«Forse riusciremo ad arrivare là in tempo per fermarlo,» suggerì Tanis. Parlare di un futuro che era già stato descritto gli faceva provare una strana sensazione.
Sfogliando il libro fino alla pagina che aveva segnato, Caramon la scorse in fretta, poi improvvisamente accelerò il respiro, seguito da un sibilo sommesso.
«Cosa c’è?» chiese Tanis, sporgendosi per vedere. Caramon si affrettò a chiudere il libro.
«Gli succede davvero qualcosa,» borbottò l’omone, evitando lo sguardo di Tanis. «Kitiara lo uccide.»
Capitolo quinto.
Dalamar sedeva, in solitudine, nella Torre della Grande Stregoneria. I guardiani della Torre, sia i vivi sia i morti, erano ai loro posti accanto all’ingresso, in attesa... sempre vigili.
Fuori dalla finestra della Torre, Dalamar poteva contemplare la città di Palanthas in fiamme. L’elfo scuro aveva osservato il progredire della battaglia dal suo osservatorio, là in cima alla Torre. Aveva visto Lord Soth varcare la porta, aveva visto i cavalieri disperdersi e cadere, aveva visto i draconici precipitarsi giù a ondate dalla cittadella volante. E durante tutto quel tempo, nel cielo i draghi avevano continuato a battagliare, e il loro sangue cadeva come pioggia sulle strade della città.
L’ultima cosa che vide, prima che le fitte volute di fumo che s’innalzavano oscurassero la sua visione, gli mostrò la cittadella volante che stava spostandosi nella sua direzione, muovendosi lentamente e in apparenza indecisa, dando perfino l’idea, a un certo punto, di aver cambiato idea e di dirigersi di nuovo verso le montagne. Dalamar, perplesso, osservò quella scena per parecchi minuti, chiedendosi cosa mai facesse presagire. Era così che Kitiara aveva progettato di entrare nella Torre?
L’elfo scuro provò un attimo di paura. La cittadella poteva volare sopra il Bosco di Shoikan? Si rese conto che, sì, era possibile! Strinse spasmodicamente le mani. Perché non aveva previsto quella possibilità? Continuò a guardar fuori dalla finestra, imprecando contro il fumo che gli ostruiva sempre più la vista. Mentre osservava, la cittadella cambiò un’altra volta direzione, avanzando nel cielo con movimenti barcollanti, come un ubriaco alla ricerca della sua abitazione.
Ancora una volta stava avanzando verso la Torre, ma a passo di lumaca. Cosa mai stava succedendo? L’operatore era rimasto ferito? Dalamar aguzzò gli occhi cercando di veder meglio. E poi il fumo nero s’infittì ancora di più davanti alle sue finestre, oscurando completamente l’immagine della cittadella. L’odore della canapa e della pece in fiamme era terribilmente acre. I depositi, pensò Dalamar. Mentre, lanciando un’imprecazione, era sul punto di voltare le spalle alla finestra, la sua attenzione fu attirata da una breve fiammata che proveniva da un edificio posto quasi direttamente nella direzione opposta: il Tempio di Paladine. Potè vedere, perfino attraverso il fumo, il bagliore farsi sempre più intenso, e potè immaginare nella sua mente i chierici vestiti di bianco, armati di bastoni e di mazze, che invocavano Paladine mentre trucidavano i loro nemici.
Dalamar esibì un truce sorriso, scuotendo la testa mentre attraversava rapidamente la stanza, passando davanti al grande tavolo di pietra con le sue bottiglie, i vasi e i becher. Aveva spinto da parte la maggior parte di questi contenitori, facendo spazio ai suoi libri d’incantesimi, ai rotoli di pergamena e ai congegni magici. Per la centesima volta lanciò ad essi un’occhiata, accertandosi che tutto fosse pronto, passando in fretta davanti agli scaffali pieni dei libri degli incantesimi di Fistandantilus rilegati in pelle azzurro-notte, e davanti agli scaffali pieni dei libri degli incantesimi di Raistlin rilegati in pelle nera. Quando raggiunse la porta del laboratorio, Dalamar l’aprì e pronunciò una parola rivolto all’oscurità più oltre.
All’istante, un paio d’occhi luccicarono davanti a lui, il corpo spettrale tremolò apparendo e scomparendo alla sua vista come se fosse agitato da un vento caldo.
«Voglio dei guardiani in cima alla Torre,» lo istruì Dalamar.
«Dove, apprendista?»
Dalamar rifletté. «La porta d’accesso che conduce giù dalla Camminata della Morte. Appostali là.»
Gli occhi fremettero, chiudendosi in un breve segno di assenso, poi scomparvero. Dalamar fece ritorno al suo laboratorio chiudendosi la porta alle spalle. Poi esitò e si fermò. Avrebbe potuto lanciare incantesimi contro la porta, incantesimi che avrebbero impedito a chiunque di entrare.
Quella era stata una pratica usuale di Raistlin quando lì nel laboratorio eseguiva qualche delicato esperimento magico nel corso del quale la più piccola interruzione poteva rivelarsi fatale. Un respiro tirato nell’istante sbagliato poteva significare lo scatenarsi di forze magiche che avrebbero distrutto la stessa Torre. Dalamar ristette, con le dita delicate appoggiate sulla porta, le parole sulle labbra.
Poi... no, pensò. Avrebbe potuto aver bisogno d’aiuto. I guardiani dovevano essere liberi di entrare nel caso in cui lui non fosse stato in grado di eliminare gli incantesimi. Riattraversando la stanza, si sedette nella comoda poltrona che era la sua preferita, la poltrona che aveva portato lì dai propri alloggi perché contribuisse ad alleviare la stanchezza della sua veglia.
Nel caso in cui io non sia in grado di rimuovere gli incantesimi. Sprofondando nei morbidi cuscini di velluto della poltrona, Dalamar pensò alla morte. Il suo sguardo andò al Portale. Aveva l’aspetto di sempre: le cinque teste di drago, ognuna di colore diverso, il muso rivolto verso l’interno, le cinque bocche aperte in cinque silenziose grida di omaggio alla Regina delle Tenebre. Pareva sempre uguale: le teste scure e immobili, il vuoto all’interno del Portale, quell’inesprimibile vacuità immutabile. Oppure no? Dalamar sbatté le palpebre. Forse era la sua immaginazione, ma gli era parso che gli occhi di ciascuna delle teste cominciassero lievemente a irradiare luce.
L’elfo scuro provò una stretta alla gola, i palmi delle sue mani cominciarono a sudare, per cui se le sfregò sulle vesti. La morte... il morire. Sarebbe arrivato a questo? Le sue dita accarezzarono le rune d’argento ricamate sul tessuto nero, rune che avrebbero bloccato o dissolto certi attacchi magici.
Fissò le proprie mani, la bella pietra verde d’un anello guaritore vi luccicava: un potente congegno magico. Ma il suo potere poteva venire usato una sola volta.
Dalamar si affrettò a ripassare nella propria mente la lezione di Raistlin per giudicare se una ferita era mortale e richiedeva una guarigione immediata, oppure se la potenza guaritrice del congegno poteva venire risparmiata.
Dalamar rabbrividì. Poteva sentire la voce dello Shalafi che discuteva freddamente dei differenti gradi del dolore. Poteva sentire quelle dita ardere di quello strano calore interiore, tracciando le diverse sezioni della sua anatomia, indicando le aree vitali. Di riflesso, Dalamar portò la mano al petto, dove i cinque fori che Raistlin aveva bruciato nella sua pelle sanguinavano e suppuravano eternamente. Nello stesso tempo gli occhi di Raistlin avevano bruciato dentro la sua mente: simili a specchi, dorati, piatti, micidiali.
Dalamar si ritrasse. Una potente magia mi circonda e mi protegge, si disse. Sono abile nell’Arte e, anche se non abile quanto lui, lo Shalafi varcherà il Portale ferito, debole, in punto di morte! Sarà facile distruggerlo!
Le mani di Dalamar si serrarono. Allora, perché mai sto letteralmente soffocando per la paura? si chiese.
Una campana d’argento echeggiò una volta sola. Sorpreso, Dalamar si alzò dalla poltrona, la paura generata dalle fantasticherie della sua mente Venne sostituita dalla paura di qualcosa di molto reale.
E con la paura di qualcosa di concreto, di tangibile, il corpo di Dalamar divenne teso, il sangue gli scorse gelido nelle vene, le ombre scure presenti nella sua mente scomparvero. Aveva ripreso il controllo di sé.
Quel rintocco della campana d’argento significava la presenza di un intruso. Qualcuno era riuscito ad attraversare il Bosco di Shoikan e si trovava all’ingresso della Torre. Normalmente, Dalamar avrebbe lasciato il laboratorio all’istante, con le parole di un incantesimo, per affrontare lui Stesso l’intruso. Ma non osava abbandonare il Portale. Voltandosi per dargli un’occhiata, l’elfo scuro annuì lentamente fra sé. No, non era stata la sua immaginazione, gli occhi delle teste di drago ardevano davvero. Gli parve perfino di vedere il vuoto al suo interno agitarsi e spostarsi, come se un’increspatura avesse percorso la sua superficie.