Выбрать главу

Carse conosceva bene la velocità della galera. Era uno dei velieri più rapidi, con la sua grande estensione di vele; avrebbe potuto conservare il vantaggio sugli inseguitori, in quelle condizioni. Se il vento avesse tenuto.

Se il vento avesse tenuto…

I giorni che seguirono furono un susseguirsi di tensione e di speranza, di luci e di ombre, un’altalena di sentimenti e d’umori che sarebbe stata sufficiente a fare impazzire qualsiasi uomo. Carse non risparmiava i rematori, che faticavano sudando nella fossa; e ogni volta che i remi dovevano essere messi in acqua, la battuta si faceva più lenta, quando gli uomini raggiungevano il punto in cui erano esausti. E, senza alcuna compassione, Carse incitava gli uomini aspramente.

E Carse riuscì a mantenere quel ristretto margine di vantaggio che la galera vantava sull’avanguardia della flotta inseguitrice… un margine esiguo, che pareva sempre sul punto di colmarsi.

In una occasione, quando era sembrato che non vi fossero più speranze, e le prue delle navi inseguitaci erano state terribilmente vicine sulle acque quiete, si era scatenata un’improvvisa tempesta, che aveva disseminato qua e là le navi più leggere e più fragili dei Khond… ma era stata una tregua momentanea, perché le snelle prue erano riapparse dietro di loro, riprendendo ad avvicinarsi nella nuova bonaccia.

E ora, dalla galera, si poteva vedere tutto l’orizzonte punteggiato da orde di minuscole vele, un fronte che si stendeva per chilometri, in lontananza, con l’approssimarsi dell’intera, possente armata dei Re del Mare.

Le immediate inseguitaci erano salite da quattro a cinque, e infine a sette. Carse arrivò al punto di credere che non vi fosse speranza… che ormai la loro sorte fosse segnata. Perché, secondo tutte le apparenze, era impossibile che la galera potesse resistere molto più a lungo, con quell’esiguo vantaggio.

Poi, giunse un’altra giornata di bonaccia, con il mare trasformato in un bianco specchio uniforme, un tavolato d’acqua nel quale non si vedeva neppure il guizzo di un’increspatura. I rematori sudavano copiosamente, ed erano esausti, e l’unica cosa che li spingeva era la paura di cadere nelle mani dei Khond; ma non c’era la forza abituale nella loro battuta, per quanti sforzi essi compissero. La navigazione si faceva impercettibilmente, ma stabilmente, più lenta.

Carse rimaneva in piedi sul ponte, con le mani appoggiate alla balaustra, e osservava, con il volto cupo e teso. Il gioco era finito. Le snelle navi da guerra di Khondor si stavano preparando all’ultimo sforzo, già acquistavano velocità, mentre i loro rematori, numerosi e in grado di darsi il cambio, si preparavano a usare tutte le loro forze, per raggiungere la preda, e colmare l’esigua distanza che ancora li divideva da essa…

Improvviso, secco, il grido giunse nell’aria torrida, dall’albero maestro.

«Vela a prua!»

Carse si girò di scatto, seguendo la linea indicata dal braccio puntato della vedetta, che si sporgeva dalla coffa.

«Navi di Sark!»

E le vide, a prua, tre superbe galere da guerra della flotta costiera di Sark, alte prue che fendevano veloci le acque, sospinte da una battuta ritmica, forte, sicura. Balzando avanti, fino alla passerella della fossa dei rematori, Carse gridò agli uomini:

«Remate, cani! Usate tutte le forze che vi restano! Stanno arrivando i rinforzi!»

Gli uomini esausti ricorsero alle ultime e più riposte riserve di energia. La galera aumentò la velocità di navigazione, in un ultimo, disperato sussulto. Ywain salì sul ponte, e venne accanto a Carse.

«Siamo vicini a Sark, ormai, Signore Rhiannon. Se riusciamo a conservare il vantaggio, ancora per poco…»

I Khond si avvicinavano, in un impeto furibondo, disperato, uno sforzo di tutti i rematori per raggiungere e speronare la nera galera di Sark prima che fosse troppo tardi, prima che i rinforzi della guardia costiera di Sark potessero raggiungerla, e rendere vana la lunga caccia. Ma ormai, per i Khond, era troppo tardi.

Le navi costiere di Sark passarono accanto alla galera, veloci come pesci. Proseguirono, attaccando le imbarcazioni di Khondor, e l’aria torrida si riempì di grida, vibrò profondamente mentre le corde degli archi scagliavano i loro dardi, e si udì il terribile rumore di remi che si spezzavano, mentre un’intera murata cadeva sotto un violento colpo d’ariete.

Cominciò un’aspra, impetuosa battaglia, che proseguì per tutto il pomeriggio. Disperatamente, i Khond resistevano, tenevano saldamente la loro posizione, e non volevano farsi respingere dal nemico. Le navi Sark si unirono, intorno alla galera, formando una mobile parete difensiva. E di quando in quando i Khond attaccavano, con gli scafi veloci che avanzavano fulminei, come lance, tentando di sfondare le difese in qualche punto apparentemente più debole; ma erano sempre respinti dalle forze di Sark. Le navi costiere portavano a bordo delle grandi baliste, e Carse assisté, impotente, allo spettacolo di navi Khond colpite da grandi massi lanciati nell’aria, che affondarono con grandi falle nella chiglia.

Cominciò a spirare una lieve brezza. Le vele della galera la raccolsero, e si gonfiarono, e la nera nave da guerra avanzò più veloce. In quel momento, cominciarono a saettare per l’aria le frecce incendiarie, punte infuocate che cercavano le grandi vele gonfie, per arderle e distruggerle. Due delle navi di scorta si ritirarono, con le vele e il sartiame in fiamme, ma anche i Khond subirono gravi perdite. Ne erano rimaste soltanto tre, delle sette navi di Khondor che avevano composto la vedetta, e quelle tre continuavano a combattere coraggiosamente, con l’audacia di chi ha compreso come la sua situazione sia ormai priva di speranza. Ormai la galera aveva acquistato un buon vantaggio, e stava ancora accelerando.

Giunsero finalmente in vista della costa Sark, una bassa linea nera che dominava le acque. E poi, con grande sollievo di Carse, dalle rade nascoste nella terraferma uscirono delle altre navi, che vennero verso di loro, attirate certamente dal combattimento. A quella vista, i tre velieri di Khondor invertirono finalmente la rotta, e fuggirono via.

Fu tutto facile, dopo questi eventi. Ywain era ritornata in patria, là dove era l’orgogliosa Signora alla quale tutti obbedivano. Dalle altre navi vennero fatti salire a bordo della galera dei rematori freschi, e un’imbarcazione snella e veloce li precedette, per portare alla terraferma la notizia dell’attacco dei Re del Mare, e della venuta di Ywain.

Ma il fumo che saliva dalle lunghe navi di Khondor, a poppa della galera, macchiando l’uniforme splendore delle acque e del cielo, era uno spettacolo doloroso agli occhi di Carse. Egli guardò all’orizzonte la gran massa di vele della flotta dei Re del Mare, e sentì l’immenso peso della battaglia che stava per scatenarsi, la forza terribile di uno scontro il cui esito era scontato in partenza. In quei momenti, gli parve che non vi fossero più speranze.

Finalmente, essi giunsero nel grande porto di Sark. Era quasi sera. Un ampio estuario offriva riparo e ancoraggio a un grandissimo numero di navi, e su entrambe le rive del canale interno la città si stendeva, ricca, arrogante e potente come la sua principessa.

Era una città la cui massiccia arroganza era degna degli uomini che l’avevano costruita. Carse vide grandi, splendenti templi, e la torva, indescrivibile magnificenza del palazzo, che dominava la città e la rada dall’alto della più alta collina. Gli edifici erano quasi torvi e minacciosi, costruiti com’erano in grandi blocchi massicci e solidi e le loro forme si stagliavano contro il cielo, orgogliose, in un succedersi di colori e di sfumature che ben si adattavano all’architettura dominante, fatta anch’essa di solidità e potenza.

L’intera rada, dalle acque ai moli del porto, era già pervasa da un’attività febbrile. L’annuncio dell’approssimarsi dei Re del Mare aveva fatto scattare il dispositivo di difesa, a terra, e le navi si preparavano a salpare per il mare aperto, gli uomini salivano a bordo, mentre le fortificazioni venivano rinforzate da altre centinaia di uomini… e sulle onde giungeva l’eco del fragore e del tumulto di una città che si stava preparando alla guerra.