L’omone si passò una mano sulla mandibola incolta con un mesto sorriso. «Un’intera bottiglia di spirito dei nani finisce per offuscare tutto. Non è vero, capitano?»
«E vero,» grugnì la guardia. Ed era anche vero che lo sguardo di quell’individuo era limpido, tagliente e deciso. Fissando quegli occhi, la guardia scosse la testa. Li aveva visti altre volte, gli occhi di un uomo che sta per incontrare la morte e che si è messo in pace sia con gli dei sia con se stesso.
«Vuoi farci entrare?» chiese l’omone. «A giudicare da come stanno le cose, un altro paio di guerrieri potrebbe farvi comodo.»
«Potrebbe farci comodo un uomo delle tue dimensioni,» replicò la guardia. Abbassò lo sguardo sul kender corrugando la fronte. «Ma, in quanto a lui, credo che faremo meglio a lasciarlo qua fuori come esca per le zanzare.»
«Sono un guerriero anch’io!» protestò il kender, indignato. «Diamine, una volta ho salvato la vita a Caramon!». Il suo volto s’illuminò. «Vuoi che te lo racconti? È una storia bellissima. Eravamo in una fortezza magica. Raistlin mi ci aveva portato dopo aver ucciso un mio ami... Ma questo non importa. Comunque, c’erano questi nani scuri che stavano attaccando Caramon, e lui è scivolato, e...»
«Aprite la porta!» gridò la vecchia guardia.
«Su, vieni, Tas,» lo sollecitò l’omone.
«Ma stavo arrivando alla parte migliore!»
«Oh, a proposito,» l’omone si voltò, dopo aver tappato con consumata abilità la bocca del kender,
«mi sapresti dire la data?»
«Terzogiorno, quintomese, 356,» recitò la guardia. «Oh,» aggiunse, «forse sarà meglio che un chierico dia un’occhiata alla tua gamba.»
«Chierici,» mormorò l’omone tra sé. «È vero, me n’ero dimenticato. Adesso ci sono i chierici.
Grazie,» gridò, mentre insieme al kender valicava la porta. La guardia sentì nuovamente pigolare la voce del kender, quando questi riuscì a liberarsi dalla mano dell’omone:
«Pfiu! Dovresti proprio darti una lavata, Caramon. Oh, bah! Accidenti, mi hai riempito la bocca di fango. Adesso, dov’ero rimasto? Oh, sì, avresti proprio dovuto lasciarmi finire! Ero appena arrivato al punto in cui scivolavi sul sangue, e...»
Scrollando la testa, la guardia seguì perplessa i due con lo sguardo. «Che storia,» borbottò, mentre la grande porta tornava lentamente a chiudersi, «e scommetto che neppure un kender potrebbe inventarne una migliore.»
Capitolo primo.
Cosa dice, Caramon?» Tas era in punta di piedi, nel tentativo di sbirciare da sopra il braccio dell’omone.
«Silenzio!» bisbigliò Caramon, irritato. «Sto leggendo.» Scosse il braccio. «E lasciami andare.»
L’omone si era messo a sfogliare rapidamente le Cronache che aveva preso ad Astinus. Ma aveva smesso di girare le pagine e adesso ne stava studiando una con molta attenzione.
Tas, con un sospiro (dopotutto, quel libro l’aveva trasportato lui) si abbandonò contro la parete e si guardò intorno. Si trovavano sotto uno dei bracieri accesi che i palanthani utilizzavano per illuminare le strade durante la notte. Il kender calcolò che doveva essere quasi l’alba. Le nubi della tempesta impedivano il libero passaggio ai raggi del sole, ma la città stava assumendo una squallida colorazione grigiastra. Una nebbia gelida saliva a riccioli dalla baia, vorticando lungo le strade.
Anche se la maggior parte delle finestre era illuminata, c’era poca gente nelle strade. Alla cittadinanza era stato detto di rimanere in casa, a meno che non fossero membri della milizia. Ma Tas poteva distinguere i volti delle donne premuti contro i vetri, che guardavano, in attesa. Di tanto in tanto qualche uomo passava accanto a loro, di corsa, stringendo un’arma in mano, diretto alla porta principale della città. E, a un certo punto, si aprì una porta che dava accesso a un’abitazione proprio di fronte al punto in cui si trovava Tas. Ne uscì un uomo con in pugno una spada arrugginita. Lo seguì una donna piangente. Chinandosi, l’uomo la baciò con tenerezza, poi baciò il bimbetto che la donna stringeva tra le braccia. Infine, voltandosi di scatto, s’incamminò con passo rapido lungo la strada.
Quando passò davanti a loro, Tas vide che il suo volto era rigato di lacrime.
«Oh, no!» borbottò Caramon.
«Cosa? Cosa?» gridò Tas balzando in piedi e cercando di guardare la pagina che Caramon stava leggendo.
«Ascolta: “Il mattino del giornoterzo, la cittadella volante comparve nel cielo sopra Palanthas, accompagnata da stormi di draghi neri e azzurri. E con la comparsa della cittadella nel cielo, vi fu davanti alle porte della Vecchia Città un’apparizione, alla cui vista più d’un veterano di molte campagne si sbiancò per la paura e volse altrove lo sguardo.
«Poiché era comparso, come se fosse stato creato dalla stessa tenebra della notte, Lord Soth, Cavaliere della Rosa Nera, in sella a un incubo con occhi e zoccoli di fuoco. Cavalcò verso la più vicina porta della città senza che nessuno osasse opporsi, e le guardie fuggirono davanti a lui in preda al terrore.
«E lì si fermò.
«‘Signore di Palanthas,’ gridò il Cavaliere della Morte con una voce cavernosa che proveniva dai regni dell’oltretomba, ‘consegna la tua città alla Signora Kitiara. Consegnale le chiavi della Torre della Grande Stregoneria, nominala sovrana di Palanthas, e lei vi permetterà di continuare a vivere in pace. Alla vostra città verrà risparmiata la distruzione.’
«Lord Amothus prese il suo posto sulle mura, fissando il Cavaliere della Morte sotto di lui. Molti di quelli intorno a Lord Amothus non potevano guardare, tanto li aveva scossi la paura. Ma il Lord, malgrado fosse anche lui pallido come la morte, si erse in tutta la sua statura, restituendo coraggio con le sue parole a coloro che l’avevano smarrito:
«Porta questo messaggio alla tua Signora dei Draghi. Palanthas è vissuta nella pace e nella bellezza per molti secoli. Ma non siamo disposti a comperare la pace, né la bellezza, al prezzo della nostra libertà.
«‘Allora compratele al prezzo della vostra vita!’ urlò Lord Soth. Apparentemente dal nulla, si materializzarono le sue legioni: tredici guerrieri scheletrici, che cavalcavano destrieri con occhi e zoccoli di fuoco, si disposero alle sue spalle. E, dietro di loro, in piedi su carri fatti di ossa umane e trainati da wyvern, comparvero le banshee, gli spiriti delle donne elfe costrette dagli dei a servire Lord Soth. Stringevano in pugno spade di ghiaccio. Soltanto udire le loro urla lamentose significava la morte.
«Alzando una mano, resa visibile soltanto dal guanto di cotta d’acciaio che portava, Lord Soth indicò la porta della città che era chiusa e sbarrava loro la strada. Pronunciò una parola magica, e a questa parola un gelo orrendo investì tutti coloro che guardavano, agghiacciando più l’anima che il sangue. Il ferro della porta cominciò a sbiancarsi di brina, poi si tramutò in ghiaccio, poi, a un’altra parola di Lord Soth, la porta, ormai tutta di ghiaccio, s’infranse.
«Lord Soth abbassò la mano e si lanciò attraverso la porta infranta, seguito dalle sue legioni.
«Sull’altro lato della porta, in sella al drago di bronzo Fireflash (il suo nome draghesco era Khirsah), c’era ad aspettarlo Tanis Mezzelfo, eroe delle Dragonlance. Nel medesimo istante in cui vide il suo avversario, il Cavaliere della Morte tentò di trucidarlo urlando la parola magica: ‘Muori!’ Tanis Mezzelfo, essendo protetto dal braccialetto d’argento, il quale offriva una resistenza magica, non fu toccato dall’incantesimo. Ma il braccialetto che gli aveva salvato la vita in quel primo attacco, ora non poteva più aiutarlo...»
«Non poteva più aiutarlo!» urlò Tas, interrompendo la lettura di Caramon. «Cosa significa?»
«Zitto!» sibilò Caramon, e proseguì: «... più aiutarlo. Il drago di bronzo che Tanis cavalcava, non disponendo di protezione magica, morì nell’istante in cui Lord Soth impartiva l’ordine, costringendo Tanis Mezzelfo a fronteggiare a piedi il Cavaliere della Morte. Lord Soth scese di sella per affrontare il suo avversario, secondo le Leggi del Combattimento stabilite dai Cavalieri di Solamnia, leggi che erano ancora vincolanti per il Cavaliere della Morte, anche se lui, da molto tempo, era al di là della loro giurisdizione. Tanis Mezzelfo combatté con coraggio, ma Lord Soth gli era nettamente superiore. Cadde, mortalmente ferito, con la spada del Cavaliere della Morte conficcata nel petto...»