«Grazie, mio signore. Ebbene, ora siamo usciti dal palazzo e dal porto, ma per conquistare la libertà rimane ancora il fiordo. Ho udito il tumulto che giungeva dall’alto.»
«Sì,» disse Carse. «E i Celesti porteranno l’allarme all’imboccatura del fiordo.» Rise, una risata aspra e sicura. «Vediamo se essi saranno capaci di fermare Rhiannon, lanciando delle pietre dall’alto degli scogli!»
Poi le ordinò di rimanere dov’era, e la lasciò, uscendo rapidamente dalla cabina, per ritrovarsi sul ponte.
Erano già a buon punto, lungo il canale, sospinti da una vogata rapida scandita dal veloce rullare del tamburo. Le vele già cominciavano a gonfiarsi, nel vento che soffiava tra le alte scogliere. Cercò di ricordare dove fossero sistemate le baliste che difendevano il fiordo, contando in cuor suo, sul fatto che esse erano state predisposte per proteggere l’accesso alla rada, non per impedire l’uscita di qualche nave da essa.
La loro arma migliore sarebbe stata la rapidità di movimento. Se fossero riusciti a spingere la galera a una velocità sufficiente, avrebbero avuto la possibilità di fuggire.
Nel debole chiarore di Deimos, nessuno lo vide. Nessuno lo vide, fino a quando Fobos non spuntò dagli aspri contorni rocciosi degli scogli, inondando il paesaggio di luce verdastra. E allora gli uomini lo videro lassù, con il mantello che si gonfiava, svolazzando dietro di lui nel vento, e la lunga spada tra le mani.
Uno strano grido si sollevò dalla ciurma… un grido che per metà era di benvenuto per il Carse che essi ricordavano, colui che li aveva salvati dalla schiavitù, il loro capo, e per metà era di paura, per quello che avevano udito narrare sul suo conto a Khondor.
Carse non diede loro il tempo di pensare, di superare quel primo momento di stupore. Levando alta la spada, gridò, con voce tonante:
«Remate, stupidi, remate con tutte le vostre forze! Altrimenti ci faranno colare a picco!»
Avevano udito molte cose sul conto di Carse, a Kliondor. Ancora non sapevano s’egli fosse un uomo o un demonio. Ma, uomo oppure demonio, sapevano che egli diceva la verità. Così remarono con vigore rinnovato.
Carse balzò sulla piattaforma del timoniere. Boghaz si trovava già lassù. Indietreggiò, con una convincente espressione di timore sul volto, appoggiandosi alla balaustra, quando Carse si avvicinò, ma l’uomo che si trovava al timone si volse a guardarlo con occhi da lupo, occhi nei quali ardeva una luce minacciosa. Era l’uomo dalla guancia marchiata, l’uomo che era stato al remo accanto a Jaxart, nel giorno dell’ammutinamento.
«Ora sono io il capitano di questa nave,» disse a Carse. «Non permetterò che tu rimanga a bordo della mia nave, per maledirla!»
Carse disse, con una voce lenta e terribilmente minacciosa:
«Vedo che ancora non mi conosci. Diglielo, uomo di Valkis!»
Ma Boghaz non ebbe alcun bisogno di parlare. Si udì un battito d’ali, nel vento, e un uomo alato si librò sulla nave, soffuso dal chiarore delle lune.
«Tornate indietro! Tornate indietro!» gridò. «Voi portate a bordo della vostra nave… Rhiannon!»
«Sì!» gridò di rimando Carse. «La collera di Rhiannon, e la potenza di Rhiannon!»
Levò alta la spada, tenendola per la lama, in modo che l’enorme, cupa gemma che ornava l’elsa sfavillasse di luce sinistra nella fiamma livida di Fobos.
«Tu vuoi opporti a me? Osi farlo?»
Il Celeste batté disperatamente le ali, e si levò alto nel vento, lanciando grida di paura e di orrore. Carse si rivolse al timoniere.
«E tu,» disse, «Che cosa dici, ora?»
Vide che gli occhi di lupo del timoniere fissavano prima la gemma ardente della spada, e poi il suo volto, e poi di nuovo la spada. Lo sguardo di terrore, che egli già cominciava a conoscere fin troppo bene, apparve in quegli occhi, e l’uomo abbassò il capo.
«Io non oso oppormi a Rhiannon,» disse l’uomo, raucamente.
«Dammi il timone,» disse Carse, e l’altro si spostò, obbediente; il marchio spiccava, bianco e livido, sulla sua guancia grinzosa.
«Più presto, canaglie!» ordinò Carse. «Presto, se vi è cara la vita!»
E guadagnarono ancora velocità, remarono con tutte le loro forze, aiutati dal vento che gonfiava le vele… andarono così veloci, che la galera sfrecciò tra le impervie scogliere, come un’oscura nave fantasma sospesa tra il fiammeggiare bianco del fiordo e il freddo, verde chiarore lunare che illividiva l’aria e il cielo. Carse vide davanti a loro il mare aperto, e si preparò al momento decisivo, pregando in cuor suo.
Un ringhio prolungato, sordo, venne dall’alto della rupe, seguito da un sibilo, quando la prima delle grandi baliste lanciò il suo proiettile. Un guizzo fiammeggiante d’acqua bianca si sollevò, oltre la prua della nave, e la galera sussultò per un momento, e proseguì la sua rapida fuga.
Curvo sopra il timone, con il mantello al vento, e il volto strano e intenso nel verde, spettrale chiarore, Carse condusse la galera nella gola del fiordo.
Dall’alto delle rupi, le baliste tuonavano e sibilavano. Nell’acqua cadde una pioggia di enormi pietre, così fitta che essi navigavano in un’ardente nube di nebbia e spruzzi. Ma tutto andò come Carse aveva sperato. Le difese di Khondor, certamente invincibili nel caso di un attacco frontale, erano deboli, se l’attacco veniva dalla parte opposta. Le pareti del canale impedivano un tiro efficace, ed era quasi impossibile mirare con esattezza, quando il bersaglio era mobile e velocissimo come la galera in fuga. Chi avrebbe pensato, tra gli abitanti di Khondor, che un giorno sarebbe stato necessario impedire l’uscita dal fiordo? Fu questo, insieme alla velocità della nave, a salvarli.
E infine, uscirono, lasciando alle loro spalle la strettoia del fiordo, e si ritrovarono in mare aperto. Certo, ben presto le navi di Khondor si sarebbero lanciate all’inseguimento… questo Carse lo sapeva benissimo. Ma per il momento erano salvi.
Fu in quel momento che Carse capì quanto era difficile essere un dio. Avrebbe voluto mettersi a sedere sul ponte, e bere un boccale di vino, per riaversi dalla terribile tensione dei momenti passati, per dominare il tremore che avvertiva in tutto il corpo. E invece fu costretto a ridere, una risata squillante, come se lo avesse divertito lo spettacolo offerto da quei mortali dalla mente di fanciulli, nel loro sforzo di prevalere contro l’invincibile.
«Ecco… tu che dici di essere capitano! Prendi il timone… e dirigi la rotta verso Sark!»
«Sark!» Il poveretto impallidì spaventosamente. Quella notte stavano accadendo troppe cose, per lui. «Rhiannon, mio signore, abbi pietà! A Sark noi siamo considerati dei proscritti, degli schiavi!»
«Rhiannon vi proteggerà,» disse Boghaz.
«Silenzio!» esclamò Carse, altezzosamente. «Chi sei, tu, per parlare in nome di Rhiannon?» Boghaz cominciò a tremare, inchinandosi servilmente, e Carse disse. «Conduci alla mia presenza la Signora Ywain… ma prima di fare questo, liberala dalle sue catene!»
Discese la scaletta, e si fermò sul ponte, in attesa. Dalla piattaforma, udì che il timoniere gemeva, e borbottava cupamente:
«Ywain! Dei sempiterni, i Khond ci avrebbero dato almeno una morte migliore!»
Carse rimase immobile, e gli uomini lo guardarono, troppo impauriti per parlare; nei loro occhi Carse leggeva il desiderio di ucciderlo, e la paura che li tratteneva dal farlo. La paura dell’ignoto, l’antico, oscuro terrore della potenza del Maledetto, colui che avrebbe potuto ucciderli tutti in un momento, se solo avesse voluto farlo.
Ywain lo raggiunse, libera dalle catene, e s’inchinò. Allora Carse si volse, e parlò alla ciurma:
«Vi siete ribellati a lei una volta, seguendo il barbaro. Ora il barbaro non è più come lo avevate conosciuto. E voi servirete di nuovo Ywain. Servitela bene, ed ella dimenticherà il vostro delitto.»
Vide che gli occhi della donna fiammeggiavano, a queste parole. Lei fece per protestare, ma Carse le lanciò un’occhiata che le fece fermare le parole in gola.