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E sorrise, poiché sapeva, dai sussulti del corpo che lo proteggeva e dalle sommesse grida di angoscia, che le armi stavano colpendo lei, e non lui.

Capitolo settimo.

«Lord Gunthar!» esclamò Amothus, Signore di Palanthas, alzandosi in piedi. «Un piacere inaspettato. E anche tu, Tanis Mezzelfo. Suppongo che siate qui entrambi per progettare la celebrazione della Fine dell’Anno. Sono così contento! Potremo, in tal modo, cominciare in anticipo quest’anno. Io, vale a dire il comitato e io, riteniamo...»

«Sciocchezze,» lo interruppe Lord Gunthar con voce squillante, aggirandosi nella sala per le udienze di Amothus e giudicandola con occhio critico, già calcolando, nella sua mente, quello che ci sarebbe voluto per fortificarla, se fosse risultato necessario. «Siamo qui per discutere la difesa della città.»

Lord Amothus guardò il cavaliere, che stava scrutando fuori dalle finestre e borbottava tra sé, sbattendo le palpebre. A un certo punto, Lord Gunthar si voltò e sbottò: «Troppo vetro!». Una dichiarazione che aumentò la confusione di Amothus a un punto tale che riuscì soltanto a balbettare qualche parola di scusa per poi fermarsi, impotente, al centro della sala.

«Ci stanno attaccando?» si azzardò a chiedere, esitante, dopo qualche altro istante di esplorazione da parte di Gunthar.

Lord Gunthar scoccò a Tanis un’occhiata tagliente. Con un sospiro, Tanis ricordò cortesemente a Lord Amothus l’ammonimento dell’elfo scuro, Dalamar... la probabilità che la Signora dei Draghi, Kitiara, progettasse di entrare a Palanthas per aiutare suo fratello Raistlin, Maestro della Torre della Grande Stregoneria, nella sua lotta contro la Regina delle Tenebre.

«Oh, sì!». Il volto di Lord Amothus si schiarì. Agitò una mano delicata, in un gesto deprecatorio, come per cacciare via dei moscerini. «Ma non credo che tu ti debba preoccupare per Palanthas, Lord Gunthar. La Torre del Sommo Chierico...»

«... è presidiata. Raddoppierò le forze che la difendono. È là che verrà sferrato l’attacco principale, naturalmente, non c’è nessun altro modo per accedere a Palanthas salvo per mare, dal nord, e noi dominiamo i mari. Sì, arriverà per via di terra. Però, Amothus, se le cose dovessero andare storte, voglio che Palanthas sia pronta a difendersi. Adesso...»

Essendo balzato in sella al cavallo dell’azione, per così dire, Gunthar si lanciò alla carica.

Scavalcando ogni rimostranza borbottata da Lord Amothus, che forse avrebbe dovuto discuterne con i suoi generali, Gunthar proseguì al galoppo e ben presto lasciò Amothus a soffocare nella polvere, tra la ridistribuzione delle truppe, la requisizione dei rifornimenti, dei depositi segreti di armi, e mille altre cose del genere. Amothus era disorientato. Si sedette, assunse un’espressione di cortese interesse, e subito cominciò a pensare a qualcos’altro. Comunque, erano tutte sciocchezze.

Palanthas non era mai stata toccata da una sola battaglia. Per prima cosa, gli eserciti avrebbero dovuto superare la Torre del Sommo Chierico, e nessuno, neppure i più grandi eserciti dei draghi dell’ultima guerra, c’era riuscito.

Tanis, osservando tutto questo, e sapendo benissimo quello che Amothus stava pensando, dette in un cupo sorriso fra sé e sé, e stava giusto cominciando a pensare a come anche lui avrebbe potuto sfuggire a quell’attacco travolgente quando si udì un sommesso bussare alle grandi porte adorne di sculture. Con l’espressione di qualcuno che sente le trombe della legione inviata in suo soccorso, Amothus balzò in piedi, ma prima che potesse dire una sola parola, le porte si spalancarono ed entrò un anziano servitore.

Charles era stato al servizio della Real Casa di Palanthas per più di mezzo secolo. Non potevano far niente senza di lui, e lui lo sapeva. Sapeva tutto, dall’esatto numero delle bottiglie di vino in cantina a quali elfi dovevano sedersi accanto a quali altri durante la cena, a quando la biancheria era stata arieggiata l’ultima volta. Anche se era sempre dignitoso e rispettoso, c’era un’espressione sulla sua faccia la quale implicava che, quando lui fosse morto, si aspettava che la Real Casa crollasse addosso al suo padrone.

«Mi spiace disturbarla, mio signore...» cominciò Charles.

«Ma niente affatto!» gridò Lord Amothus, irradiando piacere. «Niente affatto. Prego...»

«... ma c’è un messaggio urgente per Tanis Mezzelfo,» terminò Charles, imperturbabile, con soltanto un lieve accenno di rimprovero nei confronti del suo padrone, per averlo interrotto.

«Oh!» Lord Amothus mostrò un’espressione vacua ed estremamente delusa. «Tanis Mezzelfo?»

«Sì, mio signore,» confermò Charles.

«Non per me?» azzardò come ultima risorsa Amothus, vedendo scomparire al di là dell’orizzonte la legione che avrebbe dovuto accorrere a soccorrerlo.

«No, mio signore.»

Amothus sospirò. «Molto bene. Grazie, Charles. Tanis, suppongo che farai meglio a...»

Ma Tanis aveva già attraversato mezza stanza.

«Cos’è? Non da Laurana...»

«Da questa parte, per favore, mio signore,» disse Charles, guidando Tanis fuori dalla porta. Ad un’occhiata di Charles, il mezzelfo si ricordò giusto in tempo di voltarsi e inchinarsi a Lord Amothus e a Gunthar. Il cavaliere sorrise e agitò la mano. Lord Amothus non riuscì ad astenersi dal lanciare a Tanis un’occhiata invidiosa, per ripiombare poi nell’ascolto di una lista di attrezzature indispensabili per l’olio bollente.

Charles, lentamente e con cura, chiuse la porta dietro di sé.

«Cosa c’è?» chiese Tanis, seguendo il servitore lungo il corridoio. «Il messaggero ha detto nient’altro?»

«Sì, mio signore.» Il volto di Charles si ammorbidì in un’espressione di gentile dolore. «Non dovevo rivelarlo, a meno che non fosse assolutamente necessario per liberarti dai tuoi impegni. Il Reverendo Figlio, Elistan, sta morendo. Non ci si aspetta che sopravviva alla notte.»

I preti del Tempio erano tranquilli e sereni alla morente luce del giorno. Il sole stava tramontando, non in un fiammeggiante splendore, ma avvolto in una morbida luminosità perlacea, riempiendo il cielo con un arcobaleno di colori delicati, quasi un’immensa conchiglia capovolta. Tanis, aspettandosi di trovare una folla di gente lì intorno, in attesa di notizie, con chierici vestiti di bianco che correvano avanti e indietro in preda alla confusione, rimase sorpreso nel constatare che tutto era calmo e ordinato. C’era gente che si riposava sul prato, come al solito, chierici vestiti di bianco passeggiavano accanto alle aiuole fiorite, parlando insieme a bassa voce, oppure, se erano soli, parevano immersi in silenziosa meditazione.

Forse il messaggero si sbagliava, o era stato male informato, pensò Tanis. Ma poi, mentre si affrettava ad attraversare quella distesa di vellutata erba verde, passò accanto a una giovane donna chierico che sollevò lo sguardo su di lui, e vide che i suoi occhi erano rossi e gonfi di pianto. Ma nondimeno gli sorrise, asciugando le tracce del suo dolore, mentre proseguiva per la sua strada.

E poi, Tanis ricordò che né Lord Amothus, sovrano di Palanthas, né Lord Gunthar, capo dei Cavalieri, erano stati informati. Il mezzelfo sorrise tristemente, all’improvviso capiva. Elistan moriva com’era vissuto, in tranquilla dignità.