Boghaz, accanto a Carse, borbottò:
«Siamo pazzi, a gettarci nella gola del drago come stiamo facendo. Se non riuscirai a sostenere fino in fondo la parte di Rhiannon, se commetterai anche il minimo errore…»
Carse disse, con sicurezza apparente:
«Non farò errori. In questi giorni, ho avuto modo di fare una certa pratica, nell’arte d’impersonare il Maledetto!»
Ma, interiormente, egli era scosso. Di fronte alla massiccia potenza di Sark, gli pareva che fosse una folle insolenza tentare di recitare in un luogo simile la parte di un dio.
C’era una gran folla festante, nel porto, una folla che salutò Ywain con selvagge manifestazioni di esultanza, quando la Signora di Sark sbarcò dalla nera galera. E tutti guardarono con visibile stupore la figura alta dell’uomo che le stava accanto, un uomo che aveva l’aspetto di un Khond, ed era armato di una grande spada.
Essi furono subito circondati da un drappello di soldati, che aprirono loro un varco tra la folla eccitata. Il clamore dei festeggiamenti li seguì, quando essi attraversarono le strade della città, tra due ali di popolo plaudente, dirigendosi verso la sagoma torva e massiccia dello splendido palazzo, su per la collina.
Infine, entrarono nelle fresca, quieta penombra dei corridoi del palazzo. Carse camminò attraverso immensi saloni riecheggianti, dai pavimenti intarsiati e dalle colonne massicce, che reggevano gigantesche volte d’oro puro e sfavillante. Egli notò che l’emblema del serpente era uno dei temi dominanti, nella decorazione dei locali.
In quei momenti, Carse provava il desiderio di avere con sé Boghaz. Era stato costretto, per amore delle apparenze, a lasciare indietro il grasso ladro Valkisiano, e ora, attraverso quell’immenso palazzo, dove i suoi passi echeggiavano cupi nel profondo silenzio, egli provava un terribile senso di solitudine, si sentiva solo come mai si era sentito, neppure dopo il suo arrivo in quello strano, tumultuoso mondo del remoto passato.
Quando giunsero davanti ai fantasmagorici portali d’argento della sala del trono, le guardie che li scortavano si fermarono. Un ciambellano, che indossava l’armatura sotto un ampio mantello di velluto, si fece avanti, per salutare Ywain.
«Tuo padre, il Re Garach nostro Sovrano, è sopraffatto dalla gioia, nell’apprendere che tu sei ritornata sana e salva, e desidera darti il benvenuto. Ma ora ti prega di attendere, poiché è a colloquio con il Signore Hishah, l’emissario di Caer Dhu.»
Le labbra di Ywain si piegarono, in un sorriso amaro.
«Così, già domanda aiuto al Serpente?» Indicò, con un imperioso gesto del capo, il grande portale chiuso. «Riferisci al re che voglio vederlo subito.»
Il ciambellano protestò:
«Ma, Altezza…»
«Diglielo,» ordinò Ywain, «Altrimenti entrerò senza permesso. Digli che con me c’è qualcuno che chiede udienza, e al quale né Garach, né tutta Caer Dhu, possono opporre un rifiuto.»
Il ciambellano guardò Carse, senza curarsi neppure di nascondere la sua perplessità. Esitò, poi si inchinò profondamente, ed entrò nella sala del trono, varcando il portale d’argento.
Carse aveva colto la nota di amarezza che era entrata nella voce di Ywain, quando ella aveva pronunciato il nome del Serpente. Glielo fece notare.
«No, Signore,» disse lei. «Ho già parlato una volta, e tu mi hai perdonata. Non tocca a me parlare ancora. Inoltre,» aggiunse, alzando le spalle, «Tu stesso vedi come mio padre mi escluda da ogni confidenza, su questo argomento, anche se poi tocca a me combattere al suo posto.»
«Neppure adesso tu desideri l’aiuto di Caer Dhu.»
Lei tacque, ostinatamente, e allora Carse la guardò, e le disse, in tono imperioso:
«Ti ordino di parlare»
«Va bene, allora se così vuoi. È cosa naturale che due popoli forti combattano per la supremazia, quando i propri interessi sono in conflitto e si scontrano su ogni spiaggia e su ogni costa dello stesso mare. È cosa naturale che gli uomini desiderino il potere. Avrei potuto gloriarmi dell’imminente battaglia, avrei potuto gloriarmi di una vittoria su Khondor. Ma…»
«Continua.»
E allora, lei diede libero sfogo alla sua passione, parlando in tono sommesso e vibrante, con un’intensità di sentimenti che si rifletteva nel suo sguardo.
«Ma io desideravo che Sark diventasse grande in virtù della forza leale delle armi e del coraggio dei suoi guerrieri, uomo contro uomo, com’era ai vecchi tempi, prima che Garach si alleasse con Caer Dhu! E ora non c’è gloria alcuna in una vittoria ottenuta ancor prima che gli eserciti nemici si scontrino in battaglia!»
«E il tuo popolo condivide i tuoi sentimenti?» domandò Carse.
«Sì, mio Signore. Ma molti sono tentati, all’idea del potere e del ricco bottino…»
Si interruppe, e fissò negli occhi Carse, duramente.
«Ho già detto quanto basta per attirare sul mio capo la tua ira. Perciò, terminerò ciò che ho cominciato, e ti rivelerò il mio pensiero. Perché io ora penso che Sark sia condannata, che la sua sorte sia irrevocabilmente segnata, anche nella vittoria. Il Serpente non ci concede il suo aiuto per amor nostro, ma perché questo asseconda i suoi oscuri disegni. Noi siamo diventati semplici strumenti, con i quali Caer Dhu opera per raggiungere i suoi fini. E ora che tu sei ritornato per guidare i Dhuviani…»
A questo punto tacque, ma non c’era realmente bisogno che terminasse la frase. L’aprirsi di una porta risparmiò a Carse la necessità di rispondere.
Il ciambellano s’inchinò, e disse, in tono di scusa:
«Altezza, tuo padre ha risposto che non comprende le tue parole così prepotenti, e ti prega per la seconda volta di obbedire al suo volere, e di attendere.»
Ywain lo scostò, rabbiosamente, e avanzò verso l’alto portale, spingendo con forza il battente. Poi si volse, scostandosi un poco, e disse a Carse:
«Vuoi entrare, mio signore?»
Carse fece un profondo sospiro, ed entrò, percorrendo la lunga sala del trono, immersa nella penombra a grandi passi, con l’incedere fiero e solenne di un vero dio, mentre Ywain lo seguiva.
La sala del trono pareva vuota, a eccezione di Garach, che nel vedere aprirsi la porta era balzato in piedi, sul palco che sorgeva all’altra estremità. Il re di Sark indossava una lunga veste di velluto nero, dai ricami d’oro, e assomigliava molto a Ywain, nell’altezza e nella grazia del corpo, e nella pura bellezza dei lineamenti. Ma la forza onesta, aperta della figlia non era in lui, ed egli non aveva né il suo orgoglio, né il suo sguardo franco e sincero. Malgrado la lunga barba ormai grigia, aveva la bocca di un bambino avido e capriccioso.
Accanto a lui, celato nell’ombra, accanto al trono, c’era qualcun altro. Una nera figura, avvolta in un nero, ampio mantello, incapucciata, con il volto nascosto, e le mani celate nella ampie maniche della veste.
«Che significa questo?» gridò Garach, irato. «Anche se sei mia figlia, Ywain, non sono disposto a tollerare una simile insolenza!»
Ywain piegò il ginocchio davanti al re.
«Padre mio,» disse, con voce chiara e sicura. «Ti conduco il Signore Rhiannon dei Quiru, ritornato dai morti.»
Il volto di Garach impallidì, gradualmente, fino ad assumere il colore della cenere. La sua bocca si aprì, ma da essa non uscì alcun suono. Fissò Carse, e poi Ywain, e infine il suo sguardo si posò sulla nera figura incappucciata e ammantellata del Dhuviano, immobile nell’ombra.
«Questa è pura pazzia…» riuscì a balbettare il sovrano, dopo un lungo momento di silenzio.
«Malgrado ciò» disse Ywain, «Sono testimone io stessa del fatto che essa è la pura verità. La mente del grande Rhiannon vive nel corpo di questo barbaro. Egli ha parlato ai Sapienti, a Khondor, e da quel momento ha parlato sempre a me, per bocca del barbaro. Colui che ti è dinnanzi è proprio Rhiannon.»