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«Grazie, Lord Gunthar,» disse Tanis, reggendo in mano il suo boccale di birra ancora intatto e fissando il fuoco. «Grazie per le tue lodi. Vorrei sentire di essermele guadagnate. Adesso, se vuoi dirmi dove conduce questa pista mielata...»

«Vedo che sei molto più umano di quanto tu sia elfo,» dichiarò Lord Gunthar, con un lieve sorriso.

«Molto bene, Tanis: salterò le amenità elfiche e andrò dritto al punto. Credo che le tue passate esperienze ti abbiano reso nervoso... tu ed Elistan, tutti e due. Siamo onesti, amico mio. Tu non sei un guerriero: non sei mai stato addestrato come tale. Sei inciampato per caso in questa guerra.

Adesso vieni con me. Voglio farti vedere qualcosa. Vieni, vieni...»

Tanis appoggiò il boccale ancora pieno sulla mensola del caminetto e si lasciò condurre dalla forte mano di Gunthar. Attraversarono la stanza, che era piena dei mobili solidi, semplici, ma confortevoli preferiti dai Cavalieri. Quella era la stanza da guerra di Gunthar: alle pareti erano montati scudi e spade, insieme agli stendardi dei tre Ordini dei Cavalieri: la Rosa, la Spada, e la Corona. Trofei di battaglie combattute nel corso degli anni luccicavano nelle bacheche dove venivano accuratamente conservati. Al posto d’onore, coprendo l’intera lunghezza della parete, c’era una dragonlance, la prima che Theros Ironfeld aveva forgiato. Intorno a essa erano disposte parecchie spade dei goblin, una lama dai denti di sega, d’un draconico, dall’aspetto malevolo, una gigantesca spada a doppia lama di un orco, e la spada spezzata che era appartenuta allo sventurato cavaliere Derek Crownguard.

Era uno spiegamento di grande effetto, che testimoniava una vita onorata al servizio dei Cavalieri.

Però Gunthar passò oltre senza neanche un’occhiata, diretto a un lato della stanza dov’era un grande tavolo. Delle mappe arrotolate erano infilate in bell’ordine in tanti piccoli scomparti sotto il tavolo e ogni scomparto era diligentemente etichettato. Dopo averli scrutati per qualche istante, Gunthar protese una mano verso il basso, tirò fuori una mappa e la distese sulla superficie del tavolo. Fece segno a Tanis di avvicinarsi. Il mezzelfo si accostò, grattandosi la barba e sforzandosi di apparire interessato.

Gunthar si sfregò le mani soddisfatto. Adesso si trovava nel suo elemento. «È una questione di logistica, Tanis. Pura e semplice. Guarda, qui ci sono gli eserciti della Signora dei Draghi, imbottigliati a Sanction. Ora, ammetto che la Signora dei Draghi è forte: Kitiara dispone di un grande numero di draconici, goblin, e umani, i quali non vedono l’ora che la guerra ricominci. E devo anche ammettere che le nostre spie hanno riferito di un aumento di attività a Sanction. La Signora dei Draghi sta combinando qualcosa. Ma attaccare Palanthas! Nel nome dell’Abisso, Tanis, guarda quanto territorio dovrebbe coprire! E la maggior parte di esso è controllato dai Cavalieri! E anche se avesse le forze sufficienti per superarlo, guarda quanto dovrebbero estendersi le linee per i suoi rifornimenti! Ci vorrebbe il suo intero esercito soltanto per proteggere quelle linee. Potremmo interromperle facilmente in qualsiasi punto.»

Gunthar si tirò di nuovo i baffi. «Tanis, se c’era un Signore in quell’esercito che ho imparato a rispettare, quello era Kitiara. E spietata e ambiziosa, ma è anche intelligente, e certamente non è portata a correre rischi inutili. Ha aspettato due anni, per ricostruire i suoi eserciti, fortificandosi in un luogo dove sa che non osiamo attaccarla. Ha guadagnato troppo, per buttarlo via con un piano avventato come questo.»

«Supponi che non sia questo il suo piano,» borbottò Tanis.

«Quali altri piani potrebbe mai avere, Kitiara?» chiese Gunthar, paziente.

«Non lo so,» sbottò Tanis. «Tu hai detto che la rispetti... ma la rispetti abbastanza? La temi abbastanza? Io la conosco, e ho la netta sensazione che abbia in mente qualcosa...». La sua voce si spense, e puntò gli occhi sulla mappa, inarcando le sopracciglia.

Lord Gunthar rimase in silenzio. Aveva sentito delle strane voci su Tanis Mezzelfo e questa Kitiara.

Non aveva voluto crederci, naturalmente, ma sentiva che sarebbe stato meglio non continuare ulteriormente questo discorso su quanto fosse profonda la conoscenza che il mezzelfo aveva di quella donna.

«Tu non ci credi, vero?» gli chiese Tanis all’improvviso. «Neanche un po’.»

Movendosi a disagio, Gunthar si lisciò i lunghi baffi grigi e, chinandosi sopra il tavolo, cominciò ad arrotolare la mappa usando estrema cautela. «Tanis, figlio mio, tu sai quanto ti rispetti...»

«Ne abbiamo già parlato.»

Gunthar ignorò l’interruzione. «E sai anche che non c’è nessuno al mondo per cui non abbia una reverenza più profonda di quanta ne ho per Elistan. Ma, poi, voi due mi venite a riferire una storia che vi è stata raccontata da una delle Vesti Nere, e un elfo scuro per giunta, una storia su questo stregone Raistlin, il quale entra nell’Abisso e sfida la Regina delle Tenebre! Be’, mi spiace, Tanis.

Non sono più un giovanotto, questo è certo. Ho visto molte cose strane nella mia vita. Ma questa mi sembra una di quelle storie che si raccontano ai bambini la sera per farli addormentare!»

«Così dicevano dei draghi,» mormorò Tanis. Il suo volto s’ imporporò sotto la barba. Si raddrizzò e per un momento rimase a testa china poi, grattandosi la barba, fissò intensamente Gunthar. «Mio signore, ho visto crescere Raistlin. Ho viaggiato con lui, ho combattuto sia con lui sia contro di lui.

So di che cosa è capace quell’uomo!». Tanis afferrò il braccio di Gunthar. «Se non vuoi accettare il mio consiglio, allora accetta quello di Elistan! Abbiamo bisogno di te, Lord Gunthar! Abbiamo bisogno di te, abbiamo bisogno dei Cavalieri. Devi rinforzare la Torre del Sommo Chierico.

Abbiamo poco tempo. Dalamar ci dice che il tempo non ha nessun significato sui piani dell’esistenza della Regina delle Tenebre. Là, Raistlin potrebbe combattere contro di lei per mesi, perfino per anni, ma a noi sembrerebbero soltanto giorni. Dalamar crede che il ritorno del suo Maestro sia imminente. Io gli credo, come pure Elistan. E perché mai gli crediamo, Lord Gunthar?

Perché Dalamar ha paura. E spaventato, e anche noi lo siamo.

«Le tue spie ti hanno detto che c’è un’insolita attività a Sanction. Certamente questa è una prova più che sufficiente! Credimi, Lord Gunthar: Kitiara aiuterà suo fratello. Sa che lui la insedierà come sovrana del mondo, se dovesse aver successo. E lei ama a sufficienza il gioco da rischiare tutto per una simile possibilità! Per favore, Lord Gunthar, se non vuoi ascoltarmi, per lo meno vieni a Palanthas! Parla con Elistan!»

Lord Gunthar studiò il mezzelfo davanti a lui con attenzione. Il capo dei Cavalieri era arrivato a occupare quella posizione perché era, fondamentalmente, un uomo giusto e onesto. Era anche un acuto giudice del carattere di una persona. Aveva ammirato e apprezzato il mezzelfo sin da quando l’aveva incontrato dopo la fine della guerra. Ma non era mai riuscito ad avvicinarsi a lui. Tanis aveva un’aria riservata, poco espansiva, che permetteva a pochi di attraversare la barriera da lui eretta.

Adesso, guardandolo, Gunthar si sentì più vicino a lui di quanto si fosse mai sentito prima. Vedeva saggezza in quegli occhi lievemente obliqui, una saggezza che non era stata conquistata facilmente, una saggezza che veniva dal dolore e dalla sofferenza interiori. Vide paura, la paura di qualcuno il cui coraggio è talmente parte integrante del suo essere, da renderlo pronto ad ammettere di avere paura. Vide in lui un capo di uomini. Non soltanto un uomo che agita una spada e guida una carica in battaglia, ma un vero capo, che comanda in silenzio, tirando fuori il meglio dalla gente, aiutandola a compiere cose che essa stessa non avrebbe mai creduto possibili.