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La confusione si fece indescrivibile quando arrivarono le mamme, urlanti e scapigliate, come se dovessero salvare i loro figli da un incendio o dal terremoto.

- Carletto! Roberto! Pinuccia! Angela! Andrea!

Strilli, richiami, esclamazioni disperate. E poi, plaff, plaff, cominciarono a volare i primi scapaccioni, via via che una mamma riconosceva il suo rampollo, coperto di crema dalla testa ai piedi.

La sora Cecilia, che andava in cerca di Paolo, capitò invece su Rita e se la strinse al petto così forte che si sentirono scricchiolare le ossa.

- Figlia mia, bellezza mia! Ma tu non eri all'ospedale?

- Sì che c'ero, guarda, - rispose Rita, additando i pigiama, le vestaglie e le camicie da notte macchiate di cioccolata e di zabajone che la circondavano.

- Buongiorno, signora, - disse educatamente Lucrezia. - Vuole un po' di torta?

- Mangia, mamma, - la esortò anche Rita. - Ti giuro che non è avvelenata. Ti ho detto mai le bugie, io?

La sora Cecilia, con qualche esitazione, annusò il pezzo di torta che le veniva offerto, e siccome era una buona massaia, e di dolci se ne intendeva, non poté fare a meno di lodare il profumo. Dopo l'approvazione dell'olfatto e della vista, venne quella del gusto.

- Toh, ma è proprio al bacio. Chi l'avrà fatta?

Insomma, anche la sora Cecilia cominciò a sgranocchiare di gusto... E lo stesso facevano ormai, tutt'intorno, migliaia di madri, tra gli applausi dei figlioletti che avevano subito dimenticato, come al solito, gli scapaccioni.

- E Paolo? Dov'è Paolo? - domandò la sora Cecilia.

Ecco anche Paolo. Era forse il solo che non mangiava. Sazio e felice si aggirava per la torta, dando la mano al professor Zeta.

- Mamma!

- Paolo, gioia mia!

- Questo è il professore che ha fatto la torta.

- Buon appetito, signora.

- Complimenti, professore, complimenti davvero. La sua torta è un capolavoro.

Il professor Zeta cominciava ormai anche lui a pensare la stessa cosa. La visione di quelle migliaia di bambini e di mamme che merendavano beatamente, all'ultima luce del giorno, gli metteva le lagrime agli occhi. Nessun esperimento riuscito gli aveva dato la felicità che gli stava procurando quell'esperimento sbagliato. E' proprio vero che qualche volta sbagliando si impara.

Calava lentamente la sera. Già un gruppetto, un altro, un altro ancora, si avviavano verso la discesa. Quasi tutti portavano grossi pezzi di torta sotto il braccio: le donne avevano pensato al marito, i bambini ai nonni, ai cani, ai gatti, ai canarini di casa. La torta non aveva più forma, ormai. La sua circonferenza si era rapidamente ritirata verso il centro, poi anche dal centro il vuoto si era fatto largo. Restavano qua e là isolotti di cioccolata, mucchietti di marzapane, laghetti di liquore.

- Prendete, prendete, - raccomandava il professor Zeta, - portate via tutto, non fatemi torto.

Ed ecco che ora venivano su dalla collina i soldati, i pompieri, i vigili urbani, i poliziotti, a prendersi la loro parte, dopo che le donne avevano mostrato e fatto assaggiare loro il tesoro che si portavano a casa.

- Avanti figlioli, - gridava il professor Zeta, - avanti c'è torta! Laggiù ne sono rimasti dei buoni quintali! Avanti, signor generale, prego, s'accomodi. Le spiegherò tutto dopo, adesso pensi alla sua signora e ai suoi bambini.

Ma questa raccomandazione era superflua: la signora e i bambini del generale si trovavano già sul posto da quel dì, e l'incontro col marito e padre fu dei più festosi.

Insomma, ce ne fu per tutti, tranne che per il professor Rossi e il professor Terenzio, che stavano all'ospedale a curarsi la paura.

Ce ne fu un grosso pezzo anche per il sor Meletti, quando la sora Cecilia, Rita e Paolo andarono a liberarlo.

Ce ne fu un pezzetto anche per me, che arrivai per ultimo, in tempo però per farmi raccontare per filo e per segno com'erano andate le cose.

E ce ne sarà per tutti, un giorno o l'altro, quando si faranno le torte al posto delle bombe.