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«Aspetta!» Tanis si rizzò a sedere, all’improvviso se n’era ricordato. «Hai detto che Kitiara era inferocita con Raistlin. Hai detto che lei aveva paura quanto noi che la Regina rientrasse nel mondo.

È per questo che ordinò a Lord Soth di uccidere Crysania. Se è vero, perché mai intende attaccare Palanthas? Non ha senso! Ogni giorno che passa le sue forze, a Sanction, aumentano. I draghi del male si sono riuniti laggiù, e abbiamo ricevuto rapporti secondo i quali i draconici che erano stati dispersi dopo la guerra si sono anch’essi riuniti sotto il suo comando. Ma Sanction si trova a una grande distanza da Palanthas. Nel mezzo si trovano le terre dei Cavalieri di Solamnia. I draghi buoni si desteranno e combatteranno, se i draghi cattivi solcheranno di nuovo i cieli. Perché? Perché dovrebbe rischiare tutto quello che ha guadagnato? E per che cosa...»

«Credo che tu conosca la Signora Kitiara, Mezzelfo!» lo interruppe Dalamar.

Tanis soffocò e borbottò qualcosa. «Scusa?»

«Sì, maledizione, la conosco!» esclamò Tanis con rabbia, colse l’occhiata che Elistan gli aveva scoccato, e riaffondò nella poltrona sentendosi bruciare la pelle.

«Hai ragione,» disse Dalamar con voce melliflua e un luccichio divertito nei suoi chiari occhi di elfo. «Quando Kitiara seppe per la prima volta dei piani di Raistlin, ebbe paura. Non per lui, naturalmente, ma per timore che facesse ricadere su di lei la collera della Regina delle Tenebre.

Ma,» Dalamar scrollò le spalle, «fu allora che Kitiara si convinse che Raistlin dovesse perdere.

Adesso, invece, pare che stia pensando che Raistlin abbia una possibilità di vittoria. E Kit cercherà sempre di trovarsi dalla parte del vincitore. Progetta di conquistare Palanthas per essere pronta ad accogliere lo stregone quando attraverserà il Portale. Kit offrirà a suo fratello la potenza dei suoi eserciti. Se lui sarà abbastanza forte, e a quell’epoca dovrebbe esserlo, potrà facilmente convertire quelle creature malefiche inducendole ad abbandonare la loro fedeltà alla Regina delle Tenebre e a servire la sua causa.»

«Kit?». Ora toccò a Tanis mostrarsi divertito. Dalamar ebbe un leggero sorriso sprezzante.

«Oh, sì, Mezzelfo. Conosco Kitiara in ogni particolare tanto quanto te.»

Ma il tono sarcastico nella voce dell’elfo scuro si fece esitante, trasformandosi inconsciamente in un tono di amarezza. Le sue mani sottili si strinsero. Tanis annuì, comprendendo all’improvviso, e provando, stranamente, una certa simpatia per il giovane elfo.

«Così ha tradito anche te,» mormorò Tanis quasi fra sé. «Ti aveva promesso il suo sostegno, dicendoti che sarebbe stata là, accanto a te. Che quando Raistlin fosse tornato avrebbe combattuto al tuo fianco...»

Dalamar si alzò in piedi, le sue vesti nere frusciarono intorno a lui. «Non mi sono mai fidato di lei,» dichiarò, gelido, ma girò loro la schiena e si mise a fissare intensamente le fiamme, tenendo la faccia voltata dall’altra parte. «Sapevo di quali tradimenti era capace. Non è stata una sorpresa.»

Ma Tanis vide sbiancarsi la mano che stringeva la mensola del caminetto.

«Chi te l’ha detto?» chiese Astinus, all’improvviso. Tanis sussultò. Si era quasi dimenticato della presenza dello storico. «Certamente non la Regina delle Tenebre. A lei non importerebbe nulla di questo.»

«No, no.» Dalamar parve confuso per un attimo. Era ovvio che i suoi pensieri erano stati lontani da lì. Sospirando, levò ancora una volta lo sguardo su di loro. «Me l’ha detto Lord Soth, il Cavaliere della Morte.»

«Lord Soth?» Tanis sentì che stava perdendo la presa sulla realtà.

Freneticamente, il suo cervello cercò un appiglio. Maghi che spiavano altri maghi. Chierici della luce che facevano fronte comune con gli stregoni delle tenebre. La tenebra che si fidava della luce, rivoltandosi contro la tenebra. La luce che diventava tenebra...

«Soth ha promesso fedeltà a Kitiara!» disse Tanis, confuso. «Perché mai dovrebbe tradirla?»

Voltando le spalle al fuoco, Dalamar guardò Tanis negli occhi. Per un intero battito di cuore si stabilì un legame fra i due, un legame forgiato dalla mutua comprensione, da una mutua infelicità, da un mutuo tormento, da una mutua passione. E, tutt’a un tratto, Tanis comprese, e la sua anima si accartocciò su se stessa per l’orrore.

«La vuole morta,» rispose Dalamar.

Capitolo quarto.

Il giovanetto camminava lungo le strade di Solace.

Non era un ragazzino attraente, e lo sapeva, così come sapeva tante cose di sé che spesso ai bambini non veniva dato sapere. Ma, d’altronde, trascorreva moltissimo tempo con se stesso, proprio perché non era attraente e perché sapeva troppo.

Ma oggi non camminava da solo. Suo fratello gemello, Caramon, era con lui. Raistlin si accigliò, stropicciando i piedi in mezzo alla polvere della strada che attraversava il villaggio, osservando come si levasse in nuvole intorno a lui. Poteva anche non essere solo, ma in un certo qual senso era più solo con Caramon che senza di lui. Tutti salutavano a gran voce il suo gemello simpatico e aitante. A lui, invece, nessuno diceva una sola parola. Tutti gridavano perché Caramon si unisse ai loro giochi. Nessuno invitava Raistlin. Le ragazze guardavano Caramon con la coda dell’occhio in quella maniera speciale che hanno le ragazze. Ma quelle stesse ragazze neppure notavano la presenza di Raistlin.

«Ehi, Caramon, vuoi giocare a Re del Castello?» urlò una voce.

«Tu vuoi, Raist?» chiese Caramon, mentre il suo volto s’illuminava per il desiderio. Giovane e atletico com’era, a Caramon piaceva quel gioco rude e faticoso. Ma Raistlin sapeva che, se lui avesse accettato di giocare, si sarebbe ben presto sentito debole e stordito. Sapeva anche che gli altri ragazzi avrebbero litigato per decidere quale squadra, renitente, avrebbe dovuto accoglierlo.

«No. Tu, però, fai pure.»

Caramon fece il muso lungo. Poi, scrollando le spalle, disse: «Oh, non importa, Raist. Preferisco rimanere con te.»

Raistlin sentì che la gola gli si stringeva, insieme allo stomaco. «No, Caramon,» ripetè con voce sommessa, «va tutto bene. Vai pure a giocare.»

«Non hai l’aria di sentirti bene, Raist,» disse Caramon. «Non è un gran gioco, davvero. Su, mostrami quel nuovo trucco di magia che hai imparato, quello con le monetine...»

«Non trattarmi così!» si sentì urlare Raistlin. «Io non ho bisogno di te! Non ti voglio intorno, Vai pure... vai a giocare con quegli sciocchi! Tutti insieme, siete un branco di sciocchi! Non ho bisogno di nessuno di voi!»

Il volto di Caramon si sgretolò. Raistlin ebbe la sensazione di avere appena preso a calci un cane.

Ma questa sensazione servì soltanto a farlo arrabbiare ancora di più. Si allontanò.

«Sicuro, Raist, se è questo che vuoi,» borbottò Caramon. Lanciando un’occhiata dietro le proprie spalle, Raistlin vide il suo gemello che rincorreva gli altri. Con un sospiro, cercando d’ignorare le grida e le risate, Raistlin si sedette in un punto ombreggiato e, tirato fuori uno dei libri d’incantesimi dal suo zaino, cominciò a studiarlo. Ben presto, il fascino della magia lo attirò lontano dalla polvere e dalle risate e dagli occhi feriti del suo gemello. Questo lo condusse in una terra incantata dove era lui a comandare agli elementi, lui a controllare la realtà...