Confusamente, Carse intuì quello che essi stavano facendo. I pensieri della mente cosciente erano una minuscola pulsazione elettrica attraverso i neuroni. Quella pulsazione elettrica poteva essere attutita, e neutralizzata, da un impulso contrario e più potente, come quello che Emer e i Sapienti stavano concentrando su di lui, servendosi di quel cristallo elettrosensitivo come di una lente, che raccoglieva e faceva convergere su di lui l’intensità della loro forza mentale.
Quei primitivi non potevano certo conoscere il principio scientifico sul quale si basava il loro attacco sulla sua mente! Nessuno, sul pianeta Marte di quel tempo, conosceva abbastanza la scienza per poterne sfruttare anche i concetti più elementari. Ma quegli Halfling, certamente quelli dotati dei poteri extrasensoriali più forti, dovevano avere scoperto, già nel più remoto passato, attraverso qualche fortuita combinazione di eventi, che quei particolari cristalli avevano il potere di concentrare i separati impulsi delle loro menti, e avevano usato qtiella scoperta, come accadeva presso tutti i popoli primitivi, senza conoscere neppure l’ombra dei principi scientifici sui quali essa era in realtà basata.
«Ma io posso tenerli a bada,» mormorò tra sé Carse, ansioso. «Posso tenerli a bada tutti! Non riusciranno a entrare nella mia mente!»
Lo infuriava, quel battere calmo, impersonale, alle porte della sua mente, nel tentativo di abbattere le sue difese, di scoprire i suoi pensieri, nudi, per i loro occhi. Combatté quella forza con tutta la sua volontà, con tutta l’energia che era rimasta nel suo corpo e nella sua mente, combatté duramente, ma non fu sufficiente.
E poi, come già era accaduto quando egli aveva affrontato le stelle melodiose, suadenti, del Dhuviano, gli venne in aiuto una forza ignota, che era in lui eppure non pareva appartenergli, una forza scaturita da qualche profondità, da qualche recesso della mente del terrestre, che egli neppure sospettava di possedere.
Quella forza costruì una barriera, per proteggerlo dalla potenza dei Sapienti, e la tenne salda, eretta, fino a quando Carse non cominciò a gemere e a gridare, in preda a una terribile sofferenza, un dolore sordo che apparteneva, insieme, alla mente e al corpo. Lo sforzo tremendo gli tese il corpo in ogni fibra, e grandi gocce di sudore cominciarono a formarsi sulla sua fronte, e discesero lente sul viso, mentre tutto il suo corpo si torceva, attraversato da spasimi terribili, ed egli capì, confusamente, orribilmente, che non avrebbe potuto resistere ancora per molto, che tra breve le sue forze si sarebbero prosciugate, e che lui sarebbe morto, sarebbe morto tra le sofferenze più atroci del corpo e dello spirito.
La sua mente era come una stanza chiusa, le cui porte venivano spalancate d’un tratto dalla furia di venti che spiravano da molte direzioni diverse, ed entravano in turbinoso conflitto, sconvolgendo i ricordi accumulati ordinatamente, scuotendo i sogni ormai polverosi e stanchi, e rivelando ogni cosa, ogni cosa, perfino negli angoli più segreti e più oscuri.
Tutti, all’infuori di uno. Un luogo ove l’ombra era solida e impenetrabile, e non sarebbe stata dispersa.
La gemma ardeva tra le mani di Emer. E c’era un grande silenzio, un’immobilità tesa e quieta a un tempo, paurosamente simile al silenzio che regna negli spazi infiniti, tra le isole stellari dell’Universo.
E attraverso quelle immense, silenziose, cristalline distanze cosmiche, la voce di Emer lo chiamò, lo raggiunse, alta e limpida e sicura.
«Rhiannon, parla!».
L’ombra oscura che Carse sentiva annidata nella sua mente parve scossa da un breve fremito, si mosse per un istante, ma non diede altri segni di vita. Carse sentì che essa aspettava, e osservava.
Il silenzio pulsava, nella grotta. E dall’altra parte dello stagno, sulla terrazza rocciosa che pareva sospesa sul bianco fuoco delle acque, gli spettatori si mossero, turbati e ansiosi.
Nel silenzio, si udì il suono querulo, supplichevole, della voce di Boghaz.
«È una follia! Com’è possibile che voi crediate questo barbaro il Maledetto, il Maledetto che visse più di un’era fa?»
Ma Emer non prestò alcuna attenzione alle parole del Valkisiano, e la gemma, tra le sue dita, ardeva come una fiamma viva, sempre più in alto, sempre più in alto.
«I Sapienti sono forti, Rhiarmon! Essi possono spezzare la mente di quest’uomo. E lo faranno, se tu non parlerai!»
Il suo tono, ora, era pervaso da una selvaggia esultanza.
«Che cosa farai, allora?» domandò. «Ti insinuerai in un’altra mente, in un altro corpo? Questo non puoi farlo, Rhiannon! Perché se potessi, già lo avresti fatto, qui, in questo luogo e in questo momento!»
Dall’altra parte dello stagno, sulla terrazza di roccia, la voce di Barbadiferro bonfonchiò, raucamente:
«È una cosa che non mi piace, questa. Non mi piace affatto!»
Ma Emer proseguì, spietata, incalzante, e la sua voce pareva l’unica cosa rimasta in tutto l’universo di Carse… una cosa implacabile, terribile, minacciosa.
«La mente di quest’uomo sta cedendo, Rhiannon. Ancora un minuto… ancora un minuto, e l’unico strumento di cui disponi si trasformerà in un irrecuperabile idiota, incapace di servire a te o a se stesso o a chiunque altro. Parla subito, se vuoi salvarlo!»
La voce della fanciulla echeggiava sulla volta rocciosa della caverna, si ripercuoteva forte, cristallina e implacabile intorno, pareva penetrare in ogni fibra del corpo sofferente di Carse, mentre la gemma, tra le sue mani, era come una fornace di potenza viva, di forza invincibile, che si espandeva fino ad abbracciare i confini dell’universo.
Carse avvertì l’angoscia, la terribile, dolorosa angoscia che attanagliava l’ombra acquattata nella sua mente… una tremenda agonia di dubbio, di paura…
E poi, d’un tratto, quell’ombra oscura parve esplodere in tutto il cervello e in tutto il corpo di Carse, impossessandosi di lui completamente, fino all’ultimo atomo. Ed egli udì la propria voce, ma aliena di tono e di timbro, gridare:
«Lasciate vivere la mente di quest’uomo! Parlerò!»
L’eco tonante di quel terribile grido smorì lentamente, lentamente, e nel silenzio pregno di tensione che seguì, Emer indietreggiò di un passo, e poi di un altro ancora, traendo riflessi di fiamma dalle acque quiete dello stagno, ritraendosi come se tutto il suo corpo, tutta la sua carne volessero sfuggire, inorriditi, a ciò che era stato evocato.
La gemma, tra le sue mani, impallidì d’un tratto, e poi si spense, riacquistando il suo nebuloso grigiore. Increspature luminose si formarono sfavillanti nell’acqua, scie veloci, mentre i vecchi Nuotatori s’allontanavano guizzando, mentre le ali dei Celesti urtarono contro la roccia della volta, in alto. Negli occhi di tutti i presenti c’era la tenebrosa luce della comprensione, e della paura.
Dal gruppo delle figure irrigidite che stavano ritte dall’altra parte dello stagno, sulla terrazza rocciosa, da Rold e dai Re del Mare e dai capi dei Nuotatori e dei Celesti, si levò un tremante segno di riconoscimento, che aveva la forma e il suono di un nome bisbigliato da voci sgomente.
«Rhiannon! Il Maledetto!»
Carse capì in quel momento che perfino Emer, la fanciulla che aveva osato costringere a rivelarsi la cosa celata ch’ella aveva percepito nella sua mente, che l’aveva fatta uscire allo scoperto, abbandonando il suo rifugio, ora tremava di terrore, l’oscuro terrore della cosa che lei stessa aveva evocato.
E anche lui, Matthew Carse, aveva paura. Non era la prima volta, nella sua vita, che egli conosceva la gelida carezza della paura. Ma perfino il terrore che aveva provato quando aveva affrontato il Dhuviano non era nulla, in confronto a questa cieca, tremenda agonia.
Sogni, illusioni, frutto di una mente ossessionata… aveva cercato di convincersi che tutti gli indizi, tutti i segni, tutte le intuizioni che aveva avuto dal momento in cui si era tuffato nell’abisso del tempo potessero venire spiegati così, semplicemente, come il prodotto di una fantasia troppo eccitata. Ma ora non più. Ora non più! Perché ora conosceva la verità, e conoscerla era una cosa terribile.