«Perché mai pensi di aver trovato Palanthas fortificata?» disse ancora Dalamar, continuando ad arretrare, avvicinandosi sempre più al tavolo di pietra. «Te l’eri aspettato? Soth mi ha rivelato i suoi piani! Mi ha rivelato che avresti attaccato Palanthas per cercare di aiutare tuo fratello! Quando Raistlin varcherà il Portale attirando dietro di sé la Regina delle Tenebre, Kitiara sarà qui ad accoglierlo come una sorella amorevole!».
Kitiara ristette, la sua spada si abbassò di una frazione di pollice. «Te l’ha detto questo, Soth?»
«Sì,» disse Dalamar avvertendo con sollievo la sua esitazione e l’improvvisa confusione. Il dolore della ferita si era un po’ attenuato. Si azzardò a dare un’occhiata al profondo taglio. Le vesti vi si erano appiccicate sopra formando una rozza fasciatura. Lo sgocciolio del sangue era quasi cessato.
«Perché?» Kitiara sollevò le sopracciglia con espressione canzonatoria. «Perché mai Soth dovrebbe tradirmi, elfo scuro?»
«Perché vuole te, Kitiara,» rispose Dalamar con voce sommessa. «Ti vuole alla sola maniera con la quale può averti...»
Una gelida lama di terrore trafisse Kitiara fin nel profondo dell’anima. Ricordò la strana intonazione della voce cavernosa di Lord Soth. Ricordò che era stato lui a consigliarle di attaccare Palanthas. Traboccante di rabbia, Kitiara rabbrividì, scossa da tremiti convulsi. Vedendo i lunghi graffi che le deturpavano le braccia e le gambe, sentendo di nuovo i gelidi artigli di coloro che li avevano causati, si rese conto con amarezza che erano avvelenati.
Veleno. Lord Soth. Non riusciva a pensare. Sollevando lo sguardo, Stordita, vide Dalamar che sorrideva. Rabbiosa gli voltò le spalle per nascondere le proprie emozioni, per riprendere il controllo di sé.
Dalamar, tenendola d’occhio, si avvicinò ancora di più al tavolo di pietra, adocchiando la bacchetta che gli serviva. Kitiara si accasciò, piegando la testa. Stringeva debolmente la spada nella mano destra, bilanciando la lama con la sinistra, fingendo di essere gravemente ferita. Intanto sentiva le forze tornarle nel braccio intorpidito. Che Dalamar pensasse pure di aver vinto. Sarò pronta, quando mi attaccherà. Nell’istante in cui pronuncerà la prima parola magica lo taglierò in due! La sua mano si strinse sull’elsa della spada.
Ascoltò con attenzione, ma non sentì niente, soltanto il lieve fruscio delle vesti nere, il doloroso ansimare dell’elfo scuro. Era vero, si chiese, quello che Dalamar le aveva detto di Lord Soth? E se era vero, aveva importanza? Kitiara trovava l’idea piuttosto divertente. C’erano uomini che avevano fatto anche di più pur di averla. Ma lei era ancora libera. Si sarebbe occupata di Soth più tardi.
L’incuriosiva di più ciò che Dalamar aveva detto di Raistlin. Possibile che potesse vincere?
Avrebbe condotto la Regina delle Tenebre su questo piano? Questo pensiero sgomentava Kitiara... la sgomentava e la angosciava.
«Ti sono stata utile una volta, non è vero, Maestà Oscura?» bisbigliò. «Una volta, quand’eri soltanto una debole ombra su questo lato dello specchio. Ma quando sarai forte, che posto rimarrà per me su questo mondo? Nessuno! Perché tu mi odi e mi temi persino più di quanto io stessa ti odio e ti temo.
«In quanto a quel verme sbavante di mio fratello, ci sarà qualcuno ad aspettarlo: Dalamar! Tu, Dalamar, appartieni al tuo Shalafi anima e corpo! Tu hai intenzione di aiutarlo, non di ostacolarlo, quando varcherà il Portale! No, mio caro amante, non mi fido di te! Non oso fidarmi di te!»
Dalamar vide Kitiara rabbrividire, vide le ferite sul suo corpo diventare d’un azzurro purpureo. Si stava indebolendo, certo. L’aveva vista impallidire quando aveva nominato Soth, per un istante i suoi occhi si erano dilatati per la paura. Sicuramente doveva essersi resa conto di essere stata tradita. Adesso doveva aver sicuramente capito la sua grande follia. Non che avesse importanza, non adesso. Non si fidava di lei, non osava fidarsi di lei...
Dalamar sporse la mano dietro di sé con un movimento serpeggiante. Afferrò la bacchetta e la sollevò, pronunciando la parola magica che disperdeva lo schermo protettivo. In quell’istante Kitiara si girò di scatto. Stringendo la spada con entrambe le mani, calò un fendente con tutte le sue forze. Il colpo avrebbe spiccato di netto la testa di Dalamar dal collo, se lui non si fosse girato a metà per afferrare la bacchetta.
Così invece la lama lo colse dietro alla spalla destra, scendendo in profondità nelle sue carni, fracassandogli la scapola, quasi troncandogli il braccio.
Dalamar lasciò cadere la bacchetta con un urlo, ma non prima di avere scatenato il suo potere magico. Un lampo scoccò, biforcandosi, la sua raffica sfrigolante colpì Kitiara al petto, facendola volare all’indietro, sbattendola contro il pavimento.
Dalamar si accasciò sul tavolo, vacillando per il dolore. Il sangue gli zampillava ritmicamente dal braccio. Per un istante lo fissò istupidito, senza capire, poi le lezioni di anatomia di Raistlin gli ritornarono alla memoria. Quello che sgorgava era il sangue del suo cuore. Sarebbe morto entro pochi secondi. Aveva l’anello della guarigione alla mano destra, quella del braccio ferito.
Indebolito, allungò la mano, afferrò la pietra e pronunciò le semplici parole che attivavano la magia.
Poi perse conoscenza, e il suo corpo scivolò sul pavimento per giacere in una pozza del suo stesso sangue.
«Dalamar!» Una voce chiamò il suo nome. L’elfo scuro si mosse immerso nel torpore. Il dolore gli trafisse il corpo. Gemette e lottò, risprofondando nel buio. Ma la voce urlò di nuovo. I ricordi gli tornarono, e con i ricordi la paura. La paura gli fece riprendere conoscenza. Cercò di rizzarsi a sedere, ma il dolore lo trafisse, quasi facendolo svenire di nuovo. Poteva sentire le estremità fratturate delle ossa che scricchiolavano, sfregandosi le une contro le altre. Il braccio destro e la mano gli pendevano sul fianco inerti e senza vita. L’anello aveva arrestato il fiotto di sangue.
Sarebbe vissuto, ma l’avrebbe fatto soltanto per morire per mano del suo Shalafi «Dalamar!» gridò di nuovo la voce. «Sono Caramon!» Dalamar trasse un lungo sospiro di sollievo. Sollevò la testa, un movimento che richiedeva uno sforzo supremo, e guardò il Portale. Gli occhi dei draghi stavano diventando ancora più luminosi, il bagliore pareva estendersi perfino lungo il collo. Adesso il vuoto si stava decisamente agitando. Potè sentire un vento caldo sulla guancia, o forse era la febbre che ardeva dentro di lui. Udì un fruscio in un angolo in ombra sul lato opposto della stanza, e fu afferrato da un’altra paura. No! Era impossibile che lei potesse essere ancora viva! Serrando i denti per vincere il dolore, Dalamar girò la testa. Potè vedere il suo corpo rivestito dai brandelli d’armatura che rifletteva il bagliore degli occhi dei draghi. Giacque immobile, fermo in mezzo alle Ombre. Poteva sentire il puzzo della carne bruciata. Ma quel rumore...
Dalamar chiuse gli occhi, affaticato. L’oscurità vorticava nella sua testa, minacciando di trascinarlo giù. Non poteva ancora riposare! Combattendo contro il dolore si costrinse a riprendere conoscenza, chiedendosi come mai Caramon non arrivasse. Sentì che lo chiamava di nuovo. Cosa mai stava succedendo? E poi Dalamar ricordò, i guardiani! Certo, non l’avrebbero mai lasciato passare!
«Guardiani, ascoltate le mie parole e obbedite,» cominciò a dire Dalamar, concentrando i suoi pensieri e le sue energie, mormorando le parole che avrebbero aiutato Caramon a superare i terribili difensori della Torre e a entrare nella stanza.
Dietro a Dalamar le teste di drago si ersero ancora più luminose, mentre davanti a lui, in un angolo in ombra, una mano affondò in una cintura intrisa di sangue e, allo stremo delle forze, strinse l’elsa di un pugnale.
«Caramon,» sussurrò Tanis, fissando gli occhi che l’osservavano, «potremmo andarcene. Risalire le scale. Forse c’è un’altra strada...»
«Non c’è. E non ho intenzione di andarmene,» replicò Caramon cocciuto.