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Con la mente ancora alla sua lettera, Tanis rimase solo, grato per la quiete ombreggiata del corridoio fiocamente illuminato. Poi, esalando un tremulo sospiro, si allontanò con fermezza, alla ricerca del salotto per la colazione mattutina, adesso divenuto sala della guerra.

Tanis aveva appoggiato la mano sulla maniglia della porta e stava giusto per entrare nella stanza quando con la coda dell’occhio intravide un movimento. Girò la testa, e vide una figura di tenebra materializzarsi dall’aria.

«Dalamar?» esclamò Tanis, stupefatto, lasciando la porta non ancora aperta della sala della guerra e incamminandosi lungo il corridoio in direzione dell’elfo scuro. «Pensavo...»

«Tanis, sei colui che cercavo.»

«Hai notizie?»

«Nessuna che ti possa far piacere sentire,» rispose Dalamar, scrollando le spalle. «Non posso restare a lungo, il nostro destino vacilla sulla lama di un coltello. Ma ti ho portato questo.» Affondò la mano in una borsa di velluto nero appesa al fianco, tirò fuori un braccialetto d’argento e lo porse a Tanis.

Tanis prese in mano il braccialetto e lo esaminò con curiosità. Era largo all’incirca cinque pollici, ed era fatto d’argento massiccio. Tanis giudicò dalla sua larghezza e dal suo peso che fosse stato realizzato per il polso di un uomo. Leggermente imbrunito, vi erano incastonate delle pietre nere, la cui liscia superficie luccicava al tremulo bagliore delle torce, lì nel corridoio. E proveniva dalla Torre della Grande Stregoneria.

Tanis lo tenne in mano con cautela. «È...» esitò, per nulla sicuro di volerlo sapere.

«Magico? Sì,» rispose Dalamar.

«E di Raistlin?». Tanis si “accigliò.

«No.» Dalamar sorrise sardonico. «Lo Shalafi non ha bisogno di difese magiche come questa. Fa parte della collezione di oggetti simili a questo che si trova nella Torre. Questo è molto antico, senza alcun dubbio risale all’epoca di Huma.»

«A cosa serve?» Tanis continuò a studiare il braccialetto con aria dubbiosa, sempre corrugando la fronte.

«Rende resistente alla magia colui che lo porta.»

Tanis sollevò la testa. «La magia di Lord Soth?»

«Qualsiasi magia. Ma, sì, protegge colui che lo porta dal potere della parola del cavaliere della morte: “uccidi”, “stordisci”, “acceca”. Impedirà che colui che lo porta provi gli effetti della paura generata dal cavaliere della morte. E lo difenderà sia dai suoi incantesimi del fuoco sia da quelli del ghiaccio.»

Tanis gratificò Dalamar d’uno sguardo intenso. «Questo è davvero un dono prezioso. Ci offre una possibilità.»

«Colui che lo porterà potrà ringraziarmi quando, e se, tornerà vivo!» Dalamar intrecciò le mani all’interno delle maniche. «Anche senza la sua magia, Lord Soth è un avversario formidabile, per non parlare di quelli che lo seguono e gli hanno promesso fedeltà con un giuramento che neppure la morte potrebbe annullare. Sì, Mezzelfo, ringraziami al tuo ritorno.»

«Io!» esclamò Tanis, stupito. «Ma... sono due anni che non impugno una spada!». Puntò gli occhi su Dalamar, all’improvviso era divenuto sospettoso. «Perché io?»

Il sorriso di Dalamar si allargò. I suoi occhi obliqui luccicarono divertiti. «Dallo a uno dei cavalieri, Mezzelfo. Lascia che uno di loro lo tenga. Capirai. Ricordati, è giunto da un luogo di tenebra. Sa riconoscere uno dei suoi.»

«Aspetta!». Vedendo che l’elfo scuro si preparava ad andarsene, Tanis afferrò il braccio nero di Dalamar. «Soltanto un momento, ancora. Hai detto che c’erano notizie...»

«Non riguardano te.»

«Dimmele.»

Dalamar tacque per qualche istante, le sue sopracciglia si congiunsero per l’irritazione causata da quel ritardo. Tanis sentì il braccio del giovane elfo farsi teso. È spaventato... Tanis se ne rese conto all’improvviso. Ma proprio mentre quel pensiero gli attraversava la mente, vide Dalamar recuperare il controllo di se stesso. I suoi lineamenti decisi divennero calmi, privi di qualsiasi espressione.

«Il chierico, Dama Crysania, è stata mortalmente ferita. Però è riuscita a proteggere Raistlin. Lui è illeso, ed è andato a trovare la Regina. Così mi dice Sua Maestà Tenebrosa.»

Tanis sentì stringerglisi la gola. «E Crysania?» domandò con asprezza. «Lui l’ha lasciata morire?»

«Naturalmente.» Dalamar si mostrò un po’ sorpreso a quest’ultima domanda. «Lei non poteva più essergli di alcuna utilità.»

Abbassando lo sguardo sul braccialetto che teneva in mano, Tanis arse dal desiderio di scagliarlo contro i denti luccicanti dell’elfo scuro. Ma ricordò in tempo che, lui, non poteva permettersi il lusso della collera. Quale situazione folle e contorta! Incongruamente, si ricordò di Elistan che andava alla Torre per portare conforto all’arcimago...

Girando sui tacchi, Tanis si allontanò a grandi passi rabbiosi. Ma strinse con forza il braccialetto che aveva in mano.

«La magia viene attivata quando te lo infili...» la voce sommessa di Dalamar galleggiò attraverso l’alone di furore di Tanis. Avrebbe potuto giurare che l’elfo scuro stava ridendo.

«Cosa succede, Tanis?» chiese Lord Gunthar, quando il mezzelfo fece il suo ingresso nella sala della guerra. «Mio caro amico, sei pallido come la morte...»

«Niente. Ho... ho appena ascoltato delle notizie inquietanti. Sarò a posto fra pochi istanti.» Tanis tirò un profondo respiro, poi lanciò un’occhiata ai cavalieri. «Neppure voi avete un gran bell’aspetto.»

«Un altro brindisi?» intervenne sir Markham, alzando il suo bicchiere di brandy.

Lord Gunthar gli scoccò una severa occhiata di disapprovazione, che il giovane cavaliere ignorò mentre, come se niente fosse, mandava giù il brandy in un sol sorso.

«La cittadella è stata avvistata. Ha superato le montagne. Sarà qui all’alba.»

Tanis annuì. «Press’a poco quello che avevo calcolato.» Si grattò la barba, poi si sfregò gli occhi per la stanchezza. Lanciò un’occhiata alla bottiglia di brandy, ma scosse la testa. No, probabilmente sarebbe servito soltanto a farlo piombare subito nel sonno.

«Che hai lì?» gli chiese Lord Gunthar, allungando la mano per prendere il braccialetto. «Una specie di portafortuna elfico?»

«Non lo toccherei...» cominciò a dire Tanis.

«Dannazione!» Lord Gunthar cacciò un rantolo, allontanando di scatto la mano. Il braccialetto cadde sul pavimento, finendo sul lussuoso tappeto intessuto a mano. Il cavaliere si strinse la mano, in preda al dolore.

Tanis si chinò e raccolse il braccialetto. Gunthar lo fissò con occhi increduli. Sir Markham stava cercando di soffocare le risate.

«Me l’ha portato il mago, Dalamar. Viene dalla Torre della Grande Stregoneria,» spiegò Tanis, ignorando il cipiglio di Lord Gunthar. «Proteggerà colui che lo porta dagli effetti della magia: l’unica cosa che darà a qualcuno la possibilità di avvicinarsi a Lord Soth.»

«Qualcuno!» ripetè Gunthar. Si fissò la mano. Le dita, nei punti in cui avevano toccato il braccialetto, erano bruciate. «Non soltanto questo, ma sono stato attraversato da una scossa che mi ha quasi fermato il cuore! In nome dell’Abisso, chi mai può portare una cosa del genere?»

«Io posso farlo,» replicò Tanis. E giunto da un luogo di tenebra, sa riconoscere uno dei suoi. «Ha qualcosa a che fare con voi cavalieri e i vostri sacri voti a Paladine,» borbottò poi, sentendosi arrossire.

«Seppelliscilo!» ringhiò Lord Gunthar. «Non ci servono gli aiuti che possono darci quelli delle Vesti Nere!»

«A me pare che sia imperativo, per noi, usare tutti gli aiuti che possiamo ottenere, mio signore!» esclamò Tanis, fremente. «Vorrei anche ricordarti che, per quanto possa sembrare strano, siamo tutti sulla stessa sponda! E adesso, sir Markham, cos’hai da dirmi circa i piani per difendere la città?»

Tanis finse di non notare l’occhiataccia di Lord Gunthar, e infilò il braccialetto in una borsa. Quindi, si voltò verso sir Markham il quale, per quanto sorpreso da quell’improvviso appello, si affrettò a venire in aiuto del mezzelfo con il suo rapporto.