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«Questo non prova nulla!» Era Boghaz, che faceva udire la sua voce querula, ostinata, supplichevole. «Lo avete ipnotizzato!… Lo avete costretto ad ammettere l’impossibile!»

«È Rhiannon,» disse sommessamente uno dei Nuotatori. E sollevò le spalle coperte dalla soffice pelliccia, bianca per l’età, uscendo in parte dall’acqua, e nello stesso tempo sollevò alto il braccio destro. «È Rhiannon, nel corpo dello straniero.»

E poi, con un grido arrocchito dalla paura:

«Uccidete quest’uomo, prima che il Maledetto lo usi per distruggerci tutti!»

Immediatamente, un clamore infernale si levò tra le pareti della grotta, rimbalzando sulla volta, ingigantito dall’eco, il clamore di un’antica, ancestrale paura che usciva ora gridando dalla gola degli umani e degli Halfling, in un impeto di panico.

«Uccidetelo! Uccidetelo!»

Carse era impotente, incapace di servirsi del proprio corpo, ma aveva una strana comunanza di sentimenti con la presenza oscura che si trovava dentro di lui, riusciva a intuirne lo spirito e i pensieri; e quell’oscura presenza era animata da un’ansia terribile, che sconfinava quasi nella paura, una paura ancor più terribile perché non apparteneva al corpo, ma allo spirito. Udì risuonare la voce possente che usciva dalle sue labbra, ma non era la sua, e gli accenti vibranti di quella voce riuscirono a farsi udire, dominando il clamore.

«Aspettate! Voi mi temete, perché io sono Rhiannon! Ma non sono ritornato per farvi del male!»

«Perché sei venuto, allora?» bisbigliò Emer.

La fanciulla teneva lo sguardo fisso sul volto di Carse. E dagli occhi dilatati, fissi di lei, Carse capì che il suo volto doveva costituire uno spettacolo strano e terribile.

Attraverso le labbra di Carse, Rhiannon rispose:

«Sono ritornato per redimere il mio peccato… lo giuro!»

Il volto sconvolto, pallidissimo, di Emer, avvampò d’un tratto in una fiammata di odio e di collera.

«O padre di ogni menzogna! Rhiannon, che ha portato il male sul nostro mondo, dando al Serpente la sua potenza, Rhiannon, che è stato condannato e punito per il suo delitto… Rhiannon, il Maledetto, è diventato un santo!»

Ed Emer rise, una risata amara, nata dall’odio e dalla paura, una risata che fu raccolta e riecheggiata dai Nuotatori e dai Celesti.

«Dovete credermi, per il vostro bene!» gridò la voce di Rhiannon, con una collera che poteva essere soltanto la collera di un semidio, «Non volete neppure ascoltarmi?»

Carse avvertiva la passione della presenza oscura che aveva usato il suo corpo in quella maniera malefica. In quel momento, egli era tutt’uno con quel cuore alieno, che era violento e amaro e solo… solo, gonfio di una solitudine così immensa, che nessun vivente avrebbe mai potuto comprendere il significato.

«Ascoltare Rhiannon?» gridò Emer. «I Quiru ti ascoltarono, forse, nel loro remotissimo tempo? Essi ti giudicarono per il tuo peccato!»

«Vuoi dunque negarmi la possibilità di redimermi?» Il tono del Maledetto era quasi supplichevole. «Non puoi capire, non potete capire tutti, che quest’uomo, Carse, rappresenta l’unica opportunità che io abbia di porre rimedio al male che ho fatto?»

La sua voce si alzò, urgente, ansiosa.

«Per un’era, giacqui fisso e immobile, sopportando una prigionia che neppure l’orgoglio di Rhiannon poteva sopportare. Comprendevo il mio peccato: desideravo riparare al male compiuto, ma non potevo farlo.

«Poi, in quella che era la mia tomba e la mia prigione, giunse dall’esterno quest’uomo, Carse. Introdussi l’immateriale rete elettrica della mia mente nel suo cervello. Scoprii che non potevo dominarlo, perché il suo cervello era alieno e differente. Ma potevo influenzarlo un poco, e pensavo di poter agire per mezzo suo.

«Perché il suo corpo non era legato alla mia tomba. Grazie a esso, finalmente la mia mente avrebbe potuto, almeno, uscirne. E ne uscii, infatti, nella mente dello straniero, senza osare neppure di far capire a lui che io mi trovavo nel suo cervello.

«Pensavo che, attraverso di lui, avrei potuto trovare la maniera di schiacciare il Serpente, che per mia disgrazia io stesso avevo sollevato dalla polvere, tanto tempo fa.»

La voce tremante di Rold si levò, interrompendo l’appassionata supplica che usciva dalle labbra di Carse. Sul volto del Khond c’era uno sguardo selvaggio, smarrito.

«Emer, fa’ sì che il Maledetto non parli più! Togli l’incantesimo delle vostre menti da quest’uomo!»

«Togli l’incantesimo!» gli fece eco Barbadiferro, raucamente.

«Sì,» mormorò Emer. «Sì.»

Ancora una volta la fanciulla sollevò la gemma, e subito Sapienti unirono tutte le loro forze, incitati dal terrore che li aveva pervasi. Il cristallo elettrosensitivo fiammeggiò, e a Carse parve l’ardore di una pira funeraria, un rogo che veniva a bruciargli la mente. Perché Rhiannon lottava contro quella forza, lottava con la disperazione della furia impotente.

«Dovete ascoltarmi! Dovete credermi!»

«No!» gridò Emer. «Taci, Rhiannon! Libera l’uomo, o egli morrà!»

Ci fu un’ultima, disperata protesta, un selvaggio grido che venne mozzato sul nascere dalle ferrea determinazione dei Sapienti. Un momento di esitazione… una punta acuminata di dolore troppo profondo per essere compreso da una mente e da uno spirito umani… e poi la barriera scomparve.

La presenza aliena, l’insana comunanza della stessa carne, se ne andarono, e la mente di Matthew Carse si chiuse sull’ombra e la nascose, come le acque di un lago si chiudono e nascondono il sasso che le ha turbate. La voce di Rhiannon era stata soffocata.

Come un cadavere, svuotato di ogni forza, e di ogni riverbero di vita, Carse si afflosciò inerte contro le corde che lo stringevano. La luce si spense, nel prodigioso cristallo. Emer lasciò ricadere le braccia. Curvò il capo in avanti, in modo che i suoi biondi capelli le coprissero il volto, e anche i Sapienti si coprirono il volto, e rimasero immobili, in silenzio. I Re del Mare, Ywain, perfino Boghaz, erano immobili, come raggelati e senza parole, come persone sfuggite per un miracolo alla morte, che si accorgano in ritardo di quanto sia loro passata vicina la mano nera, inesorabile della morte.

Carse mandò un gemito. Per molto, moltissimo tempo, solo quel gemito e il suo respiro rauco, affannoso, si udirono, nel grande silenzio che incombeva sulla caverna.

E poi Emer disse:

«L’uomo deve morire.»

Non c’era più nulla, in lei, ora, all’infuori di tin’infinita stanchezza, e di un’amara verità.

Confusamente, Carse udì la risposta cupa, amara, di Rold.

«Sì. Non c’è altro modo.»

Boghaz tentò di parlare, a questo punto, ma tutti gli altri lo fecero tacere.

Carse balbettò, con voce rauca e spezzata:

«Non è vero. Una cosa simile è impossibile.»

Allora Emer sollevò il capo, e lo guardò negli occhi. Il suo atteggiamento era cambiato. Ora non pareva più spaventata dalla presenza di Carse, ma solo piena di compassione per lui.

«Eppure, tu sai che è vero.»

Carse non rispose. Lo sapeva.

«Tu non hai fatto alcun male, straniero,» disse Emer. «Nella tua mente ho visto molte cose che per me sono strane, e molte altre cose che io non posso capire, ma in queste cose non esisteva alcun male. Ma Rhiannon vive con te, e noi non osiamo lasciarlo vivere.»

«Ma lui non può controllarmi!» Carse fece uno sforzo, per restare eretto, per sollevare il capo, in modo che le sue parole potessero venire udite… perché la sua voce era esausta, priva di ogni energia e di ogni forza, come il suo corpo. «L’hai udito anche tu: è stata la sua stessa voce ad ammetterlo. Non può dominarmi. La mia volontà appartiene soltanto a me.»

Ywain disse, lentamente:

«E allora, cosa puoi dire di S’san, e della spada? Non era la mente di Carse, il barbaro, che controllava allora il tuo corpo!»