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«La Sedia di Capitan Vento,» aggiunse Caramon, fissando con severità il nano. «È così che l’abbiamo sentita chiamare da uno dei goblin.»

«Quello segreto!» disse Rounce con solennità. «Me non dire! Me fatto promessa!»

Caramon ringhiò con tanta ferocia che Rounce divenne bianco sotto lo sporco del suo viso, e Tas, timoroso di vederlo svenire di nuovo, si affrettò a intromettersi. «Puah! Scommetto che non lo sa!» disse, strizzando l’occhio a Caramon.

«Me anche sapere sì!» dichiarò Rounce con alterigia. «Tu tentare trucco per farmi dire. Me non cadere con stupido trucco.»

Tas si accasciò contro la parete con un sospiro. Caramon ringhiò di nuovo, ma il nano, pur ritraendosi intimorito, continuò a guardarlo con intrepida aria di sfida. «Niente strapperà segreto a me!» dichiarò Rounce, incrociando le sudice braccia sul petto coperto di unto e schizzato di cibo.

In alto echeggiarono uno schianto e le voci di molti draconici.

«Uh, Rounce,» mormorò Tanis in tono confidenziale, accucciandosi daccanto al nano, «ma cos’è esattamente quello che non dovresti dire?».

Rounce assunse un’espressione astuta. «Me non dovrei dire che Sedia Capitan Vento in cima a torre di mezzo’. Ecco cosa me non dovrei dire!» guardò Tanis corrugando ferocemente la fronte e sollevò una piccola mano stretta a pugno. «E voi non potere farmi dire!» Raggiunsero il corridoio dove la Sedia di Capitan Vento non si trovava stando a Rounce che li aveva guidati per tutta la strada continuando a dire: «Questa non porta che conduce a scala che conduce a posto segreto.»

Entrarono con cautela, pensando che finora le cose erano andate un pochino troppo lisce. E avevano ragione. Giunti circa a metà corridoio, una porta si spalancò. Venti draconici seguiti dall’usufruitore di magia Bozak, si lanciarono al loro inseguimento.

«Mettetevi dietro di me!» esclamò Tanis, sfoderando la spada. «Ho ancora il braccialetto...».

Ricordando che Tas si trovava con loro, aggiunse: «Almeno credo,» e fissò furioso il proprio braccio. Il braccialetto era ancora là.

«Tanis,» disse Caramon sguainando la spada e ritraendosi lentamente mentre i draconici, in attesa delle istruzioni del Bozak, esitavano, «ci rimane poco tempo! Lo so! Lo sento! Devo arrivare alla Torre della Grande Stregoneria! Qualcuno deve salire là sopra e far volare questo affare!»

«Uno solo di noi non può tenerne a bada tanti!» replicò Tanis, «il che non lascia libero nessuno per manovrare la Sedia di Capitan...» le parole gli si spensero sulle labbra. Fissò Caramon. «Oh, non dirai sul serio...»

«Non abbiamo nessun’altra scelta,» ringhiò Caramon mentre la cantilena del mago s’innalzava di nuovo nell’aria. Si girò per dare un’occhiata a Tasslehoff.

«No,» cominciò a dire Tanis, «assolutamente no...» «Non c’è nessun’altra maniera!» insistette Caramon. Tanis sospirò, scuotendo la testa.

Il kender li fissò tutti e due, sbattendo le palpebre, confuso. Poi, d’un tratto, capì.

«Oh, Caramon...» bisbigliò stringendosi le mani, evitando a stento d’infilzarsele col pugnaletto.

«Oh, Tanis... meraviglioso! Farò in modo che tu sia orgoglioso di me! Ti condurrò fino alla Torre!

Non avrai da rammaricartene! Rounce, avrò bisogno del tuo aiuto.»

Afferrando il nano per il braccio, Tas si lanciò di corsa lungo il corridoio verso una scala a chiocciola che Rounce stava indicando, insistendo:

«Quella scala non porta a luogo segreto!»

Progettata da Lord Ariakas, ex capo delle forze della Regina delle Tenebre, durante la Guerra delle Dragonlance, la Sedia di Capitan Vento permetteva di manovrare una cittadella volante, ed era passata alla storia come una delle più brillanti creazioni della mente brillante, anche se tenebrosa e contorta, di Lord Ariakas, appunto.

La Sedia si trovava in una stanza costruita appositamente per essa, proprio in cima alla cittadella.

Arrampicandosi su per una stretta gradinata a spirale, Capitan Vento giungeva infine a una scaletta a pioli di ferro che conduceva a una botola. Aperta la botola, Capitan Vento entrava in una piccola stanza circolare priva di finestre. Al centro della stanzetta c’era una piattaforma sopraelevata. Due piedistalli, situati all’incirca a tre passi di distanza, si ergevano sulla piattaforma.

Alla vista di quei piedistalli Tas, tirandosi dietro Rounce, emise un profondo respiro. Fatti d’argento, alti all’incirca quattro piedi, quei piedistalli erano le cose più belle che avesse mai visto.

Disegni intricati e simboli magici erano incisi sulle loro superfici. Ogni più piccola linea era riempita d’oro che scintillava alla luce delle torce che sgorgava dalla scala sottostante. E, in cima a ogni piedistallo, era appoggiato un gigantesco globo, fatto d’un lucido cristallo nero.

«Tu non salire su piattaforma,» intimò Rounce con severità.

«Rounce,» disse Tas arrampicandosi sulla piattaforma, che si ergeva per tre piedi sul pavimento,

«sai come far funzionare questo affare?»

«No,» rispose Rounce, gelido, incrociando le braccia sul petto e fissando furioso Tas. «Me mai stato qui molto. Me mai fatto incarichi per gran capo stregone. Me mai messo dentro questa stanza e me mai detto di toccare qualunque cosa stregone volesse. Me mai guardato grande capo stregone volare molte volte.»

«Grande capo stregone?» fece Tas corrugando la fronte. Lanciò una rapida occhiata tutt’intorno, sbirciando fra le ombre della stanzetta. «Dov’è il grande capo stregone?»

«Lui non giù,» disse Rounce, cocciuto. «Lui non prepara a fare nemici a pezzettini.»

«Oh, quel grande capo stregone là,» annuì Tas con sollievo. Poi il kender fece una pausa. «Ma se lui non è qui, chi fa volare questo affare?»

Qualche attimo di silenzio teso, poi, «Adesso capisco,» disse Tas entrando nei cerchi neri incassati nel pavimento fra i due piedistalli. Parevano fatti dello stesso tipo di cristallo nero utilizzato per i globi di vetro. Si udì un’altra esplosione echeggiare nel corridoio sottostante e, ancora una volta, le urla dei draconici inferociti.

A quanto pareva il braccialetto di Tanis respingeva ancora la magia dello stregone.

«Adesso,» disse Rounce, «tu non guarda cerchio su soffitto.» Sollevando lo sguardo, Tas rimase a bocca aperta. Sopra di lui, un cerchio delle stesse dimensioni e diametro della piattaforma sulla quale si provava aveva cominciato ad ardere di un’arcana luce biancoazzurra.

«Va bene, Rounce,» disse Tas con voce resa acuta dall’eccitazione. «Adesso, cos’è che non dovrei fare?»

«Tu non metti mani su neri globi cristallo. Tu non dire a globi quale parte andare,» rispose Rounce tirando su col naso. «Puah, tu non capire mai magia grande come questa!»

«Tanis!» gridò Tas attraverso l’apertura nel pavimento, «in che direzione si trova la Torre della Grande Stregoneria?»

Per un attimo riuscì a sentire soltanto il cozzare delle spade e qualche urlo. Poi la voce di Tanis, dando gradualmente l’impressione di avvicinarsi sempre più, mentre lui e Caramon arretravano lungo il corridoio, giunse fino a lui. «A nordovest! Quasi dritto a nordovest!»

«Bene!». Piantando saldamente i piedi nelle nere depressioni di cristallo, Tas tirò un sospiro tremante, poi sollevò le mani per appoggiarle sui globi di cristallo.

«Dannazione!» gridò deluso sollevando lo sguardo. «Sono troppo corto!»

Abbassando lo sguardo su Rounce, gli fece un cenno. «Suppongo che le mie mani non debbano essere sui globi e i piedi nei cerchi neri allo stesso tempo?»

Il kender ebbe la sgradita sensazione di conoscere già la risposta a quella domanda, il che non faceva comunque nessuna differenza, poiché essa aveva fatto precipitare Rounce in un tale stato di confusione che il nano riusciva soltanto a fissare Tas a bocca spalancata.

Fissando il nano soltanto perché, in preda alla frustrazione, aveva comunque bisogno di fissare qualcosa, Tas decise che avrebbe tentato di saltare in alto per toccare i globi. Non gli fu affatto difficile raggiungerli, ma non appena i suoi piedi si staccarono dai cerchi di cristallo nero, la luce biancoazzurra tremolò e s’indebolì.