesso tempo gli apparivano estranei.

Aveva già visto il Teschio durante la Guerra delle Lance, ma non ricordava di averlo visto sogghignare in quella maniera oscena. Anche le montagne erano nitide e si stagliavano con chiarezza contro il cielo... Il cielo! Raistlin tirò un respiro. Era vuoto! Guardò rapidamente in tutte le direzioni. No, non c’era il sole, eppure non era notte. Non c’erano né lune, né stelle, e aveva un colore così strano... una specie di rosa tenue, spento: il riflesso di un tramonto.