«E noi porteremo la tua domanda a Rold, che regge il Consiglio dei Re del Mare di Khondor.»
I Khond che si trovavano sul ponte, mescolati alla ciurma, cominciarono a chiamare i Celesti, gridando i loro messaggi, le loro domande, le parole ansiose di uomini che erano stati per troppo tempo lontani da casa e dalle loro famiglie, che avevano conosciuto una dura schiavitù e avevano forse disperato di poter riacquistare un giorno la libertà perduta. Ci furono molte domande, e i Celesti risposero a tutti, con la loro voce limpida e melodiosa, e dopo qualche tempo, quando il tumulto e la commozione si furono quietati, essi spiccarono di nuovo il volo dalla piattaforma, con le grandi ali spiegate, sfrecciando nell’azzurro, sempre più in alto, fino a scomparire in lontananza, come minuscoli punti sfavillanti.
Lorn rimase a prua, diritto, e li seguì con lo sguardo, fino a quando non rimase altro che l’immensità azzurra e deserta del cielo, dall’uno all’altro orizzonte.
«Presto saremo a Khondor,» disse Jaxart, e Carse si voltò, per rispondergli. Ma un oscuro, improvviso istinto lo indusse a voltarsi di nuovo, a guardare verso prua, e allora vide che Lorn era scomparso.
Non c’era alcun segno del Celeste nell’acqua bianca e lucente. Si era gettato in mare in silenzio, e doveva essere affondato di peso, come un uccello che annega, trascinato dal peso delle sue inutili ali.
Jaxart aveva seguito la direzione dello sguardo di Carse, e dopo qualche istante fu lui a rompere il silenzio, borbottando:
«L’ha voluto lui, ed è stato meglio.» Poi aggiunse un’aspra imprecazione contro i Sark, e Carse sorrise, un sorriso amaro e minaccioso a un tempo.
«Coraggio,» disse. «Possiamo ancora batterli, e far pagare loro tutto ciò che hanno fatto. Dimmi… come mai Khondor ha saputo resistere, là dove Valkis e Jekkara sono cadute?»
«Perché neppure le potenti armi scientifiche dei perversi alleati di Sark, dei Dhuviani, possono arrivare fin là. Capirai il perché quando vedrai Khondor.»
Prima di mezzogiorno, avvistarono la terraferma: una lontana costa rocciosa e inaccessibile. Gli scogli s’innalzavano diritti, invalicabili, dal mare, e al di là degli scogli torreggiava una catena di montagne boscose, simile a una titanica muraglia naturale. Di quando in quando, uno stretto fiordo dalle ripide pareti faceva da scudo a un villaggio di pescatori, e qualche altro villaggio sorgeva solitario e isolato sugli alti pascoli erbosi. Milioni di uccelli marini avevano il loro nido sugli erti scogli, circondati da un bianco collare di fiamma e schiuma luminosa.
Carse mandò Boghaz in cabina, a prendere Ywain. Lei era rimasta là, sotto buona guardia, e Carse non l’aveva più vista dal giorno dell’ammutinamento… se non in una occasione.
Era stata la prima notte dopo l’ammutinamento. Carse, insieme a Boghaz e a Jaxart, era stato intento a esaminare gli strani strumenti che avevano trovato nella piccola cabina interna, quella che era stata occupata dal Dhuviano.
«Queste sono le armi Dhuviane, che soltanto i figli del Serpente sanno come usare,» aveva dichiarato Boghaz. «Ora noi sappiamo per quale motivo Ywain non si sia fatta accompagnare da nessuna nave di scorta. Non ne aveva bisogno, quando un Dhuviano era a bordo della sua galera, e portava con sé le sue misteriose armi.
Jaxart guardò gli strani congegni con una mescolanza di disprezzo, di disgusto e di paura.
«La scienza del Serpente maledetto! Dovremmo gettare queste armi in mare, dietro al corpo di quel fetido figlio di Caer Dhu!»
«No,» aveva esclamato Carse, osservando con attenzione gli strumenti. «Se fosse possibile scoprire il funzionamento di queste armi…»
Aveva dovuto ben presto arrendersi alla constatazione che sarebbe stato impossibile scoprire il segreto delle armi Dhuviane, senza uno studio prolungato. Certo, lui era uno scienziato; la sua specializzazione in archeologia planetaria gli aveva permesso di compiere studi approfonditi nelle più diverse discipline scientifiche, e non dubitava che, con un sufficiente periodo di studio, anche il segreto delle armi di Caer Dhu gli sarebbe diventato palese, almeno entro certi limili. Ma sapeva anche che quella era la scienza di un mondo alieno, una scienza perduta da centinaia di secoli, una scienza della quale era scomparso perfino il ricordo. L’impresa sarebbe stata lunga, e certamente non avrebbe potuto tentarla a bordo della galera.
Quegli strumenti erano stati costruiti da una scienza e da una tecnologia aliene, sotto tutti i punti di vista, da una scienza e da una tecnologia che non avevano alcun punto di contatto con quelle della Terra… una scienza e una tecnologia che avevano saputo creare quel vortice nello spazio e nel tempo, che sapevano manipolare la materia e il tempo in un modo che i più grandi scienziati della Terra ancora non riuscivano a sognare. Quelle armi appartenevano alla scienza di Rhiannon, e anzi ne rappresentavano solo una piccola parte… una parte minima, elementare, se doveva dare ascolto alle leggende.
Carse era riuscito a riconoscere il piccolo apparecchio ipnotico che il Dhuviano aveva usato contro di lui, nel buio. Si trattava di una piccola ruota di metallo, che portava incastonate delle stelle di cristallo, e che si poteva far girare con una lieve pressione del dito. E quando aveva messo in moto la ruota, essa aveva sospirato una nota limpida, armoniosa, una sommessa melodia che gli aveva fatto gelare il sangue, al ricordo della terribile prova alla quale era stato sottoposto, e che lo aveva indotto a interrompere frettolosamente l’esperimento, e a riporre in un canto il congegno.
Gli altri strumenti Dhuviani erano, se possibile, ancora più incomprensibili. Uno era formato da una grossa lente, circondata da prismi di cristallo bizzarramente asimmetrici. Un’altra aveva una pesante base di metallo, sulla quale erano montati dei piatti vibratori metallici. Carse aveva potuto intuire soltanto che quelle armi sfruttavano le leggi di scienze ottiche e acustiche aliene e sottili.
«Nessun uomo può comprendere la scienza Dhuviana,» aveva detto Jaxart, in tono tenebroso. «Neppure i Sark, che pure sono alleati del Serpente.»
Il Khond aveva fissato gli strumenti con l’espressione di odio quasi superstizioso che le armi meccaniche suscitavano tra coloro che non avevano una civiltà fondata sulla scienza.
«È possibile, però, che Ywain, figlia del re di Sark, sappia qualcosa su queste armi,» aveva suggerito Carse, pensieroso. «Vale comunque la pena di tentare.»
Era andato allora nella cabina, dove la principessa veniva sorvegliata a vista, animato da quell’intenzione, e ancora pervaso dalla curiosità che la sua mente scientifica provava nei confronti dei singoli congegni Dhuviani. Aveva trovato Ywain seduta nella cabina, con i polsi serrati dalle catene che poco tempo prima anche Carse aveva portato.
Il terrestre era entrato senza far rumore, cogliendola in un atteggiamento di profonda disperazione… Ywain era stata seduta davanti al tavolino, con la testa china e le spalle piegate, e per un istante gli era sembrata l’immagine stessa della stanchezza e dell’umiliazione. Ma poi, nell’udire il rumore della porta che si richiudeva, Ywain si era raddrizzata bruscamente, e sì era voltata a fissarlo negli occhi, da pari a pari. Carse aveva notato, in quel momento, l’estremo pallore del viso di colei che era stata principessa di Sark, e aveva visto come le ombre giocassero sul suo volto, scavato dall’angoscia e dalla sofferenza di quei giorni.
Non le aveva rivolto la parola subito, ma era rimasto a lungo in silenzio. Non aveva provato alcuna pietà, per lei. L’aveva fissata, sprezzante, assaporando il dolce sapore della vittoria, lieto al pensiero che ora l’arrogante Signora di Sark era nelle sue mani, e che lui avrebbe potuto farne tutto ciò che voleva.
Quando le aveva chiesto di dargli qualche spiegazione sulle armi scientifiche dei Dhuviani che avevano trovato a bordo, però, Ywain era scoppiata in una risata aspra, senza alcuna allegria.
«Devi essere davvero un barbaro ignorante, se pensi che i Dhuviani possano avermi istruita nella loro scienza. Uno di essi è venuto da me, per spaventare con quelle terribili armi il re di Jekkara, che stava covando propositi di ribellione. Ma S’San non mi ha neppure permesso di sfiorare con la punta delle dita quegli oggetti.»