Ci fu un altro silenzio, dopo queste parole, e Garach si guardava intorno, attonito, fissava lo straniero che era entrato nella sala del trono, e le sue labbra cominciavano a tremare. Carse era in piedi, alto e sprezzante, solenne come un dio, e pareva incurante del dubbio che leggeva negli ocelli del sovrano, e in attesa di essere riconosciuto e ossequiato.
Ma quella tremenda, agghiacciante paura che aveva imparato così bene a conoscere si era nuovamente impadronita di lui. Sapeva che occhi di serpente lo scrutavano, dall’ombra, sotto il cappuccio del Dhuviano, e gli pareva di sentire il loro sguardo penetrare attraverso il velo della sua impostura, come la lama di un coltello passa attraverso la carta.
La conoscenza della mente, la seconda vista degli Halfling. Quella forte percezione extrasensoria, che permetteva loro di vedere dietro le apparenze della carne, di frugare nelle più riposte pieghe della mente, là dove non esistevano segreti, dove non esistevano imposture, dove ogni cosa era svelata con irrevocabile certezza! E i Dhuviani, malgrado la loro malvagità, erano anch’essi degli Halfling.
In quel momento, Carse desiderava con tutte le sue forze una cosa, una soltanto… voltarsi e mettersi a correre, fuggire da quell’oscura sala del trono, fuggire dalla presenza sinistra dell’emissario di Caer Dhu. Ma con un tremendo sforzo di volontà, riuscì a dominare il suo istinto, e si costrinse a recitare la parte del dio, arrogante e sicuro di sé, sorridendo beffardo alla vista della paura di Garach.
In un profondo recesso della sua mente, nell’angolo che non gli apparteneva più, egli avvertiva una strana e completa immobilità, un grande silenzio. Era come se l’invasore, il Maledetto, se ne fosse andato.
Carse si costrinse a parlare, imitando quella voce che aveva udito nella grotta, una voce alta e potente, che risuonò, vibrante, nella grande sala, ripetuta dalle eco delle pareti e della volta.
«I ricordi dei figli sono davvero labili, se perfino l’allievo prediletto ha dimenticato il maestro.»
E abbassò lo sguardo sulla oscura figura di Hishah il Dhuviano.
«Dubiti anche tu di me, figlio del Serpente? Devo insegnarti di nuovo la lezione, come già l’ho insegnata a S’San?»
Sollevò la grande spada, e gli occhi di Garach si volsero a Ywain, attoniti, e imploranti.
Lei disse:
«Il Signore Rhiannon ha ucciso S’San, a bordo della galera.»
D’improvviso, Garach cadde in ginocchio davanti a Carse.
«Mio Signore!» gemette, in tono umile e servile. «Qual è la tua volontà?»
Carse lo ignorò, continuando a fissare la nera figura del Dhuviano. E la figura incappucciata avanzò, con un passo strano, e parlò, con voce basse e sibilante e odiosa.
«Signore, anch’io ti chiedo… qual è la tua volontà?»
La veste nera frusciò, quando la creatura parve inchinarsi.
«Così va bene.» Carse incrociò le mani sull’elsa della spada, celando lo splendore della gemma.
«La flotta dei Re del Mare attaccherà presto Sark. Voglio che mi vengano portate subito le mie antiche armi, affinché io possa annientare con esse i nemici di Sark e di Caer Dhu, che sono anche i miei nemici.»
Un bagliore di speranza si accese negli occhi di Garach. Era evidente che si trattava di un uomo dominato dalla paura, una paura che in lui era quasi una componente fisica… paura di molte, moltissime cose, pensò Carse, ma in quel momento, soprattutto, paura dei Re del Mare. Lanciò un’occhiata a Hishah, e la creatura incappucciata disse, con la sua voce sibilante, sommessa e carezzevole e odiosa:
«Signore, le tue armi sono state portate a Caer Dhu.»
Il cuore di Carse parve affondargli in petto. Poi egli ricordò Rold di Khondor, e capì che dovevano averlo torturato, dovevano averlo annientato, per strappargli il segreto della Tomba. A quel pensiero, egli fu pervaso da una collera cieca, terribile. Non dovette fingere per dare alla sua voce l’accento terribile della collera… ma soltanto per dare alle sue parole un senso diverso da quelli che erano i suoi veri pensieri.
«Avete dunque osato toccare le mie armi, cercare di penetrare i segreti della potenza di Rhiannon?» Avanzò verso il Dhuviano. «È possibile dunque che l’allievo speri ora di superare il maestro?»
«No, Signore.» La creatura chinò il capo velato. «L’abbiamo fatto solo per conservare in luogo sicuro le tue armi, in attesa del tuo ritorno.»
Carse si permise di rischiarare un poco la sua espressione minacciosa.
«Bene, allora. Provvedi dunque, affinché mi vengano riportate qui senza indugio!»
Hishaha sollevò il capo.
«Sì, Signore. Andrò subito a Caer Dhu, per obbedire al tuo comando.»
Il Dhuviano scivolò verso una porta interna, e scomparve, lasciando Carse immerso in un freddo, segreto sudore, che era una mescolanza di sollievo e di apprensione.
Capitolo XVII
CAER DHU
Le ore che seguirono furono per Carse un’estenuante eternità di tensione insopportabile.
Chiese che gli fosse messo a disposizione un appartamento nel palazzo, con il pretesto di ritirarsi per preparare in solitudine i suoi piani. E quando fu nelle lussuose camere che gli vennero subito concesse, cominciò a percorrere il pavimento avanti e indietro, nervoso e teso. Se qualcuno avesse potuto vederlo in quel momento, non avrebbe certo avuto l’impressione di trovarsi al cospetto di un dio.
In apparenza, il suo inganno era riuscito. Il Dhuviano Io aveva accettato, aveva riconosciuto in lui il dio Rhiannon. Forse, pensò, la stirpe del Serpente non possedeva, dopotutto, gli straordinari poteri extrasensoriali degli altri Halfling, i Nuotatori e i Celesti.
Da come si erano messe le cose, sembrava che ora non gli rimanesse da fare altro che attendere il ritorno del Dhuviano con le armi; poi le avrebbe caricate a bordo della sua galera, e sarebbe ripartito. Avrebbe potuto fare questo, perché nessuno avrebbe osato discutere i piani di Rhiannon… e aveva anche molto tempo a disposizione. La flotta dei Re del Mare stava aspettando rinforzi da Khondor, certamente; non avrebbe attaccato prima che l’intero potenziale offensivo si fosse radunato nelle acque di Sark. L’attacco non sarebbe venuto prima dell’alba, e se lui fosse riuscito nella sua impresa, non ci sarebbe stato attacco.
Nonostante tutte le apparenze favorevoli, però, c’era in lui un cupo presentimento; come se una parte primitiva, irrazionale del suo corpo gli trasmettesse un segnale di pericolo, una paura inspiegabile eppure intensa.
Col pretesto di dovergli impartire ordini riguardanti la galera, Carse mandò a chiamare Boghaz. Il vero motivo, però, era il suo desiderio di non rimanere solo. Il grasso ladro Valkisiano apparve giubilante, quando ebbe udito le notizie.
«Ce l’hai fatta,» ridacchiò, fregandosi le mani, gioiosamente. «L’avevo sempre detto, Carse, che una buona dose di sfrontatezza può condurre un uomo a qualsiasi risultato, facendolo uscire anche dalle situazioni più ingarbugliate. Io, Boghaz, non avrei saputo fare di meglio.»
Carse disse, in tono cupo:
«Spero che tu abbia ragione.»
Boghaz gli lanciò un’occhiata di sbieco.
«Carse…»
«Sì?»
«Che ne è del Maledetto?»
«Niente. Neanche un segno. Questo mi preoccupa, Boghaz. Ho la sensazione che sia in attesa.»
«Quando le armi saranno nelle tue mani,» disse Boghaz, in tono significativo, «Sarò pronto dietro di te… in vista di qualsiasi eventualità.»
Finalmente il ciambellano, ossequiosamente, venne ad annunciare che Hishah era ritornato da Caer Dhu, e aspettava di essere ricevuto da lui.
«Va bene,» disse Carse, e poi indicò Boghaz, con un breve cenno del capo. «Quest’uomo verrà con me, per occuparsi del trattamento delle armi.»
Le guance floride di Boghaz diventarono livide, grigiognole, ma il Valkisiano fu costretto a seguire docilmente Carse.
Garach e Ywain erano nella sala del trono, insieme alla nera creatura incappucciata di Caer Dhu. Tutti si inchinarono, all’entrata di Carse.