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Capitolo quinto.

«E così, ecco cosa rimane delle parole e delle promesse coraggiose,» disse Kitiara a bassa voce.

«Ti aspettavi davvero che succedesse altrimenti?» chiese Lord Soth. Le parole, accompagnate da una scrollata dell’armatura antica, risuonarono noncuranti, quasi retoriche. Ma c’era in esse un’acredine che indusse Kitiara a lanciare un’occhiata penetrante al Cavaliere della Morte.

Vedendo che lui la fissava con i suoi occhi arancione nei quali ardeva una strana intensità, Kitiara arrossì. La constatazione che lei aveva rivelato più emozioni di quanto avesse voluto la fece incollerire, e il suo rossore divenne più intenso. Voltò di scatto le spalle a Lord Soth.

Attraversando la stanza, che era ammobiliata con una strana mescolanza di armi, armature, lenzuola profumate di seta, e spessi tappeti di pelliccia, Kitiara si strinse al petto le pieghe della sua sottile camicia da notte con una mano tremante. Era un gesto che serviva assai poco in termini di modestia, e Kitiara lo sapeva, nello stesso momento in cui si chiedeva perché mai l’avesse fatto. Certamente non si era mai preoccupata della modestia prima di allora, specialmente con intorno una creatura che era stata ridotta a un mucchietto di cenere trecento anni prima. Ma d’un tratto si era sentita a disagio sotto lo sguardo di quegli occhi fiammeggianti, che la fissavano da un volto inesistente. Si sentiva nuda ed esposta.

«No, naturalmente no,» rispose Kitiara con freddezza.

«Dopotutto è un elfo scuro,» proseguì Lord Soth con lo stesso tono di voce uniforme e quasi annoiato. «E non fa segreto del fatto che teme tuo fratello più della morte stessa. Quindi, c’è forse da stupirsi che adesso abbia scelto di lottare a fianco di Raistlin piuttosto che a fianco di un branco di vecchi stregoni rincitrulliti che se la fanno dentro gli stivali?»

«Ma avrebbe avuto la possibilità di guadagnare tanto!» ragionò Kitiara, facendo del suo meglio per parlare con lo stesso tono di voce di Lord Soth. Rabbrividendo, raccolse una vestaglia di pelliccia che giaceva ai piedi del suo letto e se la buttò intorno alle spalle. «Gli avevano promesso- la guida delle Vesti Nere. Dopo di che, era certo di prendere il posto di Par-Salian come Capo del Conclave, indiscusso Maestro della magia su Krynn.»

E tu avresti conosciuto altre ricompense, Elfo Scuro, aggiunse Kitiara in silenzio, versandosi un bicchiere di vino rosso. Una volta che quel folle di mio fratello fosse stato sconfitto, nessuno sarebbe stato in grado di fermarti. E i nostri piani? Tu avresti regnato con lo scettro, io con la spada.

Avremmo potuto mettere in ginocchio i cavalieri! Avremmo cacciato gli elfi dalle loro terre natie, la tua terra natia! Tu saresti tornato da trionfatore, mio caro, ed io sarei stata al tuo fianco!

Il bicchiere di vino le scivolò dalla mano. Cercò di riafferrarlo... Ma la sua stretta fu troppo affrettata, la sua morsa troppo forte. Il fragile bicchiere le si infranse tra le mani, tagliandole la pelle. Il sangue si mischiò al vino che sgocciolò sul tappeto.

Le cicatrici riportate in molte battaglie solcavano il corpo di Kitiara, come le mani dei suoi amanti.

Aveva sopportato le sue ferite senza battere ciglio, la maggior parte senza neanche un sussurro. Ma adesso i suoi occhi si riempirono di lacrime. Il dolore le pareva insopportabile.

Accanto a lei c’era un catino. Kitiara affondò la mano nell’acqua fredda, mordendosi il labbro per impedirsi di urlare. L’acqua divenne subito rossa.

«Fa’ venire uno dei chierici!» ringhiò, rivolta a Lord Soth, il quale era rimasto immobile, fissandola con occhi guizzanti. Il Cavaliere della Morte andò alla porta e chiamò un servitore che subito si allontanò. Imprecando fra i denti, sbattendo le palpebre per ricacciare le lacrime, Kitiara afferrò un asciugamano e se lo avvolse intorno alla mano. Quando finalmente il chierico arrivò inciampando per la fretta nelle lunghe vesti nere, l’asciugamano era completamente inzuppato di sangue, e il volto di Kitiara era cinereo sotto la pelle abbronzata.

Il medaglione del Drago a Cinque Teste sfiorò la mano di Kit quando il chierico si chinò sopra di essa, mormorando una preghiera alla Regina delle Tenebre. Ben presto la pelle ferita tornò a chiudersi, il sangue cessò di sgocciolare.

«I tagli non erano profondi. Non dovrebbe esserci nessun danno permanente,» dichiarò il chierico, sforzandosi di rassicurarla.

«Una buona cosa per te!» ribatté Kitiara, seccamente, sempre lottando contro quell’irragionevole debolezza che l’aveva aggredita. «È la mano con cui reggo la spada!»

«Brandirai la lama con la tua abituale facilità e destrezza, posso assicurarlo a Vossignoria,» rispose il chierico. «Ci sarà...»

«No! Esci!»

«Mia signora,» fece il chierico, inchinandosi. «Signor Cavaliere...» e lasciò la stanza.

Restìa a incontrare gli occhi fiammeggianti di Lord Soth, Kitiara evitò di tenere la testa rivolta verso il Cavaliere della Morte, seguendo con lo sguardo le vesti svolazzanti del chierico che stavano scomparendo oltre il vano della porta, la fronte corrugata.

«Che sciocchi! Detesto averli intorno. Comunque, suppongo che tornino utili di tanto in tanto!»

Nonostante si fosse perfettamente rimarginata, la mano le faceva ancora male. È tutto nella mia mente, si disse amaramente. «Ora... che cosa ti proponi di fare a proposito... a proposito dell’elfo scuro?» Prima che Lord Soth potesse risponderle, Kitiara era in piedi e si mise a chiamare a gran voce il servo.

«Pulisci questo pasticcio. E portami un altro bicchiere!». Colpì in viso l’uomo tremante. «Uno dei calici d’oro, stavolta. Sai che detesto questi oggetti fragili fatti dagli elfi! Falli sparire dalla mia vista! Buttali via!»

«Buttarli via?» Il servo azzardò una protesta. «Ma sono preziosi, signora. Arrivano dalla Torre della Grande Stregoneria di Palanthas, dono di...»

«Ho detto di sbarazzartene!». Afferrandoli, Kitiara fracassò i calici l’uno dopo l’altro contro la parete della sua stanza. Il servo si fece piccolo, piccolo, chinandosi per evitare i calici di vetro che gli passavano sibilando sopra la testa, andando a frantumarsi contro la pietra. Quando l’ultimo dei calici ebbe lasciato le sue dita, Kitiara si sedette su una poltrona in un angolo tenendo lo sguardo fisso davanti a sé, senza più muoversi né parlare. Il servo si affrettò a spazzare via i vetri rotti dal pavimento, vuotò l’acqua insanguinata nel bacile per l’acqua sporca, e se ne andò. Quando fece ritorno, Kitiara non si era ancora mossa. E neppure Lord Soth. Il Cavaliere della Morte era rimasto immobile al centro della stanza, con gli occhi che luccicavano nella penombra notturna che si andava addensando nella stanza.

«Devo accendere le candele, signora?» chiese il servo con voce sommessa, posando una bottiglia di vino e un calice d’oro.

«Esci!» gli intimò Kitiara attraverso le labbra irrigidite.

Il servo s’inchinò e se ne andò, chiudendosi la porta alle spalle.

Avanzando con passi silenziosi, il Cavaliere della Morte attraversò la stanza. Si fermò accanto a Kitiara, ancora immobile e in apparenza incapace di vedere, le appoggiò una mano sulla spalla.

Kitiara sussultò al tocco di quelle dita invisibili, il loro gelo le penetrò fino al cuore. Ma non si ritrasse.

«Bene,» disse di nuovo, contemplando la stanza, la cui unica fonte di luce era adesso costituita dagli occhi fiammeggianti del Cavaliere della Morte. «Ti ho fatto una domanda. Cosa dobbiamo fare per impedire a Dalamar e a mio fratello di fare questa pazzia? Cosa dobbiamo fare prima che la Regina delle Tenebre ci distrugga tutti?»

«Devi attaccare Palanthas,» disse Lord Soth.

«Credo che sia realizzabile,» mormorò Kitiara, soprappensiero, battendosi l’elsa della spada contro la coscia.

«Davvero ingegnoso, mia signora,» dichiarò il comandante delle sue forze. L’ammirazione espressa dalla sua voce era genuina.