Certo! Era tornato da lei! Sorridendo, sollevò una mano verso di lui.
Tanis trattenne il fiato, lo stomaco gli si contorse. Mentre lei si muoveva, vide un foro annerito spalancato nel suo petto. Le sue carni erano bruciate, e sotto Tanis potè distinguere il biancore delle ossa. Era una vista talmente macabra che Tanis, nauseato e sopraffatto da un’ondata di ricordi, fu costretto a girare altrove la testa.
«Tanis!» gridò una voce rotta. «Vieni da me!»
Con il cuore colmo di pietà, Tanis s’inginocchiò accanto a lei per sollevarla tra le braccia. Kitiara alzò lo sguardo sul suo viso... e vide la propria morte negli occhi di lui. Fu scossa dalla paura. Lottò per alzarsi.
Ma lo sforzo fu troppo grande per lei. Si accasciò.
«Sono... ferita,» disse rabbiosa in un bisbiglio. «Quanto... grave?» Sollevò una mano e cominciò a toccarsi le ferite.
Strappandosi di dosso il mantello, Tanis l’avvolse intorno al corpo Straziato di Kitiara. «Riposati, Kit,» le disse con voce gentile. «Guarirai. Ti rimetterai in forze.»
«Sei un maledetto bugiardo!» gridò lei, serrando le mani a pugno, facendo eco, se soltanto l’avesse saputo, al morente Elistan. «Mi ha ucciso! Quell’elfo disgraziato!». Sorrise, un sorriso spettrale.
Tanis rabbrividì. «Ma l’ho sistemato per bene! Adesso non potrà più aiutare Raistlin. La Regina delle Tenebre lo ucciderà, li ucciderà tutti!»
Gemendo, si dibatté in preda all’agonia e si aggrappò a Tanis. Lui la tenne stretta. Quando il dolore si alleviò, lei sollevò lo sguardo su di lui. «Sei uno smidollato,» bisbigliò con un tono di voce che era in parte amaro disprezzo, in parte amaro rincrescimento. «Avremmo potuto avere un mondo, tu ed io.»
«Io ho il mondo, Kitiara,» replicò Tanis con voce sommessa, il cuore lacerato dalla ripugnanza e dal dolore.
Kitiara scosse la testa con rabbia e parve sul punto di dire qualcos’altro quando i suoi occhi si spalancarono, lo sguardo fisso su qualcosa all’estremità più lontana della stanza.
«No!» gridò in preda a un terrore che nessuna tortura o sofferenza sarebbero riuscite a strapparle.
«No!». Ritraendosi, rannicchiandosi addosso a Tanis, bisbigliò con voce convulsa e strozzata, «Non lasciare che mi prenda! Tanis, no! Tienilo lontano! Ti ho sempre amato, mezzelfo! Sempre... amato...»
La sua voce divenne un bisbiglio rantolante.
Tanis sollevò lo sguardo, allarmato. Ma la porta era vuota. Là non c’era nessuno. Aveva inteso parlare di Dalamar? «Chi, Kitiara? Non capisco...»
Ma lei non lo sentì. Le sue orecchie erano morte per sempre alla voce dei mortali. Adesso l’unica voce che udiva era quella che avrebbe udito per sempre, per tutta l’eternità.
Tanis sentì afflosciarsi il corpo che stringeva fra le braccia. Lisciando i suoi capelli scuri e riccioluti, scrutò il suo volto, alla ricerca di qualche segno che la morte avesse portato la pace alla sua anima. Ma l’espressione del suo viso era di orrore, i suoi occhi castani erano impietriti nell’orrore, l’affascinante, furfantesco sorriso era contorto in una smorfia.
Tanis sollevò lo sguardo su Caramon. Pallido e con espressione grave, l’omone scosse la testa.
Lentamente, Tanis tornò a deporre il corpo di Kitiara sul pavimento. Chinandosi, fece per baciare quella fronte gelida, ma scoprì di non poterlo fare. L’espressione sul volto del cadavere era troppo truce, troppo spettrale.
Tirando il mantello sopra la testa di Kitiara, Tanis rimase per un momento inginocchiato accanto al suo corpo, circondato dalla tenebra. E poi sentì il passo di Caramon, sentì una mano sul suo braccio.
«Tanis...»
«Sto bene,» rispose burbero il mezzelfo, alzandosi in piedi. Ma, nella sua mente, sentiva ancora l’implorazione di Kitiara sul punto di morte...
«Tienilo lontano!».
Capitolo settimo.
«Sono lieto che tu sia qui con me, Tanis,» disse Caramon.
Era in piedi davanti al Portale, e lo fissava con intensità, seguendo ogni movimento e ogni ondeggiamento del vuoto al suo interno. Accanto a lui sedeva Dalamar, sorretto da cuscini sulla sua sedia, il volto pallido e tirato per il dolore, il braccio legato da una rozza fasciatura. Tanis camminava incessantemente avanti e indietro. Adesso le teste dei draghi ardevano con tale intensità che fissarli direttamente faceva male agli occhi.
«Caramon,» cominciò a dire Tanis, «per favore...»
Caramon si voltò a guardarlo, con la stessa espressione, calma e grave, immutata.
Tanis era perplesso. Come avrebbe potuto discutere con il granito? Sospirò. «D’accordo. Ma come farai a entrare là dentro?» chiese d’un tratto.
Caramon sorrise. Sapeva quello che Tanis era stato sul punto di dire, e gli era grato per non averlo detto.
Rivolgendo un’occhiata cupa al Portale, Tanis indicò con un gesto l’apertura. «Da quanto mi hai già detto, Raistlin ha dovuto studiare per anni, per diventare questo Fistandantilus e intrappolare Dama Crysania convincendola ad andare con lui, e anche allora c’è riuscito a malapena!» Caramon spostò il suo sguardo su Dalamar. «Puoi varcare il Portale, elfo oscuro?»
Dalamar scosse la testa. «No. Come hai detto, ci vuole qualcuno dotato di un grande potere per attraversare quella temibile soglia, Io non ho quel potere, forse non l’avrò mai. Ma non corrucciarti, Mezzelfo. Non stiamo sprecando il nostro tempo. Sono certo che Caramon non avrebbe intrapreso questa missione se non avesse saputo come fare a entrare.» Dalamar fissò intensamente il grosso guerriero. «Poiché, deve entrare... Altrimenti siamo condannati.»
«Quando Raistlin combatterà nell’Abisso contro la Regina delle Tenebre e i suoi famigli,» disse Caramon con voce calma e priva d’espressione, «avrà bisogno di concentrarsi completamente su di loro, escludendo qualunque altra cosa. Non è forse vero, Dalamar?»
«Sicuramente.» L’elfo scuro rabbrividì e si strinse addosso ancora di più le vesti nere con la mano sana. «Un respiro, un battito di ciglia, un sussulto, e loro lo squarteranno e lo divoreranno.»
Caramon annuì.
Come fa ad essere così calmo? si chiese Tanis. E una voce dentro di lui rispose, è la calma di qualcuno che conosce e accetta il proprio destino.
«Nel suo libro,» continuò Caramon, «Astinus ha scritto che Raistlin, sapendo di dover concentrare la sua magia per combattere la Regina, aprìre il Portale per assicurarsi una via di fuga prima di cominciare a combattere. Così, quando fosse arrivato l’avrebbe trovata spalancata per entrarvi, e tornare così su questo mondo.»
«Inoltre sapeva, senza alcun dubbio, che in quel momento sarebbe stato troppo debole per riuscire ad aprirla da solo,» mormorò Dalamar. «Avrebbe avuto bisogno di essere al culmine delle sue forze.
Sì, hai ragione. L’aprirà, e presto. E quando lo farà, tutti quelli che avranno la forza e il coraggio necessari per varcare il confine, potranno entrare.»
L’elfo scuro chiuse gli occhi, mordendosi le labbra per evitare di urlare. Aveva rifiutato una pozione per alleviare il dolore. «Se fallisci,» disse a Caramon, «sono io la vostra ultima speranza.»
La nostra ultima speranza, pensò Tanis: un elfo scuro. Questa è follia! Non può succedere.
Appoggiandosi contro il tavolo di pietra, si prese la testa fra le mani. In nome degli dei, quant’era stanco! Il corpo era dolorante, le ferite lo torturavano e gli pungevano. Si era tolto il pettorale dell’armatura, ma si sentiva ancora pesante come se avesse una lapide appesa al collo. Ma per quanto male gli facesse il corpo, l’anima gli faceva ancora più male. I ricordi gli aleggiavano intorno come i guardiani della Torre, protendendosi a toccarlo con le loro mani gelide. Caramon, che sottraeva furtivo il cibo dal piatto di Flint quando il nano gli voltava la schiena. Raistlin che evocava visioni meravigliose per i deliziati bambini di Flotsam. Kitiara che rideva, buttandogli le braccia al collo, bisbigliandogli all’orecchio. Tanis si sentì stringere il cuore, il dolore gli fece salire le lacrime agli occhi. No! Era tutto sbagliato! Certamente non era così e avrebbe dovuto finire!