«No!» rantolò Tas. «No! Non possiamo permettere che Tanis muoia!» Sollevò una mano e tirò Caramon per il braccio. «Andiamo! Siamo ancora in tempo per trovarlo e avvertirlo...»
«Non posso, Tas,» disse Caramon con calma. «Devo raggiungere la Torre. Sento che la presenza di Raistlin si avvicina sempre più. Non ho tempo, Tas.»
«Non puoi parlare sul serio! Non possiamo lasciar morire Tanis!» bisbigliò Tas, fissando Caramon con gli occhi spalancati.
«No, Tas, non possiamo,» replicò Caramon, guardando il kender con espressione grave. «Lo salverai tu.»
Questo pensiero mozzò letteralmente il fiato a Tasslehoff. Quando finalmente ritrovò la voce, fu più uno squittio che altro. «Io? Ma, Caramon, io non sono un guerriero! Oh, so di aver detto alla guardia che io...»
«Tasslehoff Burrfoot,» ribadì Caramon, in tono severo, «suppongo sia possibile che gli dei abbiano organizzato tutta questa faccenda soltanto per il tuo divertimento privato. È possibile, ma ne dubito fortemente. Noi facciamo parte di questo mondo, e dobbiamo assumerci delle responsabilità.
Adesso lo capisco. Sì, lo capisco con molta chiarezza.» Sospirò, e per qualche istante il suo volto fu talmente solenne e triste che Tas si sentì afferrare da un nodo alla gola che quasi lo soffocò.
«So bene che faccio parte del mondo, Caramon,» replicò con aria infelice, «e sarei lieto di prendermi tutta la responsabilità che ritengo di poter affrontare. Ma il fatto è che io sono una parte così corta del mondo, se capisci quello che voglio dire. E Lord Soth è una parte così alta e brutta.
E...»
Una tromba squillò, poi un’altra. Sia Tas sia Caramon si azzittirono, ascoltando, fino a quando lo strepito non si fu spento. «Ci siamo, vero?» chiese Tas con voce sommessa. «Sì,» fu la risposta di Caramon. «Farai meglio ad affrettarti.» Chiuse il libro e lo ripose con delicatezza dentro un vecchio zaino che Tas era riuscito a «procurarsi» mentre si trovavano nella Città Nuova deserta. Il kender era riuscito a procurarsi anche alcune borse nuove, oltre ad altri interessanti oggetti, e probabilmente era meglio che Caramon, questo, non lo sapesse. Poi, allungando la mano, l’omone l’appoggiò sulla testa di Tas, lisciandogli quel ridicolo ciuffo. «Grazie, Tas. Grazie.»
«Ma Caramon!» Tas lo fissò, sentendosi tutt’a un tratto molto solo e confuso. «Do... dove andrai?»
Caramon levò lo sguardo al cielo, là dove si profilava la Torre della Grande Stregoneria, uno squarcio nero in mezzo alle nubi tempestose. Le luci ardevano alle finestre più alte della Torre, dove si trovavano il laboratorio e il Portale.
Tas seguì il suo sguardo fino alla Torre. Vide le nubi che si addensavano minacciose intorno a essa, i lampi arcani che guizzavano avvolgendola, quasi trastullandosi con essa. Ricordò quell’unica volta che aveva visto da vicino il Bosco di Shoikan...
«Oh, Caramon! » gridò, afferrando la mano dell’omone. «Caramon, non... aspetta...»
«Addio, Tas,» disse Caramon, staccando da sé con fermezza il kender che gli si era aggrappato addosso. «Devo farlo. Sai cosa accadrà se non lo farò. E anche tu sai quello che devi fare. Adesso affrettati. A quest’ora è probabile che la cittadella sia già sopra la porta.»
«Ma, Caramon...» gemette Tas.
«Tas, devi farlo!» urlò Caramon, la sua voce rabbiosa echeggiò lungo la strada vuota. «Hai intenzione di lasciar morire Tanis senza aiutarlo?»
Tas si ritrasse. Mai prima di allora aveva visto Caramon infuriato, per lo meno non con lui. E durante tutte le avventure che avevano vissuto insieme, Caramon non gli aveva urlato neppure una volta. «No, Caramon,» replicò, mite. «Soltanto che non... non sono sicuro di cosa devo fare...»
«Ti verrà in mente qualcosa,» borbottò Caramon, corrugando la fronte. «Ti succede sempre.»
Voltandosi, si allontanò, lasciando Tas a guardarlo, sconsolato.
«A... addio, Caramon,» gridò il kender, dietro la figura che se ne andava. «Non... non ti deluderò.»
L’omone si voltò. Quando parlò, la sua voce suonò strana a Tas, come se stesse soffocando a causa di qualcosa. «So che non lo farai, Tas, qualunque cosa accadrà.» Con un ultimo cenno della mano, riprese ad allontanarsi lungo la strada.
Tas vide in distanza le ombre scure del Bosco di Shoikan, le ombre che la luce del giorno non avrebbe mai illuminato, le ombre tra le quali si annidavano i guardiani della Torre.
Tas rimase là per un momento, seguendo con lo sguardo Caramon fino a quando non lo perse di vista nel buio. A dir la verità, aveva continuato a sperare che Caramon avrebbe cambiato idea all’improvviso... che si sarebbe voltato, gridandogli: «Aspetta, Tas! Vengo con te a salvare Tanis!»
Ma Caramon non lo fece.
«Ragione per cui, dovrò arrangiarmi da solo,» concluse Tas con un sospiro. «E mi ha urlato!».
Tirando un po’ su col naso, si girò e s’incamminò con passo affaticato nella direzione opposta, verso la porta. Sentiva di avere il cuore là sotto, nelle scarpe infangate, e questo gliele faceva sentire ancora più pesanti. Non aveva assolutamente nessuna idea di come avrebbe fatto a salvare Tanis da un Cavaliere della Morte, e più ci pensava, più gli sembrava insolito che Caramon gli avesse affidato quella responsabilità.
«Comunque, ho salvato la vita a Caramon,» borbottò Tas. «Forse ha finito per rendersi conto che...»
D’un tratto si fermò e rimase immobile come una statua nel mezzo della strada.
«Caramon si è sbarazzato di me!» gridò. «Tasslehoff Burrfoot, hai davvero il cervello d’un pomolo di maniglia, come Flint ti ha detto tante volte. Si è sbarazzato di me! È andato là a morire!
Mandarmi a salvare Tanis è stata soltanto una scusa!» Sconvolto e infelice, Tas scrutò la strada nei due sensi. «E adesso, cosa faccio?» borbottò.
Fece un passo nella direzione in cui era scomparso Caramon. Poi sentì di nuovo squillare una tromba, questa volta con una nota acuta e allarmata e, al di sopra dello squillo, gli parve di udire una voce che gridava ordini... la voce di Tanis.
«Ma se vado con Caramon, Tanis morrà!». Tas si fermò. Quasi voltandosi, fece un passo verso Tanis. Poi si fermò di nuovo, arrotolandosi il ciuffo intorno a un dito, un autentico cavatappi d’indecisione. Il kender non aveva mai sperimentato una simile frustrazione in tutta la sua vita.
«Tutti e due hanno bisogno di me!» gemette in preda all’angoscia. «Come posso scegliere?»
Poi... «Lo so!» la fronte gli si spianò. «Ecco!»
Con un profondo sospiro di sollievo, Tas si girò di scatto, e continuò in direzione della porta, questa volta mettendosi a correre.
«Salverò Tanis,» ansimò, infilando un vicolo come scorciatoia, «e poi tornerò indietro e salverò Caramon. Tanis potrebbe perfino essermi di aiuto.»
Correndo lungo il vicolo, facendo fuggire i gatti, terrorizzati, in tutte le direzioni, Tas corrugò, irritato, la fronte. «Mi chiedo quanti sono in totale gli eroi che ho dovuto salvare,» disse fra sé, arricciando il naso. «A esser franchi, cominciano un po’ tutti a stufarmi.»
La cittadella volante comparve nel cielo sopra Palanthas proprio nell’istante in cui le trombe suonavano il cambio della guardia. Le guglie e i bastioni sgretolati, le torreggianti mura di pietra, le finestre illuminate alle quali si accalcavano i draconici, tutto era chiaramente visibile mentre la cittadella fluttuava verso il basso, ondeggiando nell’aria, le fondamenta appoggiate sulla ribollente nube magica.