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Il libro degli incantesimi gli ruzzolò dalle mani, cadendo nella polvere ai suoi piedi. Raistlin sollevò lo sguardo, sorpreso. Due ragazzi si ergevano sopra di lui. Uno dei due stringeva in mano un bastone. Diede col bastone un colpo al libro, poi, sollevandolo, urtò Raistlin con forza nel petto.

Siete insetti, disse Raistlin in silenzio ai ragazzi. Insetti. Non significate niente, per me. Meno che niente. Ignorando il dolore nel petto, ignorando quegli insetti davanti a lui, Raistlin allungò la mano per raccogliere il suo libro. Il ragazzo gli montò sulle dita.

Spaventato, ma adesso più rabbioso che impaurito, Raistlin si alzò in piedi. Le sue mani erano la sua vita. Con esse manipolava i fragili componenti degli incantesimi, con esse tracciava i delicati simboli arcani della sua Arte nell’aria.

«Lasciatemi in pace,» disse freddamente, e tale fu il modo in cui parlò, e l’espressione dei suoi occhi, che per un istante i due ragazzi furono colti alla sprovvista. Ma adesso si era raccolta una piccola folla. Gli altri ragazzi avevano lasciato il loro gioco ed erano venuti a divertirsi.

Consapevole che altri li stavano guardando, il ragazzo con il bastone si rifiutò di permettere che quel topo di biblioteca frignone, lagnoso, tutto pelle e ossa, avesse la meglio su di lui.

«Cos’hai intenzione di fare?» lo sbeffeggiò il ragazzo. «Vuoi trasformarmi in rana?»

Vi furono risate. Le parole di un incantesimo presero forma nella mente di Raistlin. Era un incantesimo che non avrebbe dovuto ancora imparare, un incantesimo offensivo, un incantesimo che faceva male, un incantesimo da usare quando il pericolo era davvero una minaccia. Il suo Maestro si sarebbe inferocito. Le labbra sottili di Raistlin s’incurvarono in un sorriso. Alla vista di quel sorriso e dell’espressione dei suoi occhi, uno dei ragazzi arretrò.

«Andiamo via,» mormorò, rivolto al compagno.

Ma l’altro ragazzo non cedette. Raistlin poteva vedere, dietro di lui, il suo gemello immobile in mezzo alla folla, un’espressione incollerita sul volto.

Raistlin cominciò a pronunciare le parole...

... e poi s’immobilizzò. No! C’era qualcosa di sbagliato! Se n’era dimenticato! La sua magia non avrebbe funzionato! Non qui! Le parole gli vennero fuori come un borbottio incomprensibile, non avevano alcun senso. Non successe niente! I ragazzi scoppiarono a ridere. Il ragazzo che stringeva il bastone lo sollevò e colpì Raistlin allo stomaco, facendolo cadere al suolo e mozzandogli il fiato.

Raistlin era carponi, boccheggiante. Qualcuno gli sferrò un calcio. Sentì il bastone colpirlo alla schiena. Qualcun altro lo prese a calci. Adesso rotolò sul terreno, soffocando in mezzo alla polvere, cercando disperatamente di coprirsi la testa con le braccia sottili. Fu investito da una gragnuola di colpi e di calci.

«Caramon!» gridò. «Caramon, aiutami!»

Ma in risposta gli giunse una voce severa e profonda: «Non hai bisogno di me... non ricordi?»

Un sasso lo colpì alla testa facendogli un male terribile. E seppe, malgrado non potesse vedere, che era stato Caramon a scagliarlo. Stava perdendo conoscenza. Delle mani lo stavano trascinando lungo la strada polverosa, lo stavano trascinando verso un pozzo tenebroso e d’un gelo abissale.

L’avrebbero buttato là dentro e lui sarebbe caduto interminabilmente, in mezzo all’oscurità e al freddo, e non si sarebbe mai, mai abbattuto sul fondo, poiché non c’era nessun fondo...

Crysania si guardò intorno. Dov’era? Dov’era Raistlin? Si era trovato con lei soltanto pochi istanti prima, appoggiandosi, in tutta la sua debolezza, al suo braccio. E poi d’un tratto era svanito e lei si era trovata sola a camminare in uno strano villaggio.

Ma era poi davvero strano? Le pareva di ricordare di essere già stata là, o per lo meno in un posto come quello. Era circondata da alti vallenwood. Le case erano costruite sopra gli alberi. C’era perfino una locanda su un albero: vide un’insegna. Solace.

Com’era strano... si meravigliò, guardandosi intorno. Era Solace, senza dubbio. Era stata lì di recente insieme a Tanis Mezzelfo, a cercare Caramon. Ma questa Solace era diversa. Ogni cosa pareva tinta di rosso e soltanto lievemente distorta. Avrebbe voluto continuare a sfregarsi gli occhi, fino a schiarirseli.

«Raistlin!» chiamò.

Non vi fu risposta. La gente che le passava accanto si comportava come se non la sentisse e non la vedesse. «Raistlin!» gridò, mentre sentiva il panico impadronirsi di lei. Cosa mai gli era successo?

Dov’era andato? La Regina delle Tenebre aveva...

Udì un tumulto, bambini che gridavano, che schiamazzavano al di sopra di un urlo sottile, acuto, un’implorazione di aiuto.

Voltandosi, Crysania vide una folla di bambini raccolti intorno a una forma rannicchiata al suolo.

Vide pugni che colpivano e calci che venivano sferrati, vide un bastone che veniva alzato e poi calato con forza. Ancora una volta quell’urlo acuto. Crysania lanciò un’occhiata alla gente raccolta intorno a lei, ma parevano tutti inconsapevoli del fatto che stava accadendo qualcosa d’insolito.

Raccogliendo con la mano le sue bianche vesti, Crysania corse verso i bambini. Vide, quando fu più vicina, che la figura al centro del cerchio era quella di un bambino! Un ragazzino! Colta da un improvviso senso di orrore, si rese conto che lo stavano uccidendo! Raggiunta la folla, afferrò uno dei bambini per strapparlo via. Al tocco della sua mano, il bambino si voltò di scatto per affrontarla.

Crysania si ritrasse atterrita.

Il volto del bambino era bianco, cadaverico, simile a un teschio. La pelle era stirata sopra le sue ossa, le sue labbra erano tinte di viola. La fissò e sfoderò i denti, e i denti erano neri e marci. Il bambino le sferrò un colpo con la mano. Le unghie lunghe le lacerarono la pelle facendole provare una sensazione pungente e paralizzante che la percorse tutta. Gemendo, lasciò la presa, e il bambino, con un sogghigno di perverso piacere sul volto, tornò a voltarsi per tormentare il ragazzo accasciato al suolo.

Fissando i segni sanguinanti sul suo braccio, stordita e indebolita dal dolore, Crysania sentì urlare di nuovo il ragazzo.

«Paladine, aiutami,» implorò. «Dammi forza.»

Afferrò risolutamente uno dei bambini-demoni e lo scagliò di lato, poi ne afferrò un altro. Riuscì infine a raggiungere il ragazzo disteso al suolo e, facendo da scudo col proprio corpo all’altro, sanguinante e privo di sensi, cercò disperatamente per tutto il tempo di respingere i bambini.

Più e più volte sentì quelle unghie lunghe e aguzze lacerarle la pelle, mentre il veleno scorreva attraverso il suo corpo. Ma ben presto si avvide che anche i bambini, non appena la toccavano, si ritraevano in preda al dolore. Alla fine, con un’espressione imbronciata sui loro volti da incubo, si allontanarono, lasciandola sola, sanguinante e nauseata, con la loro vittima.

Girò con delicatezza il corpo tormentato del ragazzo. Gli lisciò all’indietro i capelli castani e lo guardò in viso. Le sue mani cominciarono a tremare. Non era possibile sbagliarsi sulla gracile struttura di quel viso, sulle ossa sottili e fragili, il mento sporgente.

«Raistlin!» bisbigliò Crysania, stringendo nella sua la piccola mano.

Il ragazzo aprì gli occhi...

L’ uomo, vestito di nero, si rizzò a sedere.

Crysania lo fissò, mentre lui si guardava intorno con espressione truce.

«Cosa sta succedendo?» domandò Crysania, rabbrividendo, mentre sentiva gli effetti del veleno che si propagavano attraverso il suo corpo.

Raistlin annuì fra sé. «È così che lei mi tormenta,» disse con voce sommessa. «È così che combatte contro di me, colpendomi là dove sa che sono più debole.» Quegli occhi dorati a forma di clessidra si volsero verso Crysania, le sue labbra sottili sorrisero. «Hai combattuto per me, l’hai sconfitta.»

L’attirò vicino a sé, avvolgendola nelle proprie vesti nere. «Ecco, riposati un po’. Il dolore passerà, e poi proseguiremo il nostro viaggio.»

Ancora tremante, Crysania posò la testa sul petto dell’arcimago, sentendo il suo respiro affannoso che gli raschiava nei polmoni, inspirando quella dolce, tenue fragranza di petali di rosa e di morte...