Voltando le spalle al giovane cavaliere, il mezzelfo si avvicinò alla finestra. Guardando fuori, aspettò l’alba.
Laurana.
Quando ci siamo accomiatati, una settimana fa, certamente non pensavamo che questo commiato potesse prolungarsi tanto nel tempo. Siamo rimasti separati per la maggior parte della nostra vita.
Ma, devo ammetterlo, non rimpiango la nostra attuale separazione. Mi conforta sapere che sei al sicuro, anche se temo che, qualora Raistlin riuscisse nei suoi disegni, non rimarrà un solo rifugio sicuro in tutto Krynn.
Devo essere onesto, mia carissima. Non ho nessuna speranza che qualcuno di noi riesca a sopravvivere. Guardo in faccia, senza nessuna paura, la consapevolezza che probabilmente morirò, credo di poterlo onestamente dire. Ma non posso guardarla in faccia senza una collera amara.
Durante l’ultima guerra potevo permettermi di essere coraggioso. Non possedevo nulla, perciò non avevo nulla da perdere. Ma non ho mai voluto vivere come vivo adesso. Sono come un taccagno che si pasce della gioia e della felicità che ha trovato, e odia l’idea di doverle cedere. Penso ai nostri piani, ai bambini che speravamo di avere. Penso a te, mia amata, e al dolore che la mia morte provocherà in te, e non riesco quasi più a distinguere questa pagina a causa delle lacrime che sto versando per il dolore e il furore.
Posso soltanto chiederti che questa consolazione sia tua come è mia, questo commiato sarà l’ultimo per noi. Il mondo non potrà più separarci. Ti aspetterò, Laurana, in quel regno dove il tempo medesimo muore.
E una sera, in quel regno di eterna primavera, di eterno crepuscolo, guarderò infondo al sentiero e ti vedrò venire verso di me. Riesco già ora a vederti con tanta chiarezza, amore mio. Gli ultimi raggi del sole al tramonto che risplendono sui tuoi capelli dorati, i tuoi occhi sfolgoranti per l’amore che riempie il mio cuore.
Tu verrai da me.
Ti stringerò fra le braccia.
Chiuderemo gli occhi e cominceremo a sognare il nostro sogno eterno.
Libro terzo.
Il ritorno.
La sentinella alla porta oziava in mezzo alle ombre buie del corpo di guardia della Vecchia Città.
Fuori, poteva udire le voci delle altre sentinelle, tese e scosse per l’eccitazione e la paura, che cercavano di farsi coraggio. Dovevano essere in venti, là fuori, pensò la vecchia guardia con amarezza. Il turno di notte era stato raddoppiato, quelli fuori servizio avevano deciso di rimanere, piuttosto che tornarsene a casa. Sopra di lui, sulle mura, poteva udire il passo lento e costante dei Cavalieri di Solamnia. E da un’altezza ancora maggiore gli giungeva di tanto in tanto lo scricchiolio e lo sbattere delle ali dei draghi o, talvolta, le loro voci. Parlavano gli uni con gli altri nella lingua segreta dei draghi. Quelli erano i draghi di bronzo che Lord Gunthar aveva fatto giungere dalla Torre del Sommo Chierico, i quali sorvegliavano il cielo allo stesso modo in cui gli umani sorvegliavano il terreno.
Tutt’intorno a sé, poteva udire i suoni... i suoni dell’imminente fine.
Quel pensiero aleggiava nella mente del custode della porta, anche se non con quelle esatte parole, naturalmente: né «imminente», né «fine» facevano parte del suo vocabolario. Ma, ugualmente, la consapevolezza era presente in lui. La sentinella alla porta era un vecchio mercenario e aveva vissuto molte di quelle notti. Un tempo era stato giovane come quelli che adesso si trovavano là fuori, intenti a vantarsi delle grandi gesta che avrebbero compiuto il mattino seguente. La sua prima battaglia: lui aveva avuto tanta paura che ancora oggi non riusciva a ricordare nulla.
Ma, dopo, c’erano state moltissime altre battaglie. Ci si abituava alla paura. Diventava parte di noi, proprio come la spada. Il pensiero di quella imminente battaglia non era diverso. Sarebbe giunto al mattino e, se fosse stato fortunato, alla notte.
Un improvviso sferragliare di picche, un vociare e una confusione generale sbalzò la vecchia guardia fuori dalle sue riflessioni filosofiche. Brontolando, ma provando ugualmente una punta dell’antica eccitazione, sporse la testa fuori dal corpo di guardia.
«Ho sentito qualcosa!» ansimò una giovane guardia, correndo verso di lui, quasi col fiato mozzo.
«Là... là fuori! Pareva un tintinnare di armature, un’intera schiera!»
Le altre guardie stavano scrutando l’oscurità. Perfino i Cavalieri di Solamnia avevano smesso di camminare su e giù e stavano guardando lungo l’ampia strada maestra che dalla Città Nuova conduceva a quella Vecchia passando per la porta. Altre torce erano state rapidamente aggiunte a quelle che già ardevano sulle mura. Proiettavano un brillante cerchio di luce sul terreno sottostante.
Ma la luce finiva a circa una ventina di passi di distanza, facendo apparire l’oscurità che stava al di là ancora più oscura. Adesso la vecchia guardia poteva udire i suoni, ma non si fece prendere dal panico. Era abbastanza vecchio d’esperienza da sapere che l’oscurità e la paura potevano far apparire un singolo uomo come un reggimento.
Uscendo con passo pesante dal corpo di guardia, agitò le mani, aggiungendo con un ringhio:
«Tornate ai vostri posti!»
Le guardie più giovani, borbottando, tornarono alle loro posizioni, ma tennero pronte le armi. La vecchia guardia, con la mano sull’elsa della spada, rimase cocciutamente nel mezzo della strada, aspettando.
Ma non comparve un’intera divisione di draconici, bensì un uomo... soltanto un uomo (anche se abbastanza grosso da valere per due) e quello che sembrava un kender.
I due si arrestarono, ammiccando vistosamente al bagliore delle torce. La vecchia guardia li soppesò. L’omone non portava nessun mantello, e la guardia potè vedere che la luce si rifletteva su un’armatura che un tempo magari avrebbe anche potuto rifulgere, ma che adesso era incrostata di fango grigio e perfino annerita in alcuni punti, come se fosse stata esposta al fuoco. Il kender era coperto dello stesso tipo di fango, anche se, a quanto pareva, aveva fatto un certo sforzo per spazzolarlo via dai suoi sgargianti gambali azzurri. L’omone zoppicava, e sia lui sia il kender mostravano tutti i segni di essere stati di recente in battaglia.
Strano, pensò la guardia al cancello. Ancora non c’è stato nessun combattimento, almeno che io sappia.
«Gente fredda, tutti e due,» borbottò la vecchia guardia, notando come la mano dell’omone poggiasse tranquilla sull’elsa della spada mentre lui si guardava intorno facendo il punto della situazione. A sua volta il kender si guardava intorno con la solita curiosità dei kender. La sentinella alla porta fu un po’ sorpresa nel vedere che il kender stringeva fra le braccia un grosso libro rilegato in cuoio.
«Dichiarate le ragioni della vostra presenza,» intimò la guardia, venendo avanti e fermandosi davanti ai due.
«Sono Tasslehoff Burrfoot,» dichiarò il kender, riuscendo, dopo una breve lotta con il libro, a liberare una piccola mano. La porse alla guardia. «E questo è il mio amico, Caramon. Venivamo da Sol...»
«Le nostre ragioni dipendono da dove ci troviamo,» disse l’uomo chiamato Caramon con voce amichevole ma con un’espressione seria sul volto che fece esitare la sentinella.
«Volete dire che non sapete dove vi trovate?» chiese la guardia, insospettita.
«Non siamo di questa parte del paese,» rispose l’omone con freddezza. «Abbiamo perso la nostra mappa. È naturale che, vedendo le luci della città, siamo venuti da questa parte.»
Sì, e io sono Lord Amothus, pensò la guardia. «Qui vi trovate a Palanthas.»
L’omone guardò dietro di sé, poi tornò a fissare la guardia, che a stento gli arrivava alle spalle.
«Così, quella dietro di noi dev’essere la Città Nuova. E dov’è mai la gente? Abbiamo percorso la città in lungo e in largo. Non c’è anima viva.»
«Siamo in allarme.» La guardia fece un cenno con la testa. «Tutti sono stati condotti all’interno delle mura. Credo sia tutto quello che vi serve sapere, per il momento. Adesso, qual è il vostro lavoro, qui? E come mai non sapete quello che sta succedendo? Credo che a quest’ora lo sappia mezzo paese.»