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Ma prima di giungere a Sark il viaggio era lungo.

Era stata soltanto una sua impressione, o nel suo atteggiamento c’era stata una lievissima sfumatura d’ironia, appena percettibile, quando aveva chinato il capo?

Capitolo XV

SOTTO LE DUE LUNE

Boghaz, grazie all’infallibile istinto della sua genia ladresca, aveva imparato a conoscere tutti i possibili nascondigli e i più riposti passaggi segreti che esistevano a Khondor. Non era stata vanteria, la sua, quando aveva detto questo a Carse. Per uscire dal palazzo, egli usò una via così abbandonata e disusata che la polvere era alta e intatta ovunque, e la porta del bastione quasi cadeva a pezzi, marcendo abbandonata da molto, moltissimo tempo. E poi, per scannate strette e ripide, dai gradini consumati e sgretolati in più punti, e vicoletti ripidi e strettissimi, tanto da non essere molto più che semplici fessure nella roccia, li guidò in un ampio giro intorno alla città.

Khondor ribolliva e tumultava di agitazione, e del fervore dei preparativi. Il fresco vento notturno portava l’eco di passi frettolosi e di voci concitate, tese e ansiose. L’aria vibrava del battito d’ali dei Celesti, nugoli di creature alate che andavano e venivano, stagliandosi nere contro lo sfondo del cielo palpitante di stelle.

Non c’era panico, in quell’attività febbrile; regnava anzi un certo ordine, che appariva doppiamente bizzarro, in quella situazione disperata. Ma Carse poteva avvertire la collera della città, l’ira sorda che pervadeva ogni gradino e ogni casa e ogni vicolo e ogni piazza, e la fosca, feroce tensione degli uomini che stavano per andare a combattere, in un assalto disperato contro un fato ormai ineluttabile. Dal lontano, antico tempio della città, Carse poteva udire le voci delle donne, un lamentoso, implorante salmodiare di preghiere rivolte agli dei.

Gli uomini frettolosi che incontravano lungo la strada non prestarono alcuna attenzione a loro. Quei due erano soltanto un grasso marinaio che portava un enorme fagotto, e un uomo alto e silenzioso, avvolto in un mantello… due uomini che scendevano verso il porto. Cosa poteva esserci di strano, in questo spettacolo? I Kliond lanciavano brevi occhiate, e passavano oltre.

Cominciarono a discendere la lunga, lunghissima gradinata che portava al porto, e lungo quella discesa vertiginosa incontrarono un numero sempre maggiore di persone, ma nessuno prestò loro un’attenzione particolare, neppure in questa circostanza. Ogni abitante di Khondor era troppo immerso nella propria angoscia, troppo occupato nei preparativi dell’ultimo atto, in quella notte fatale, per prestare attenzione ai suoi vicini.

Malgrado ciò, il cuore di Carse batteva forte, e le sue orecchie erano tese per afferrare il primo segno d’allarme che sarebbe stato sicuramente lanciato, non appena fosse terminato il concilio di guerra dei Re del Mare, e Barbadiferro fosse andato a uccidere il suo prigioniero.

Finalmente, essi raggiunsero i moli. Carse vide apparire l’alto albero maestro della galera, che pareva torreggiare sopra le lunghe navi di Khondor, e rapidamente si avviò da quella parte, seguito da Boghaz, che ansimava alle sue calcagna, sotto il pesante fardello che portava in spalla.

Nel porto le torce ardevano a centinaia, rischiarando la notte di corruschi bagliori sanguigni. In quella luce, guerrieri e rifornimenti salivano a bordo delle navi, come una fiammata inarrestabile. Le pareti rocciose echeggiavano del frastuono e dell’animazione che regnavano intorno. Delle piccole imbarcazioni si muovevano tra le grandi navi, per raggiungere quelle che erano ormeggiate più al largo.

Carse, avvolto nel mantello e con la testa bassa, si aprì un varco tra la folla. L’acqua luminescente della rada era tutto un guizzare e un brulicare di Nuotatori, e sulle banchine c’erano molte donne, dai volti pallidi e tesi, che erano venute là per dire addio ai loro uomini che partivano per quella disperata impresa.

Quando infine si avvicinarono alla galera, Carse lasciò andare avanti Boghaz. Si fermò, celandosi al riparo di un mucchio di barili, fingendo di allacciarsi i sandali, mentre il grasso Valkisiano saliva a bordo, reggendo il suo fardello. Udì la ciurma, una torma di uomini dai visi cupi e nervosi, salutare a gran voce Boghaz, e domandargli notizie.

Rapidamente, Boghaz si liberò di Ywain, lasciando cadere nella cabina il suo fardello, con aria casuale; poi chiamò tutta la ciurma a prua, per tenere una specie di consiglio di guerra privato. Il Valkisiano era sempre stato pronto di spirito e di parola, e in questo caso aveva già imparato a memoria il discorso che avrebbe dovuto rivolgere alla ciurma.

«Chiedete notizie?» lo sentì dire Carse. «Ve le darò io, le notizie! Da quando Rold è stato preso prigioniero, c’è un’atmosfera orribile, in questa città. Ieri ci consideravano fratelli. Oggi siamo di nuovo dei fuorilegge e dei nemici. Li ho uditi parlare nelle tenebre, e vi dico che la nostra vita, qui, vale meno di un soldo bucato!»

Mentre la ciurma commentava, con un mormorio preoccupato, queste parole, Carse scivolò silenziosamente a bordo, da poppa, senza che nessuno lo vedesse. Prima di raggiungere la cabina, sentì la fine del discorso di Boghaz:

«Quando sono venuto qui, si stava già formando una folla decisa a venire a ucciderci! Se vogliamo salvare la pelle, sarà meglio fuggire ora, subito, finché ne abbiamo la possibilità!»

Carse era stato sicuro di conoscere in anticipo la reazione della ciurma alle prove di Boghaz, quando aveva fatto i suoi piani; ed era convinto che, in fondo, il racconto che egli aveva messo sulle labbra del grasso Valkisiano non doveva essere troppo lontano dalla verità. Già troppe volte era stato testimone di mutamenti anche improvvisi nell’umore della folla, e l’equipaggio della galera era formato da ex-prigionieri Sark, Jekkariani, e di altri regni… una ciurma eterogenea, che presto avrebbe potuto trovarsi in una brutta situazione, soprattutto perché in un certo senso l’arrivo della galera era stato causa di sventura, per Khondor; e nella tensione che regnava nella città, qualsiasi cosa avrebbe potuto accadere.

Ora, dopo avere chiuso e sbarrato la porta jdella cabina, egli appoggiò l’orecchio al battente, ascoltando ciò che accadeva fuori. Udì lo scalpiccio di piedi nudi che correvano sul ponte, udì gridare degli ordini aspri, in una rapida successione, e udì il cigolio del sartiame, mentre le vele venivano calate dai loro alberi. Le cime vennero ritirate a bordo. Le ancore uscirono dall’acqua, con un gorgoglio sordo. Libera dagli ormeggi, la galera galleggiava sulle acque della rada.

«Ordini di Barbadiferro!» gridò Boghaz a qualcuno che si trovava a riva. «Una missione, per Khondor.»

La galera parve sussultare, poi si mosse, mentre il ritmico rullare del tamburo echeggiava, acquistando rapidità e vigore. E poi, al di sopra della confusione e dei rumori del porto, al di sopra dei rumori e dei movimenti a bordo della galera, l’orecchio di Carse riuscì a captare il suono che aveva aspettato di udire… il lontano tumulto che veniva dalla sommità della rocca, l’allarme che scendeva con la violenza di un uragano per tutta la città, che scendeva verso il porto, portato di bocca in bocca, da coloro che si trovavano sulla lunghissima scalinata.

Rimase paralizzato, sconvolto dalla paura che tutti gli altri udissero quei suoni, e interpretassero il senso dell’allarme, anche senza essere informati… ma il fragore delle attività del porto coprì quel suono più lontano, e nessuno poteva comprendere il motivo. Così la galera ebbe il tempo di acquistare velocità, e di allontanarsi nell’imboccatura del fiordo, prima che l’allarme scendesse lungo la scalinata, e coloro che si trovavano nel porto fossero avvertiti di ciò che era accaduto.

Nell’oscurità della cabina, Ywain fece udire, sommessamente, la sua voce, che giungeva soffocata attraverso la stoffa che le copriva il volto:

«Signore Rhiannon… mi è concesso di respirare?»

Carse s’inginocchiò, e la liberò delle coperte con cui era stata avvolta; subito Ywain si mise a sedere, ansando.