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Fece un gesto, stanco, disperato, e volse il capo da un’altra parte.

«Credo però che Barbadiferro sia della mia stessa idea. Così, farà in modo che la tua morte sia rapida, e pulita.»

Dopo un lungo silenzio, Carse domandò:

«E Ywain?»

«È stato Thorn di Tarai: a occuparsi di questo. La porteranno con loro a Sark, incatenata alla prua della nave ammiraglia.»

Ci fu un altro lungo silenzio. A Carse parve che l’aria stessa fosse pesante, un peso immenso che gravava sul suo cuore.

Si accorse che Emer se ne era andata, in silenzio. Allora si voltò, e uscì, sull’angusto balcone, e rimase immobile, a lungo, guardando il lontano spumeggiare inquieto del mare.

«Rhiannon,» mormorò. «Ti maledico. Maledico la notte nella quale ho visto la tua spada, e maledico il giorno in cui sono giunto a Khondor, con la promessa della tua tomba.»

La luce stava svanendo. Il mare pareva un bagno di sangue, nel tramonto. Il vento portava a Carse l’eco di parole spezzate e grida che venivano dalla città, e lontano, in basso, le lunghe navi entravano veloci nel fiordo.

Carse rise, una risata senza allegria.

«Hai ottenuto quel che volevi,» disse alla Presenza che era dentro di lui. «Ma non potrai godere a lungo di questa vittoria!»

Era una soddisfazione ben misera, saperlo.

La tensione degli ultimi giorni, e quell’ultima, drammatica scossa, erano state troppo forti… più di quanto qualsiasi uomo avesse potuto sopportare. Carse sedette in un angolo, su una panca intarsiata di legno, si prese il capo tra le mani, e rimase così, un’immàgine di sconfitta, troppo stanco perfino per provare delle emozioni.

La voce del tenebroso invasore mormorava nel suo cervello, e per la prima volta Carse scoprì di essere troppo stanco per resistere, per contrastarla.

«Avrei potuto risparmiarti tutto questo, se tu mi avessi ascoltato. Stupidi e bambini, tutti quanti, che non mi avete voluto dare ascolto!»

«Va bene, allora… parla,» borbottò stancamente Carse, pronunciando con le labbra quello che la Presenza avrebbe potuto ugualmente leggere nella sua mente. «Ormai il male è fatto, e Barbadiferro sarà presto qui. Parla, Rhiannon… te lo permetto.»

E Rhiannon parlò, inondando la mente di Carse con la voce del suo pensiero vibrante, furiosa come un vento di tempesta prigioniero di un’angusta caverna, disperata, supplichevole.

«Se avrai fiducia in me, Carse, io potrò ancora salvare Khondor. Prestami il tuo corpo, concedimi di usarlo…»

«Anche se ormai sono ridotto alla disperazione, non sono ancora impazzito fino a questo punto.»

«Dei altissimi!» gridò, furibondo, il pensiero di Rhiannon. «E pensare che c’è così poco tempo…»

Carse avvertì, dentro di sé, la lotta che quella oscura presenza stava impegnando contro se stessa, per dominare la terribile collera che la pervadeva; e quando la voce mentale si fece udire di nuovo, essa era controllata, e calma, e vibrava di una sincerità terribile.

«Ho detto la verità, nella grotta. Tu sei stato nella mia Tomba, Carse. Quanto tempo credi che io abbia potuto giacere là, solo in quella spaventosa oscurità, fuori dello spazio e del tempo, senza cambiare? Io non sono un dio! Comunque possiate chiamarci, ora, noi Quiru non siamo mai stati dèi… ma solo una razza umana che venne prima delle altre.

«Mi chiamano il Maledetto, e per loro io sono la personificazione del male… ma non è vero! Sono stato orgoglioso e ambizioso, certo, e anche stupido, ma le mie intenzioni non erano malvage. Sono stato maestro della Stirpe del Serpente, perché essi erano intelligenti, e sapevano come adularmi… e quando essi usarono i miei insegnamenti per fini malvagi, io cercai di fermarli, e non vi riuscii, perché grazie ad essi avevano creato delle difese, e neppure i miei poteri riuscivano più a raggiungerli, a Caer Dhu.

«Fu per questo che i miei fratelli Quiru mi giudicarono. Mi condannarono a rimanere imprigionato al di là dello spazio e del tempo, nel luogo che avevano preparato per me, fino a quando i frutti del mio peccato avessero continuato a esistere su questo mondo. E poi mi abbandonarono.

«Noi eravamo gli ultimi della nostra razza. Non esisteva nulla che li trattenesse qui, non esisteva nulla che essi potessero fare. Essi cercavano solo la pace e la conoscenza. Cosi se ne andarono, seguendo la strada che avevano scelto. E io cominciai ad attendere. Riesci a comprendere quale attesa sia stata la mia?»

«Credo che tu lo meritassi,» disse Carse, cupo, ma dentro di lui si era creata un’improvvisa tensione. Fievole, esitante, aveva cominciato a scorgere la fiammella di una speranza…

Rhiannon continuò:

«Infatti. Ma la tua venuta mi ha offerto l’opportunità di riparare al male che ho fatto, di redimere il mìo peccato, in modo che io sia libero di seguire i miei fratelli.»

La voce mentale si fece ancor più intensa, vibrante di una passione che era forte, pericolosamente forte.

«Prestami il suo corpo, Carse! Prestami il tuo corpo, affinché io possa farlo!»

«No!» gridò Carse. «No!»

Balzò in piedi, e ora era consapevole del pericolo che stava correndo, e cominciò a combattere con tutte le sue forze contro quella presenza possente, imperiosa, violenta. La respinse, la ricacciò nel fondo degli oscuri meandri dell’inconscio, chiudendo tutte le barriere della sua mente, per impedirle di parlare ancora.

«Non puoi dominarmi,» bisbigliò. «Non puoi!»

«No,» sospirò amaramente Rhiannon. «Non posso.»

E la voce interiore tacque.

Carse si appoggiò alla parete di roccia, sudato, tremante, ma pervaso da un’ultima, disperata speranza. Per il momento, si trattava solo di un’idea appena formata, ma era sufficiente a spronarlo. Tutto, tutto era meglio di quell’attesa passiva della morte, come un topo in trappola.

Se gli dei della fortuna gli avessero concesso soltanto un po’ di tempo…

Dall’interno, gli giunse il rumore di una porta che si apriva, e l’imperioso alt delle guardie, e il suo cuore parve fermarsi per un momento. Rimase là, sul balcone battuto dal vento, immobile, trattenendo il respiro, in attesa di udire la voce di Barbadiferro.

Capitolo XIV

L’INCREDIBILE IMPOSTURA

Ma non fu la voce di Barbadiferro a rispondere all’imperiosa domanda delle guardie. Fu la voce di Boghaz. E fu Boghaz, da solo che uscì sul balcone, venendogli incontro, con un’espressione triste e abbattuta.

«È stata Emer a mandarmi qui,» disse. «Lei mi ha annunciato la tragica notizia, e allora ho sentito il bisogno di venire a dirti addio.»

Con immensa tristezza, afferrò la mano di Carse.

«I Re del Mare sono riuniti nell’ultimo concilio di guerra, prima della partenza per Sark, ma la loro riunione non durerà a lungo. Vecchio amico, quante cose abbiamo vissuto insieme, quanti pericoli e quante sofferenze abbiamo affrontato, fianco a fianco! Mi ero affezionato a te come a un fratello, e questa tremenda separazione che ora ci sovrasta mi fa sanguinare il cuore.»

Il grasso Valkisiano pareva sinceramente addolorato. Quando sollevò lo sguardo per fissare Carse, i suoi occhi erano colmi di lacrime.

«Oh, sì, come un fratello!» ripeté, con voce spezzata. «E come fratelli, abbiamo litigato, a volte, ma abbiamo anche valorosamente combattuto insieme. Un uomo non può dimenticare.»

Fece un profondo sospiro.

«Vorrei almeno avere qualcosa di tuo da conservare, amico. Un tuo ricordo, che mi terrà compagnia nei tristi giorni che mi aspettano. Un ninnolo, un ornamento… quel tuo collare gemmato, forse, la tua cintura… ormai non potrai più avvertirne la mancanza, e io li custodirò amorosamente per tutti i giorni che mi restano da vivere.»

Si asciugò una lacrima, e Carse lo afferrò rudemente per la gola.