«Cosa?» gridò allarmato. «Non sono stato io! Non è colpa mia...» «Se soltanto potessimo salire lassù!» Tanis fissò la cittadella. «Il congegno magico!» gridò Caramon, in preda all’eccitazione, tirandolo fuori dalla tasca interna della camicia che indossava sotto la giubba. «Questo ci porterà lassù!»
«Ci porterà dove?». D’un tratto Tasslehoff si rese conto che stava succedendo qualcosa. «Ci porterà dove...» seguì lo sguardo di Tanis. «Là? Là?». Gli occhi del kender scintillarono luminosi come stelle. «Davvero? Davvero? Dentro la cittadella volante? È meraviglioso! Sono pronto. Andiamo!»
Il suo sguardo andò al congegno magico che Caramon stringeva in mano. «Ma quello funziona soltanto per due persone, Caramon. Come farà Tanis a salire lassù?»
Caramon si schiarì la gola, a disagio, e il kender cominciò a capire.
«Oh, no!» gemette Tas. «No!»
«Mi spiace, Tas,» disse Caramon, trasformando con le mani che gli tremavano il ciondolo piccolo e anonimo nello scettro brillante e ingioiellato, «ma dovremo combattere duramente per riuscire a entrare là dentro...»
«Mi devi portare, Caramon!» gridò Tas. «L’idea era mia! Io posso combattere!». Frugandosi nella cintura, sfoderò il suo pugnaletto. «Ti ho salvato la vita! Ho salvato la vita a Tanis!»
Intuendo dall’espressione sul volto di Caramon che l’amico si sarebbe ostinato sulla sua decisione, Tas si rivolse a Tanis e gli buttò le braccia attorno al corpo, implorandolo. «Portatemi con voi!
Forse il congegno funzionerà per tre persone. O, meglio, due persone e un kender. Sono basso, potrebbe non accorgersi di me... Per favore!»
«No, Tas,» replicò Tanis con fermezza. Staccandosi il kender di dosso, , si avvicinò a Caramon.
Alzando un dito ammonitore, lo mise in guardia, con un’espressione che Tas conosceva benissimo.
«E stavolta parlo sul serio!»
Tas rimase là con un’espressione talmente sconsolata che il cuore di Caramon si riempì di tristi presagi. «Tas,» intervenne con voce sommessa, inginocchiandosi accanto al kender angosciato, «hai visto cosa accadrà se falliremo! Bisogna che Tanis sia con me, mi servono la sua forza, la sua spada... Capisci, vero?»
Tas cercò di sorridere, ma il labbro inferiore gli tremò. «Sì, Caramon, capisco. Mi spiace.»
«E, dopotutto, è stata una tua idea,» aggiunse Caramon in tono solenne, rialzandosi in piedi.
Mentre questo pensiero parve confortare il kender, non contribuì più di tanto a dar fiducia al mezzelfo. «Per qualche motivo,» borbottò Tanis, «questo mi preoccupa.» Lo stesso valse per l’espressione sul volto del kender. «Tas,» Tanis assunse la sua aria più severa, mentre Caramon si spostava fermandosi ancora una volta accanto a lui, «promettimi che troverai qualche posto sicuro e ci rimarrai, e che ti terrai lontano dai guai! Dunque, lo prometti?»
Il volto di Tas era la fedele immagine del tumulto interiore: il kender si morse le labbra, le sue sopracciglia s’intrecciarono, si torse il ciuffo fino in cima alla testa. Poi, d’un tratto, i suoi occhi si allargarono. Sorrise, e finalmente lasciò liberi i capelli che gli si sciolsero lungo la schiena. «Ma certo che lo prometto, Tanis,» dichiarò con un’espressione talmente innocente e sincera che il mezzelfo non potè fare a meno di cacciare un gemito.
Ma adesso non c’era niente che potesse fare. Caramon stava già recitando la magica cantilena, manipolando il congegno. L’ultima immagine che Tanis vide, prima di sparire nelle nebbie turbinanti della magia, fu quella di Tasslehoff ritto su un piede solo, che si sfregava il polpaccio d’una gamba con l’altra, mentre li salutava agitando una mano con un sorriso allegro.
Capitolo terzo.
«Fireflash!» esclamò Tasslehoff, non appena Tanis e Caramon furono scomparsi alla sua vista.
Il kender si voltò e corse fino in fondo alla strada, verso il lato meridionale della città dove i combattimenti erano più violenti. «Poiché,» ragionò fra sé, «è probabile che i draghi stiano conducendo laggiù la loro battaglia.»
Fu allora che Tas si rese conto della sfortunata falla nel suo piano. «Maledizione!» borbottò, fermandosi e sollevando lo sguardo al cielo che brulicava letteralmente di draghi che ringhiavano, artigliavano e si alitavano addosso l’un l’altro rabbiosamente il fiato micidiale. «Adesso, come riuscirò a trovarlo in mezzo a tutta quella confusione?»
Tirando un profondo sospiro esasperato, il kender si sentì subito soffocare e tossì. Si guardò intorno ed ebbe modo di notare che l’aria stava diventando estremamente fumosa e che il cielo, in precedenza grigio a causa dello spuntare dell’alba oltre le nubi tempestose, adesso si stava illuminando d’un bagliore fiammeggiante.
Palanthas era in fiamme.
«Non è proprio il posto sicuro in cui fermarsi,» borbottò Tas. «E Tanis mi ha detto di trovarmi un posto sicuro. Ma il posto più sicuro che conosco è con lui e con Caramon, e loro si trovano lassù in quella cittadella, proprio adesso, e probabilmente si staranno cacciando in guai senza fine, e io sono incastrato qui, in una città che viene data alle fiamme e saccheggiata.» Il kender pensò intensamente. «Ecco!» esclamò all’improvviso. «Rivolgerò una preghiera a Fizban! Ha funzionato un paio di volte, be’... credo che abbia funzionato. E in ogni caso, non può far male.»
Vedendo una pattuglia di draconici che stava arrivando lungo la strada e non volendo nessuna interruzione, Tas s’infilò in un vicolo dove si rannicchiò dietro un cumulo di rifiuti, sollevando lo sguardo al cielo. «Fizban,» recitò in tono solenne, «è questo il momento! Se non usciamo da questa situazione, tanto vale che buttiamo l’argento nel pozzo e andiamo ad abitare con le galline, come diceva mia madre, e anche se non sono molto sicuro di cosa volesse dire, certo ha un suono sinistro.
Devo trovarmi con Tanis e Caramon. Tu sai che non possono cavarsela senza di me. E per raggiungerli mi serve un drago. Ora, questo non è molto. Avrei potuto chiedere molto di più, per esempio che mi facessi saltare l’intermediario mandandomi a sfrecciare fin lassù... Ma non l’ho fatto. Soltanto un drago. Nient’altro.»
Tas aspettò.
Non accadde nulla.
Esalando un sospiro esasperato, Tas fissò il cielo severamente, aspettando ancora un po’.
Ancora niente.
Tas tirò un altro sospiro. «D’accordo, lo ammetto. Darò il contenuto di una borsa, forse perfino di due, per avere la possibilità di volare nella cittadella. Ecco, è la verità. Il resto della verità, comunque. E ti ho sempre ritrovato il cappello...»
Ma, malgrado il suo gesto magnanimo, non comparve nessun drago.
Alla fine Tas si arrese. Rendendosi conto che la pattuglia draconica era ormai passata, si rialzò da dietro il cumulo di spazzatura e ripercorse il vicolo, uscendo nuovamente in strada.
«Bene,» borbottò, «suppongo che tu abbia da fare, Fizban, e...»
In quell’istante il terreno si sollevò sotto i piedi di Tas, l’aria si riempì di rocce infrante, di mattoni e di macerie, un fragore simile a quello del tuono assordò il kender, e poi... silenzio.
Tirandosi su, spazzolandosi via la polvere dai gambali, Tas sbirciò in mezzo al fumo e alle macerie, cercando di vedere cosa fosse successo. Per un attimo pensò che forse un altro edificio gli fosse stato fatto cadere addosso, come a Tharsis. Ma poi vide che non era quello il caso.
Un drago di bronzo giaceva supino in mezzo alla strada. Era coperto di sangue, le sue ali, allargate sopra l’isolato, avevano schiacciato parecchi edifici, la coda giaceva di traverso su parecchi altri.
Aveva gli occhi chiusi e c’erano segni di bruciature lungo i suoi fianchi, e pareva non respirasse più.
«Ora...questo,» dichiarò Tas vivamente irritato fissando il drago, «non era quello che avevo in mente!»
In quel momento, però, il drago si mosse. Una palpebra sbatté e si aprì, e l’occhio parve guardare il kender come se, nello stordimento, lo riconoscesse.
«Fireflash!» ansimò Tas, correndo su per una delle gigantesche zampe, a guardare il drago nell’occhio. «Ti stavo cercando. Sei... sei ferito gravemente?»