Ho il mondo. Tanis udì le sue stesse parole. Il volto di Laurana gli sorrideva.
Chiuse gli occhi... Il volto di Laurana, bello, saggio, adorabile. La luce splendeva tra i suoi capelli dorati, traeva scintille dai suoi limpidi occhi elfici. La luce divenne più luminosa, come una stella.
Risplendeva pura e brillante, irradiandosi su di lui con una tale intensità da impedirgli di distinguere, ancora, nella sua memoria, l’altra gelida faccia sotto il mantello.
Lentamente, Tanis ritrasse la mano dalla spada.
Lord Soth si voltò. S’inginocchiò, sollevò il corpo avvolto nel mantello, adesso imbrattato da macchie scure di sangue, fra le sue braccia invisibili. Pronunciò una parola magica. Tanis ebbe l’improvvisa visione di un abisso tenebroso che si spalancava ai piedi del Cavaliere della Morte. Un gelo capace di trafiggere l’anima spazzò la stanza, la raffica lo costrinse a girare la testa, come per proteggersi da un vento sferzante.
Quando infine potè nuovamente guardare, l’angolo in ombra era vuoto.
«Se ne sono andati!» la mano di Dalamar gli lasciò libero il polso. «E anche Caramon.»
«Andati?». Voltandosi, con movimenti incerti, vacillanti, rabbrividendo, il corpo intriso d’un gelido sudore, Tanis guardò ancora una volta il Portale. Il paesaggio ardente era vuoto.
Una voce cavernosa echeggiò: Vuoi buttare via tutto ciò che possiedi per qualcuno che ha scelto, tempo addietro, di percorrere i sentieri della notte?
La canzone di Lord Soth
Capitolo decimo
Metti da parte la luce sepolta
della candela, della torcia, e del legno marcio,
e ascolta il virare della notte
intrappolata nel tuo sangue nascente.
Quanto è tranquilla la mezzanotte, amore, quanto è caldo il vento dove volano i corvi, dove tutta la luce mutevole della luna, amore, impallidisce nel tuo occhio scolorito.
Quanto forte mi chiama il tuo cuore, amore, quanto è vicina l’oscurità al tuo petto, quanto tumultuosi sono i fiumi, amore, risucchiati attraverso il tuo polso morente.
E, amore, quale calore nasconde la tua fragile pelle, puro come il sale, dolce come la morte, e nel buio la luna rossa cavalca la volpe di fuoco del tuo alito.
Davanti a lui, il Portale.
Dietro di lui, la Regina. Dietro di lui, il dolore, la sofferenza.
Davanti a lui: la vittoria.
Appoggiandosi al Bastone di Magius, talmente debole da riuscire a stento a tenersi in piedi, Raistlin tenacemente continuò a far campeggiare l’immagine del Portale nella sua mente. Gli pareva di aver camminato, incespicato, strisciato un interminabile miglio dopo l’altro per raggiungerlo.
Adesso era vicino. Poteva vedere i suoi vividi, meravigliosi colori, i colori della vita, il verde dell’erba, l’azzurro del cielo, il bianco delle nubi, il nero della notte, il rosso del sangue...
Il sangue. Guardò le proprie mani, macchiate di sangue, il suo stesso sangue. Le sue ferite erano troppo numerose per poterle contare. Colpito dalle mazze, trafitto dalle spade, riarso dal fulmine, ustionato dal fuoco, era stato attaccato da chierici scuri, da stregoni scuri, da legioni di spettri e di demoni, tutti al servizio della Regina delle Tenebre. Le vesti nere gli penzolavano intorno ridotte a brandelli chiazzati. Ogni singolo respiro era una straziante agonia. Già da molto tempo aveva smesso di vomitare sangue. E malgrado fosse colto da lunghi accessi di tosse, al punto da non riuscire più a rimanere in piedi, era costretto ad accasciarsi sulle ginocchia in preda a conati di vomito, ma non c’era niente... non c’era più niente dentro di lui.
E aveva resistito a tutto questo.
L’esultanza scorreva come febbre nelle sue vene. Aveva resistito, era sopravvissuto. Viveva... a malapena. Ma pur sempre viveva. Il furore della Regina pulsava dietro di lui. E poteva sentire il suolo e il cielo palpitare insieme ad esso. Aveva sconfitto i migliori dei suoi e adesso non rimaneva nessuno che potesse sfidarlo.
Nessuno, salvo lei stessa.
Il Portale tremolò in un turbinio di colori nella sua visione a clessidra. Si avvicinò, si avvicinò sempre più. Dietro di lui la Regina... la rabbia la rendeva incauta, imprudente. Sarebbe fuggito dall’Abisso, adesso lei non poteva più fermarlo.
Un’ombra passò sopra di lui, raggelandolo. Sollevò lo sguardo, vide le dita di una mano gigantesca oscurare il cielo, con le unghie che luccicavano rosse di sangue.
Raistlin sorrise, e continuò ad avanzare. Era un’ombra, nient’altro. La mano che proiettava quell’ombra cercò di ghermirlo, ma invano. Lui era troppo vicino al Portale e lei, certa che i suoi famigli l’avrebbero fermato, era troppo lontana. La sua mano avrebbe afferrato gli orli delle sue lacere vesti nere, quando avesse varcato la soglia del Portale e, con le sue ultime forze, lui l’avrebbe trascinata attraverso il varco.
E poi, una volta arrivati sul suo piano, chi si sarebbe rivelato il più forte?
Raistlin tossì, ma già mentre tossiva, già mentre il dolore lo straziava, sorrise... no, sogghignò, un sogghigno intriso di sangue.
Stringendosi il petto con una mano e serrando nell’altra il Bastone di Magius, Raistlin avanzò, centellinando con estrema attenzione la propria vita a seconda dei propri bisogni, assaporando, l’uno dopo l’altro, ognuno dei suoi respiri brucianti, come un usuraio che gioisce davanti a una moneta di rame. L’imminente battaglia sarebbe stata gloriosa. Adesso sarebbe stato il suo turno di chiamare a sé le legioni perché combattessero per lui. Gli stessi dei avrebbero risposto alla chiamata, poiché la Regina, comparendo nel mondo con tutta la sua potenza e la sua maestosità, avrebbe fatto precipitare su di esso l’ira dei cieli. Le lune sarebbero cadute, i pianeti sarebbero usciti dalle loro orbite, cambiando i loro percorsi. Gli elementi avrebbero obbedito alla sua volontà: il vento, l’aria, l’acqua, il fuoco, ogni cosa sarebbe stata sotto il suo comando.
E adesso, davanti a lui, il Portale, con le teste di drago che lanciavano urla stridenti d’impotenza e furore, sapendo di non avere il potere di fermarlo.
Soltanto un altro respiro, un altro sussultante battito del cuore, un altro passo...
Sollevò la testa incappucciata, e si arrestò.
Una figura, prima non visibile, oscurata da una nebbia di dolore e di sangue e dalle ombre della morte, si levò davanti a lui, ritta in piedi sullo sfondo del Portale, con una spada luccicante in pugno. Raistlin la fissò, in un momento di completa e totale incomprensione. Poi la gioia salì come una marea nel suo corpo infranto.
«Caramon!»
Tese una mano tremante. Non sapeva che miracolo fosse mai quello. Ma il suo gemello era là, come lo era sempre stato, che lo aspettava, che aspettava di combattere al suo fianco...
«Caramon!» ansimò Raistlin. «Aiutami, fratello mio.»
La fatica lo stava sopraffacendo, il dolore stava avendo la meglio su di lui. Stava rapidamente perdendo la facoltà di pensare, di concentrarsi. La sua magia non sfavillava più come il mercurio nel suo corpo, ma si muoveva pigramente, coagulandosi come il sangue sulle sue ferite.
«Caramon, vieni da me. Non posso camminare da solo...»
Ma Caramon non si muoveva. Rimaneva là, fermo, con la spada in pugno, fissandolo con un misto di amore e di dolore nello sguardo, un dolore profondo, bruciante. Un dolore che penetrava come la lama di un coltello attraverso quella nebbia di sofferenza, esponendo l’anima spoglia e vuota di Raistlin. Ma poi seppe. Seppe perché il suo gemello si trovava là.
«Mi blocchi la strada, fratello,» disse Raistlin freddamente.
«Lo so.»
«Fatti da parte, allora, se non intendi aiutarmi!». La voce di Raistlin, proveniente dalla sua gola martoriata, crepitava di furore.
«No.»
«Pazzo! Morirai!». Era soltanto un sussurro, sommesso... e letale.
Caramon emise un profondo sospiro. «Sì,» disse con voce ferma. «E questa volta morirai anche tu.»