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No, non osava andarsene. Doveva fidarsi dei guardiani. Incamminandosi verso la porta, piegò la testa, ascoltando. Ebbe impressione di udire dei deboli suoni provenire da sotto, un grido soffocato, un cozzare d’acciaio. Poi più nulla, soltanto silenzio. Attese, trattenendo il fiato, sentendo soltanto il battito del proprio cuore.

Nient’altro.

Dalamar sospirò. I guardiani dovevano essersi occupati della faccenda. Si allontanò dalla porta e attraversò il laboratorio per guardar fuori dalla finestra, ma non riuscì a vedere nulla. Il fumo era fitto come nebbia. Udì un lontano rombo di tuono, o forse si trattava di un’esplosione. Chi si era trovato là sotto? si scoprì a chiedersi. Qualche draconico, forse? Avido di altre uccisioni, di altro bottino. Uno di loro poteva essere riuscito a passare...

Non che avesse importanza, si disse con freddezza. Una volta che tutto fosse finito, sarebbe sceso laggiù per esaminare il cadavere...

«Dalamar!»

Dalamar sentì il cuore balzargli in gola, al suono di quella voce si sentì percorrere sia dalla paura sia dalla speranza.

«Cautela, cautela, amico mio,» bisbigliò fra sé. «Ha tradito suo fratello. Non fidarti di lei.»

Eppure scoprì che le mani gli tremavano mentre attraversava lentamente il laboratorio in direzione della porta.

«Dalamar!». Di nuovo la sua voce, tremante di dolore e di terrore. Si udì un tonfo contro la porta, il fruscio di un corpo che scivolava lungo di essa. «Dalamar,» lei chiamò di nuovo, con voce ancora più debole.

La mano di Dalamar era sulla maniglia. Alle sue spalle, gli occhi dei draghi ardevano rossi, bianchi, azzurri, verdi e neri.

«Dalamar,» mormorò ancora Kitiara con voce fioca. «Sono... sono venuta ad aiutarti.»

Dalamar aprì lentamente la porta del laboratorio. Kitiara giaceva sul pavimento ai suoi piedi. Alla vista di lei, Dalamar esalò un profondo sospiro. Se un tempo la donna aveva indossato un’armatura, adesso le era stata strappata dal corpo da mani inumane. Poteva vedere i segni delle loro unghie sulle sue carni. L’indumento nero e attillato che indossava sotto l’armatura era stato strappato e quasi ridotto a brandelli, esponendo la sua pelle abbronzata, il suo seno bianco. Il sangue colava da un’orrenda ferita alla gamba, i suoi gambali di cuoio erano a pezzi. Eppure, lei sollevò lo sguardo su di lui con occhi limpidi, occhi che non avevano paura. In mano stringeva il Gioiello della notte, il talismano che Raistlin le aveva dato per proteggerla mentre si trovava nel Bosco.

«Sono stata forte... appena appena,» bisbigliò Kitiara, dischiudendo le labbra in quel sorriso furfantesco che faceva bruciare il sangue a Dalamar. Sollevò le braccia. «Sono venuta da te.

Aiutami ad alzarmi.»

Dalamar si curvò, afferrò Kitiara e la sollevò in piedi. Lei gli si accasciò addosso. Dalamar potè sentire il tremito che squassava il suo corpo, e scosse la testa, sapendo che il veleno era all’opera nel suo sangue. Cingendola con un braccio, la trasportò quasi di peso dentro il laboratorio e chiuse la porta alle loro spalle.

Il peso di lei sul suo corpo aumentò. Kitiara roteò gli occhi all’indietro. «Oh, Dalamar,» mormorò, e lui vide che era sul punto di perdere i sensi. La cinse completamente fra le braccia. Kitiara appoggiò il capo contro il suo petto, esalando un grato sospiro di sollievo.

Dalamar poteva sentire la fragranza dei suoi capelli: quello strano odore, una mescolanza di profumo e di acciaio. Il corpo gli fremette tra le braccia. Dalamar la strinse ancora di più. Aprendo gli occhi, lei appuntò lo sguardo sul suo. «Mi sento meglio, adesso,» bisbigliò. Le sue mani scivolarono verso il basso...

Dalamar vide brillare troppo tardi quegli occhi castani. Troppo tardi vide contorcersi quel sorriso furfantesco. Troppo tardi sentì sussultare la mano di lei, e la rapida, dolorosa trafittura quando il suo pugnale gli penetrò nel corpo.

«Be’, ce l’abbiamo fatta,» urlò Caramon, guardando giù dal cortile della cittadella volante che si stava sgretolando, mentre si librava sopra le cime degli alberi scuri del Bosco di Shoikan.

«Sì, per lo meno fino a questo punto,» borbottò Tanis. Perfino da quella posizione vantaggiosa, così in alto sopra la foresta maledetta, poteva percepire le gelide ondate di odio e di bramosia di sangue che si levavano, cercando di ghermirli come se i guardiani potessero, perfino adesso, trascinarli sotto. Tremando, Tanis costrinse il proprio sguardo a volgersi là dove la cima della Torre della Grande Stregoneria si profilava più vicina.

«Se riusciremo ad avvicinarci abbastanza,» urlò rivolto a Caramon al di sopra del vento che gli fischiava nelle orecchie, «potremo lasciarci cadere su quella passerella che gira intorno alla cima.»

«La Passerella della Morte,» replicò Caramon con voce cupa. «Cosa?»

«La Passerella della Morte!» Caramon si avvicinò di più, facendo attenzione a dove metteva i piedi, mentre gli alberi scuri scorrevano sotto di loro come le onde di un oceano nero. «E là che si trovava il mago malvagio quando lanciò la maledizione sulla Torre. È da quel punto che è saltato giù.»

«Un posticino allegro e simpatico,» bofonchiò Tanis da sotto la barba, fissandolo tetro. Il fumo continuava a turbinare intorno a loro, nascondendo la vista degli alberi. Il mezzelfo cercò di non pensare a ciò che Stava succedendo nella città. Aveva già intravisto il Tempio di Paladine in fiamme.

«Tu sai, naturalmente,» urlò, afferrando Caramon per la spalla, mentre se ne stavano lì, protesi oltre l’orlo del cortile della cittadella, «che non è affatto improbabile che Tasslehoff vada a schiantarsi direttamente contro quell’affare.»

«Siamo arrivati fin qui,» mormorò Caramon. «Gli dei sono con noi.» Tanis sbatté le palpebre, chiedendosi se avesse sentito bene. «Questo non mi pare il vecchio Caramon tutta giovialità,» dichiarò, con un sogghigno.

«Quel Caramon è morto, Tanis,» replicò Caramon in tono deciso, con gli occhi sempre fissi sulla Torre che si stava avvicinando.

A quella vista, il sogghigno di Tanis si addolcì. «Mi spiace,» fu tutto quello che riuscì a pensare, appoggiando goffamente una mano sulla spalla di Caramon.

Caramon lo guardò con occhi limpidi e luminosi. «No, Tanis,» disse.

«Par-Salian mi ha detto, quando mi mandò indietro nel tempo, che stavo andando nel passato “per salvare un’anima”. Nient’altro. Nient’altro.» Ebbe un triste sorriso. «Pensavo che intendesse parlare dell’anima di Raistlin. Adesso capisco che non era così. Intendeva parlare della mia.» Il corpo dell’omone divenne teso. «Avanti,» esclamò in tono deciso, cambiando argomento all’improvviso,

«siamo abbastanza vicini per saltare giù.»

Un terrazzo che circondava la Torre era comparso sotto di loro, a stento visibile in mezzo ai vortici di fumo. Guardando giù, Tanis si sentì rattrappire lo stomaco. Malgrado sapesse che era impossibile, gli parve che la Torre stesse traballando là sotto, mentre lui era perfettamente immobile. Gli era parsa talmente enorme mentre si stavano avvicinando! Adesso sarebbe stato lo stesso se avesse avuto l’intenzione di saltare giù da un vallenwood per atterrare sul tetto del castello - giocattolo d’un bambino.

Per peggiorare ancora di più le cose, la cittadella continuava a volare avvicinandosi sempre più alla Torre. Tanis ebbe l’impressione che le punte rossosangue dei minareti neri che la sormontavano danzassero mentre la cittadella sobbalzava avanti e indietro, in alto e in basso.

«Salta!» gridò Caramon, lanciandosi nel vuoto.