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«Se fossi posseduto dal Maledetto, non sarei forse il primo a saperlo?» esclamò, in tono sprezzante.

Lo saprei davvero? la domanda riecheggiò nella mente di Carse, e l’eco gli riportava il pauroso tremore del dubbio. E d’un tratto, nella sua mente si assieparono i ricordi… l’oscurità d’incubo della Tomba; quel vortice di tenebre cosparse di luci, quando, durante la lunga, tremenda caduta, gli era parso di avvertire la vicinanza di un’avida presenza aliena… i sogni, e la conoscenza solo in parte dimenticata, e che non appartenevano a lui…

Non era vero. Non poteva essere vero.

Boghaz salì, infine, sul palco. I suoi ocelli piccoli e calcolatori fissarono per un momento Carse, con un’espressione bizzarra e penetrante, ma quando egli si rivolse ai Re del Mare, il suo atteggiamento e le sue parole furono concilianti.

«Non c’è dubbio che la Signora Emer possieda una saggezza infinitamente superiore alla mia, e non c’è nulla di più lontano dal mio cuore e dai miei desideri che il pensiero di mancarle di rispetto. Però il barbaro è mio amico, e io parlo in base a quello che conosco direttamente. E vi dico che egli è quello che dichiara di essere, né più, né meno.»

A queste parole, gli uomini della galera lanciarono un brontolio d’assenso, un brontolio minaccioso, che quasi voleva avvertire i Khond della loro esistenza, e del loro desiderio di combattere per salvare il loro capo.

«E ora riflettete, miei signori. Credete proprio che Rhiannon, uscito dalla sua Tomba, si affretterebbe a uccidere un Dhuviano, e a muovere guerra a Sark? Verrebbe forse egli a offrire ai Khond la vittoria, su un vassoio dorato?»

«No!» gridò Barbadiferro. «Per gli dei, non farebbe mai una cosa simile. Tutti sanno che egli amava la stirpe del Serpente.»

Emer sollevò la mano, per richiamare la loro attenzione, e parlò:

«Miei signori, vi ho mai mentito, o vi ho mai dato un consiglio che si sia rivelato errato?»

Tutti si affrettarono a scuotere il capo, e Rold disse:

«No. Ma in questo caso, la tua parola non è sufficiente.»

«Benissimo, allora, dimenticate la mia parola. C’è il modo per dimostrare se egli sia davvero Rhiannon, o se non lo sia. Che egli passi la prova davanti ai Sapienti!»

Rold si accarezzò la barba, lentamente, pensieroso.

«Il tuo consiglio è saggio,» ammise, e gli altri fecero eco al suo assenso.

«Sì… che egli sia sottoposto alla prova dei Sapienti!»

Rold si rivolse a Carse.

«Sei disposto a sottoporti alla prova?»

«No,» rispose Carse, furibondo. «Non mi sottoporrò a nessuna prova. Al diavolo tutte le vostre pazze superstizioni! Se offrendovi il segreto della Tomba non riesco a convincervi di essere dalla vostra parte… ebbene, farete senza la Tomba, e senza di me.»

Il volto di Rold s’indurì.

«Nessuno ti farà del male. Se tu non sei Rhiannon, non hai nulla da temere. Te lo chiedo di nuovo: sei disposto a sottoporti alla prova?»

«No!»

Cominciò ad avanzare a grandi passi sul palco, dirigendosi verso il punto in cui i suoi uomini erano tutti riuniti, come lupi ringhiosi impazienti di dare battaglia. Ma Thorn di Tarak fu lesto a fargli lo sgambetto, mentre egli gli passava accanto, facendolo cadere, e gli uomini di Khondor circondarono la ciurma della galera.

Carse si dibatté come un gatto selvatico, tra i Re del Mare che cercavano di sopraffarlo, resistette con tutte le sue forze al loro attacco, in una breve vampata di collera impotente, una collera che doveva sfogarsi in qualche maniera… lottò disperatamente, fino a quando, con un’espressione di rammarico dipinta sul volto gioviale, Barbadiferro non lo colpì alla testa con il corno di rame nel quale aveva bevuto il suo vino, facendolo stramazzare sul palco, inerte, mentre nella sua mente calavano le tenebre dell’incoscienza.

Capitolo XII

IL MALEDETTO

Il sudario di tenebre si sollevò, lentamente. La prima cosa della quale Carse si accorse fu il suono… il rumore lento, frusciante di acqua molto vicina a lui, e il rugghiare soffocato di onde che s’infrangevano contro una parete di roccia. Erano gli unici rumori che udiva; per il resto, c’era un senso incombente di immobilità e di attesa.

Poi venne la luce, un chiarore soffuso, dolce. Quando egli aprì gli occhi, vide in alto, su di lui, una stretta valle di stelle, vivide e scintillanti, una valle scavata nella roccia, che, più in basso, formava tin arco naturale dalle incrostazioni cristalline che diffondevano intorno una luminescenza tenue, pallida e costante.

Lui si trovava in una caverna marina, una grotta che conteneva uno stagno di fuoco latteo. Quando gli si schiarì la vista, notò che c’era una parete di roccia, dal lato opposto dello stagno, e su quella parete c’erano degli scalini, che sparivano in alto, e giungevano là dove, sulla roccia, c’era una specie di terrazza naturale, uno stretto costone che dominava lo stagno. E su quella terrazza di roccia c’erano tutti i Re del Mare, con Ywain e Boghaz incatenati, e i capi dei Nuotatori e dei Celesti. Gli sguardi di tutti erano fissi su di lui, e nessuno parlava.

Carse scoprì di essere legato a una sottile guglia rocciosa, in piedi, completamente solo.

Emer era diritta davanti a lui, immersa fino alla vita nell’acqua lattea e luminosa dello stagno. Tra i suoi seni la perla nera mandava riverberi foschi, e l’acqua fosforescente scendeva dai suoi capelli, come un ruscello di diamanti. La fanciulla teneva tra le mani una grande gemma grezza, di un colore grigio opaco, e nebulosa, come un’immagine vista attraverso un velo d’acqua o di sogno.

Quando la fanciulla vide che gli occhi del terrestre erano aperti, disse, con voce limpida:

«Venite, o miei maestri! È il momento.»

Un sospiro di rammarico parve mormorare per tutta la grotta. La superficie dello stagno s’increspò, con un tremolio di fosforescenza, e le acque si aprirono quiete, lasciando uscire tre figure che nuotarono lentamente, venendo accanto a Emer. Erano le teste di tre Nuotatori, canute per gli anni.

I loro occhi erano le cose più spaventose che Carse avesse mai visto. Perché erano occhi giovani, splendenti di una strana gioventù aliena che non apparteneva al corpo, e in essi c’erano una saggezza e una forza che lo sgomentarono.

Ancora in parte stordito dal colpo vibratogli da Barbadiferro, cominciò a divincolarsi, a tendere le corde che lo tenevano prigioniero, e sopra di lui udì un fruscio, che pareva il battito d’ali di grandi uccelli risvegliati da un lungo, profondo sonno.

Sollevando lo sguardo, allora, egli vide sugli speroni di roccia immersi nella penombra, in alto, tre figure torve, le vecchie, vecchissime aquile dei Celesti, con le ali stanche, e anche nei loro occhi ardeva la luce della saggezza che nulla aveva a che spartire con la carne.

Allora ritrovò le forze, e la parola. Gridò tutta la sua collera, e si divincolò furiosamente, nel futile tentativo di spezzare le corde che lo avvincevano, e sotto la volta echeggiante della grotta la sua voce aveva un suono strano, vuoto e tenebroso, e nessuno rispose, e le funi erano strette, e non c’era possibilità alcuna di liberarsi.

Infine, capì che tutti i suoi sforzi erano inutili. Allora si arrese, stanco e ansante, appoggiando la schiena alla guglia di roccia.

Dall’alto giunse un mormorio rauco, un bisbiglio lieve e sicuro.

«Sorellina… solleva la pietra del pensiero.»

Emer levò alta la gemma nebulosa che reggeva tra le mani.

Fu uno spettacolo strano, spettrale e fantasmagorico. Dapprima, Carse non riuscì a capire. Poi vide che, mentre gli occhi di Emer e dei Sapienti si offuscavano, il grigiore nebbioso della gemma pareva schiarirsi, e illuminarsi di luce propria.

Pareva che tutta la potenza delle loro menti unite si riversasse nel punto focale del cristallo, fondendosi, attraverso di esso, in un solo, intenso raggio. E in quel momento, avvertì la pressione di quelle menti unite nello sforzo sulla sua mente!