Un libro comparve ondeggiando alla sua vista annebbiata: il libro di Caramon, appoggiato sul tavolo di pietra, l’ultimo libro di Astinus, pensò tra sè non può essere, non è così che finrà? Allora divenne conscio di Caramon che lo stava guardando preoccupato. Arrabbiato, si asciugò gli occhi e la faccia e si levò in piedi con un sospiro.
Ma i fantasmi rimasero con lui, sospesi accanto a lui... e accanto al corpo bruciato e martoriato che giaceva lì nell’angolo sotto il suo mantello.
L’umano, il mezzelfo e l’elfo scuro osservavano il Portale in silenzio. Un orologio ad acqua sul caminetto segnava il passare del tempo, le gocce cadevano ad una ad una con la regolarità di un battito di cuore. La tensione nella stanza divenne spasmodica fino a quando sembrò sul punto di spezzarsi e di rimbalzare per il laboratorio come una scudisciata di acre orrore. Dalamar cominciò a borbottare in elfico. Tanis gli scoccò all’improvviso un’occhiata, temendo che l’elfo scuro potesse essere stato colto dal delirio. Il volto del mago era pallido, cadaverico, i suoi occhi cerchiati da profonde ombre purpuree erano affondati dentro le orbite. Il loro sguardo non si spostò mai, ma rimase fisso in continuazione sul vuoto turbinante. Perfino la calma di Caramon pareva sul punto di cedere. Le sue grosse mani si serravano e si disserravano nervose, il sudore gli copriva il corpo, luccicando al bagliore delle cinque teste di drago. Cominciò involontariamente a rabbrividire. I muscoli delle sue braccia si contraevano spasmodicamente.
E poi Tanis sentì una strana sensazione impadronirsi di lui. L’aria era immobile, troppo immobile. I rumori della battaglia che infuriava nella città, fuori dalla Torre, cessarono all’improvviso. Anche all’interno della torre i suoni si spensero. Le parole che Dalamar stava borbottando gli morirono sulle labbra. Il silenzio li avvolse, fitto e soffocante come l’oscurità nel corridoio, come il male all’interno della stanza. Lo sgocciolio dell’orologio ad acqua crebbe d’intensità, ingrandito, ogni goccia pareva scuotere le ossa di Tanis. Gli occhi di Dalamar si spalancarono con un sussulto, le sue mani si contrassero, stringendo nervosamente le vesti nere tra le dita dalle nocche sbiancate.
Tanis si avvicinò ancora di più a Caramon e scoprì che l’omone stava cercando di fare la stessa cosa. Tutti e due parlarono allo stesso tempo. «Caramon...»
«Tanis...»
Disperatamente, Caramon afferrò Tanis per il braccio. «Ti prenderai cura di Tika per me, non è vero?»
«Caramon, non posso lasciarti entrare là dentro da solo!». Tanis lo strinse. «Verrò...»
«No, Tanis.» La voce di Caramon suonò ferma. «Se fallirò, Dalamar avrà bisogno del tuo aiuto. Dì addio a Tika da parte mia, e cerca di spiegarle, Tanis. Dille che l’amo moltissimo, al punto da...» la voce gli venne meno. Non riuscì a continuare. Tanis si strinse a lui.
«So cosa dirle,» rispose, ricordando una propria lettera di addio. Caramon annuì, scrollandosi via le lacrime dagli occhi e tirando un profondo e tremulo sospiro. «E dì addio a Tas. Io... io non credo che abbia mai capito. Non proprio.» Riuscì a sorridere. «Naturalmente prima dovrai riuscire a farlo scendere da quel castello volante.»
«Credo che lo sapesse, Caramon,» disse Tanis con voce sommessa. Le teste dei draghi cominciarono a produrre un suono stridulo, un debole urlio che sembrava provenire da molto lontano. Caramon divenne teso.
L’urlo si fece più forte, più vicino e più stridulo. Il portale ardeva di diversi colori, la testa di ogni drago irradiava un bagliore sfolgorante. «Preparati,» lo avvertì Dalamar con voce rotta. «Addio, Tanis.» Caramon gli tenne stretta la mano con forza. «Addio, Caramon.»
Lasciando la mano dell’amico, Caramon arretrò. Il vuoto si dischiuse. Il Portale si aprì.
Tanis guardò dentro di esso, seppe di aver guardato dentro poiché non riuscì a voltarsi. Ma non riuscì mai a ricordare con chiarezza ciò che aveva visto. Lo sognava ancora dopo molti anni e sapeva di averlo sognato, poiché si svegliava in piena notte inzuppato di sudore. Ma a quel punto l’immagine scompariva sempre dalla sua coscienza, per non venire più riafferrata dalla sua mente sveglia. E poi, rimaneva là disteso, a fissare l’oscurità, tremante per molte ore ancora.
Ma questo sarebbe accaduto più tardi. Adesso sapeva soltanto che doveva fermare Caramon! Ma non poteva muoversi. Non poteva urlare. Paralizzato, colpito dall’orrore, guardò, mentre Caramon, con un’ultima, tranquilla occhiata, si voltava e saliva sulla piattaforma dorata.
I draghi lanciarono un urlo acuto e stridente, carico di trionfo, di odio... Tanis non capì se fosse l’una o l’altra cosa. Il suo proprio urlo, che gli fu letteralmente strappato dal corpo, si smarrì in quel suono assordante.
Vi fu lo schianto di un’onda turbinante, accecante, multicolore. E poi il buio. Caramon se n’era andato.
«Possa Paladine essere con te,» bisbigliò Tanis, soltanto per udire, con un profondo sconforto, la voce di Dalamar fargli eco: «Che Takhisis, la mia Regina, ti accompagni.»
«L’ho visto,» disse Dalamar, un attimo dopo. Guardando intensamente all’interno del Portale, si alzò a metà, per distinguere più chiaramente. Gli sfuggì un rantolo di dolore, avendo scordato la sua infermità nell’eccitazione. Imprecando, si lasciò riaffondare tra i cuscini. Il suo volto era pallido e coperto di sudore.
Tanis smise il suo incessante andirivieni e si fermò accanto a Dalamar.
«Là,» indicò al mezzelfo, il fiato gli usciva sibilante tra i denti stretti. Con riluttanza, sentendo ancora gli effetti dello shock che si prolungavano in lui da quando aveva guardato per la prima volta dentro il portale. Tanis vi diresse lo sguardo una seconda volta. Dapprima non riuscì a vedere nulla, salvo un paesaggio spoglio e desolato che si stendeva sotto un cielo ardente. E poi vide una luce rossa riflettersi sopra n’armatura smagliante. Vide una piccola figura immobile davanti al portale, con la spada in pugno, rivolta verso la parte opposta, in attesa di... «Come farà a chiuderlo?» chiese Tanis, cercando di parlare con calma, anche se il dolore gli soffocava la voce. «Non può farlo,» rispose Dalamar.
Tanis lo fissò allarmato. «Allora, cosa impedirà alla Regina di varcarlo un’altra volta?»
«Non può varcarlo, a meno che qualcuno non lo varchi prima di lei, mezzelfo,» rispose Dalamar con una punta d’irritazione, «altrimenti sarebbe entrata già molto prima di adesso. Raistlin lo tiene aperto. Se lui lo varcherà, lei lo seguirà. Con la morte di Raistlin il Portale si chiuderà.»
«Allora Caramon dovrà ucciderlo... uccidere suo fratello?»
«Sì.»
«E dovrà morire anche lui,» mormorò Tanis.
«Prega che muoia!» Dalamar si inumidì le labbra. Il dolore lo stordiva, lo nauseava. «Poiché neppure lui potrà tornare attraverso il Portale. E malgrado che la morte per mano della Regina delle Tenebre possa essere ,molto lenta, molto spiacevole, credimi, Mezzelfo, è sempre preferibile alla vita!»
«Lui lo sapeva...»
«Sì, lo sapeva. Ma il mondo sarà salvo, Mezzelfo,» osservò Dalamar, cinicamente. Riaffondando nella sua sedia, continuò a fissare il Portale, spiegazzando e lisciando alternativamente con la mano le pieghe delle sue vesti nere coperte di rune.
«No, non il mondo, un’anima,» fece per rispondere Tanis con amarezza, quando sentì alle sue spalle la porta del laboratorio aprirsi con un cigolio.
Lo sguardo di Dalamar si spostò immediatamente. Con gli occhi luccicanti, la sua mano andò a una pergamena d’incantesimi che si era infilata alla cintura.
«Nessuno può entrare,» disse con voce sommessa a Tanis che si era voltato a quel rumore. «I guardiani...»
«Non possono fermarlo,» disse Tanis, lo sguardo fisso sulla porta con un’espressione di paura che rispecchiò, per un istante, quella di terrore pietrificato sulla faccia morta di Kitiara.
Dalamar esibì un tetro sorriso, e si abbandonò di nuovo sulla sedia. Non c’era bisogno di guardarsi intorno. Il gelo della morte scorreva attraverso la stanza come una fetida nebbia.