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«Ebbene,» domandò il terrestre al Dhuviano, «Hai obbedito al mio ordine?»

«Signore,» disse Hishah, con il suo tono insinuante e carezzevole. «Mi sono consigliato con gli Anziani, che ti mandano questo messaggio. Se avessero saputo che il Signore Rhiannon era ritornato, non avrebbero mai osato toccare le cose che gli appartengono. E ora essi temono di toccarle ancora, per timore di poterle danneggiare, o provocare qualche distruzione, a causa della loro ignoranza.

«Perciò, Signore, essi ti pregano umilmente di provvedere tu stesso a questo compito. E inoltre, essi non hanno dimenticato il loro amore per Rhiannon, la cui dottrina li sollevò dalla polvere. Desiderano darti il benvenuto nel tuo antico regno di Caer Dhu, perché i tuoi figli sono stati per molto tempo nelle tenebre, e vorrebbero di nuovo conoscere la luce della sapienza di Rhiannon, e della sua forza.»

Hishah s’inchinò profondamente.

«Signore, vuoi concedere questo ai tuoi figli?»

Carse tacque per un momento, cercando disperatamente di celare la sua paura. Lui non poteva andare a Caer Dhu. Lui non osava farlo! Per quanto tempo avrebbe potuto sperare di nascondere il suo inganno ai figli del Serpente, antichissimo padre di tutti gli inganni?

Se lui era veramente riuscito a nasconderlo, fino a quel momento. Nelle parole mielate di Hishah era nascosta una trappola sottile.

E infatti lui era in trappola, e lo sapeva. Non osava andare a Caer Dhu… ma sapeva che xm rifiuto sarebbe stato ancor più disastroso.

Perciò, disse:

«Sono lieto di acconsentire alla loro richiesta.»

Hishah chinò il capo, in segno di ringraziamento:

«Tutti i preparativi già sono stati fatti. Re Garach e sua figlia ti accompagneranno, in modo che tu possa essere convenientemente servito. I tuoi figli si rendono conto della necessità di affrettarsi… la chiatta ti sta aspettando.»

«Bene.» Carse si voltò, e fissò Boghaz con uno sguardo d’acciaio. «Anche tu mi seguirai per servirmi, uomo di Valkis. Potrò avere bisogno di te, per le armi.»

Boghaz capì il significato recondito di quelle parole. Se prima era impallidito, ora diventò di un bianco livido, e uno sguardo di puro orrore apparve nei suoi occhi; ma si rendeva conto di non poter dir nulla. Così, seguì Carse fuori della "sala del trono, con l’aria del condannato che viene portato al patibolo.

La notte era pesante e tenebrosa, quando essi s’imbarcarono su una bassa imbarcazione nera, che non aveva né remi, né vela. L’imbarco avvenne al molo del palazzo, e creature incappucciate e ammantate come Hishah immersero lunghi pali nell’acqua, e la chiatta si mosse lungo l’estuario, allontanandosi dal mare.

Garach era rannicchiato tra i cuscini di pelliccia di un divano, una figura per niente regale, con mani che tremavano e il volto pallido come quello di un cadavere. I suoi occhi seguivano costantemente, in maniera furtiva, la forma scura e indistinta di Hishah. Evidentemente, l’idea di quella visita alla corte dei suoi alleati non sorrideva troppo al monarca.

Ywain si era ritirata all’estremità opposta della chiatta, dove rimaneva seduta, fissando le tenebre della riva bassa e paludosa. Carse ebbe l’impressione che lei fosse molto più depressa e abbattuta di quanto non fosse mai stata quando era stata prigioniera e in catene.

Anche lui sedeva in disparte, esteriormente solenne e maestoso, interiormente scosso e turbato, fin nel profondo dell’anima. Boghaz era rannicchiato nell’ombra, poco lontano da lui. Gli occhi del grasso Valkisiano erano lividi e colmi di terrore.

E il Maledetto, il vero Rhiannon, era quieto e silenzioso. Troppo silenzioso. In quell’angolo segreto dei più profondi recessi della mente di Carse, non c’era l’ombra di un movimento, non c’era assolutamente nulla. Pareva che l’oscuro reietto dei Quiru fosse come tutti coloro che si trovavano a bordo… isolato, e in attesa.

Il viaggio lungo l’estuario parve interminabile. L’acqua scivolava sotto la chiatta con un sussurro di sibilante, crudele scherno. Le figure dalle lunghe vesti nere e dai neri mantelli erano curve sui pali, e spingevano la bassa imbarcazione. Di quando in quando, della vicina palude giungeva il richiamo rauco di un uccello notturno, e l’aria notturna era tenebrosa, strana, e pareva carica di minaccia.

Poi, alla luce delle due piccole lune basse, Carse poté vedere più avanti le mura indistinte e i contrafforti e le torri di una città che si ergeva nella nebbia, una città molto, molto antica, cinta di mura come un castello. Tutt’intorno, le parti esterne erano sgretolate e in rovina, e solo il grande nucleo centrale era intatto.

L’aria, intorno a quel luogo sinistro, brillava di una pallida luminescenza. Carse pensò che quel fenomeno fosse dovuto a uno scherzo dell’immaginazione, una semplice illusione ottica provocata dal chiarore lunare che si specchiava nelle acque luminescenti e rischiarava stranamente il pallido sudario di nebbia che gravava tutt’intorno.

La chiatta si avvicinò a un molo sgretolato dal tempo. Si fermò, e Hishah scese a terra, inchinandosi profondamente, e facendosi da un lato per lasciare passare Rhiannon.

Carse avanzò a grandi passi lungo il vecchio molo, seguito da Garach, da Ywain e dallo spaventatissimo Boghaz. Hishah rimase, ossequiosamente, alle calcagna di Carse.

Un sentiero lastricato di pietra nera, logorato dal peso degli anni, saliva verso la cittadella. Carse s’incamminò su di esso, risolutamente. Adesso ne era sicuro… poteva vedere una debole, pulsante rete di luminosità spettrale intorno a Caer Dhu, nell’aria. Gravava sull’intera città, scintillando di un riverbero metallico, come la luce delle stelle in una gelida notte.

Non gli piacque l’aspetto di quella strana luminescenza. E, avvicinandosi, gli piacque sempre meno, soprattutto quando vide che in un certo punto attraversava il sentiero, bloccandolo come una cortina, come un velo, proprio di fronte al grande portale.

Eppure nessuno parlò, nessuno esitò. Apparentemente, tutti si aspettavano che fosse lui a guidarli, ad entrare per primo, e lui non osava rivelare la sua ignoranza della natura di quella luminosità. Così, si sforzò di avanzare a grandi passi, forte e sicuro, celando in cuor suo tutta l’apprensione che in realtà stava provando.

Era già abbastanza vicino a quella rete scintillante, per avvertire uno strano formicolio, una specie di corrente di energia che attraversava l’aria, e gli faceva tremare tutti i peli del corpo. Un altro passo lo avrebbe portato entro quella strana barriera luminescente. Già stava per sfiorarla, quando Hishah gli disse seccamente all’orecchio, con voce sibilante:

«Signore! Hai forse dimenticato il Velo, il cui contatto significa morte?»

Carse indietreggiò. Una tremenda ondata di paura gli percorse il corpo e la mente, e nello stesso istante egli si rese conto di avere commesso un gravissimo errore.

Si affrettò a dire:

«Certo che non l’ho dimenticato!»

«No, Signore,» mormorò Hishah. «Come potevi, infatti, avere dimenticato, quando sei stato tu a insegnarci il segreto del Velo che distorce lo spazio e protegge Caer Dhu da qualsiasi forza?»

Ora Carse capiva che quella rete scintillante doveva essere una barriera difensiva di energia, di una energia così potente da stabilire una tensione, nel tessuto stesso dello spazio, nella quale nulla poteva penetrare.

Pareva incredibile. Eppure, la scienza dei Quiru era stata grande, e Rhiannon ne aveva insegnato alcuni segreti ai remoti antenati di quei Dhuviani.

«Sì, infatti, come avresti potuto dimenticare, proprio tu?» ripeté Hishah.

Non c’era la più lieve ombra d’ironia nelle sue parole, eppure Carse intuì che c’era qualcosa di beffardo, in esse… qualcosa di sottilmente celato, e che pure la sua mente riusciva a capire.

Il Dhuviano fece un passo avanti, e sollevò le braccia, facendo evidentemente un segnale a qualche guardiano che doveva trovarsi all’interno della mura. La luminescenza del Velo impallidì e scomparve, al di sopra del sentiero, lasciando libero un passaggio per loro.