- Bando alle chiacchiere, - disse il professor Rossi. - Si proceda all'esperimento.
Un silenzio angoscioso seguì queste parole. Trattenendo il fiato i presenti osservarono i due scienziati che, pallidi come cadaveri, guardandosi fissamente negli occhi, si preparavano a inghiottire due minuscoli dadi della misteriosa materia.
- Generale, - disse il professor Rossi, spiccando solennemente le parole, - prenda nota di quanto potrà accadere da questo istante. Forse dal nostro esperimento dipende la salvezza dell'umanità. La presenza sul nostro pianeta di invasori spaziali, a mio giudizio, è un pericolo maggiore anche dello scoppio della bomba atomica. E' con piena coscienza di questo pericolo, in pieno possesso delle mie facoltà mentali che io...
Insomma, il professor Rossi fece un bel discorsetto, e la tirava tanto in lungo che i presenti cominciarono a domandarsi segretamente: - Lo manda giù o no?
Poi toccò al professor Terenzio prendere la parola. Egli parlò del sistema solare e del cosmo, nominò Dante, Galileo, Copernico e Newton, accennò di passaggio alla differenza che passa tra l'uomo delle caverne e il professor Einstein, insomma disse cose memorabili, che vennero tutte accuratamente registrate su un magnetofono, perché non ne andasse perduta una sillaba.
Ma di nuovo i presenti furono costretti a domandarsi:
- Mangiano o non mangiano?
Forse i due scienziati si aspettavano che il generale facesse a sua volta un discorsetto di circostanza, ma il generale rimase zitto.
I due scienziati si fissarono come due spadaccini al momento culminante di un duello all'ultimo sangue e si misero in bocca il cioccolato, appoggiandolo con eroica precauzione sulla punta della lingua.
Ritirarono la lingua.
Masticarono.
Deglutirono.
Rimasero lì immobili come due busti ai giardini pubblici, per qualche attimo. Poi una smorfia si disegnò sul volto del professor Rossi. Un'altra smorfia, come da uno specchio, le rispose dal volto del professor Terenzio.
- E' cattivo? - domandò il sor Meletti, senza il minimo senso della solennità del momento.
Tutti lo zittirono con indignazione.
- Cafone, - mormorò, a parte, il generale. Poi, rivolto ai due scienziati:
- Ebbene, signori? Siamo in attesa.
- Provo, - balbettò il professor Rossi, - un certo senso di soffocazione.
- Io soffoco del tutto... - emise il professor Terenzio.
- Forse... forse è... - disse il primo.
- Veleno! - finì il secondo.
- Presto! - ordinò il generale, - a me un'autoambulanza! Bisogna portarli d'urgenza al più vicino ospedale!
- Aiuto! - gridò il sor Meletti. - Rita! Rituccia mia! Paolo! Bisogna portare all'ospedale anche loro! Presto per carità!
Il professor Rossi e il professor Terenzio, ormai, si torcevano come in preda a terribili dolori, si slacciavano il colletto con mani febbrili, si aggrappavano al generale, al colonnello, a tutti i presenti.
- Ecco, - gridò qualcuno, - ecco quello che succede quando si ha paura di ricorrere al cannone!
Ma la confusione, nella stanza, era tale che non è possibile sapere con precisione chi sia stato l'autore della storica frase.
Il professor Zeta
Mentre le autoambulanze portavano all'ospedale, tra un impressionante ulular di sirene, i due scienziati che si lamentavano pietosamente e Rita che protestava, invece, di sentirsi benissimo, Paolo si aggirava inquieto e malinconico per i campi, dove si era rifugiato per evitare guai.
Che mattinata noiosa, era stata la sua... In una vecchia cava abbandonata aveva tentato di far passare il tempo dando la caccia alle lucertole. Ma quell'occupazione, che gli pareva tanto divertente quando gli capitava di salare la scuola, gli era sembrata noiosissima. Da mangiare non aveva trovato nulla, ma a dire la verità, dopo la scorpacciata del giorno prima, non ne sentiva nemmeno il bisogno. All'udire in lontananza le sirene, pensò che fosse mezzogiorno. I suoi passi, obbedendo meccanicamente a quel segnale, lo riportarono verso il Trullo. Intanto, però, non cessava di rigirarsi nella mente l'avventura vissuta nella torta.
"Abbiamo avuto troppa fretta di scappare, - si diceva, - quel misterioso signor Geppetto, o come diavolo si chiama, non aveva per niente l'aria minacciosa. E non aveva nemmeno l'aria di un marziano. Potrei giurare di averlo visto sorridere, nel momento in cui gli voltavo la schiena".
Attraversò le strade con un po' di batticuore, nel timore che lo stessero cercando. Un compagno di scuola chiamò da un cortile:
- Non ti sei fatto vedere in tutto il giorno. Che, eri malato?
- Sì, - rispose pronto, - ma adesso sono guarito.
E tra sé concluse: "Dunque nessuno sa nulla. Basta che non incontri papà".
Si ritrovò fra i pompieri di cui aveva attraversato lo sbarramento, la sera prima, per ben due volte.
"Non c'è due senza tre, - pensò.
- Ma stavolta non sarà tanto facile".
In cima alla collina la torta non dava segno di vita. Un pompiere, interrogato da Paolo, disse che secondo lui l'ordine di assalto poteva giungere da un momento all'altro.
- Prima, naturalmente, suonerà l'allarme. Tutti i civili dovranno ritirarsi.
- Che, volete fare la doccia ai marziani? - domandò Paolo, sornione.
- La doccia la faccio a te se non giri al largo, - rispose il pompiere.
In quel momento, con un festoso latrato, comparve da chissà dove il cane della famiglia Meletti.
- Zorro! - esclamò allegramente Paolo, accarezzandolo, - dove ti eri cacciato, eh, vagabondo?
Zorro scodinzolò beato.
- Vuoi tornare lassù, eh? - mormorava Paolo, grattandogli le orecchie. - Aspetta, ora vediamo come si fa.
L'idea gli venne quando lo sguardo gli cadde su un sasso che se ne stava lì, mezzo interrato, come se qualcuno ce l'avesse messo apposta. Paolo raccattò il sasso, sorridendo dentro di sé. Aspettò che il pompiere guardasse dall'altra parte e scagliò il sasso su per la collina, con tutta la sua forza. Senza esitare, obbedendo al vecchio gioco, Zorro si precipitò in direzione del sasso, per riportarlo al padrone. Ma non era questo, che Paolo voleva. Appena il cane ebbe passato, con un guizzo, lo sbarramento, Paolo si lanciò a rincorrerlo gridando: - Aiuto, aiuto! Il mio cane! Non voglio che lo prendano i marziani! Argo, Argo!
- Vieni qua, torna indietro! - gridavano i pompieri. - Torna indietro, stupido. Vuoi rischiare la vita per un cane? Ma guarda se non è matto quel bambino. Torna indietro!
Ma Paolo pareva non avere orecchie. E Zorro, che già stava tornando verso di lui col sasso in bocca, si voltò a sua volta e corse in su, abbaiando come se avesse capito di che gioco si trattava.
- Ragazzino, torna indietro! E' pericoloso! - gridavano i pompieri. Le loro grida avevano attirato in quel punto una piccola folla.
- E' il figlio del sor Meletti, - esclamò un bambino. - Guardate, c'è qualcuno lassù!
- Il marziano! Il marziano!
- Ha rapito Paolo, guardate! Se l'è portato dentro nell'astronave!
Paolo aveva visto all'ultimo momento brillare gli occhiali del misterioso signor Geppetto, all'ingresso della galleria che lui e Rita avevano scavato nella torta. La paura lo aveva fatto vacillare per un secondo.
"Ma se sono venuto apposta per sapere chi è!" rifletté furiosamente.
Comunque fu il misterioso personaggio a decidere per lui: sporse un braccio, afferrò Paolo per la giacchetta e lo tirò dentro la galleria, scalciando per tener lontano il cane che gli si era attaccato a una gamba.
- Quek querequek perebrok! - lo sentiva borbottare Paolo, nella sua strana lingua.
- Fermo, Zorro! Sta' buono, - ordinò Paolo. Qualcosa gli diceva che poteva fidarsi di quell'ometto e delle sue intenzioni.
- Buono? Buono? - borbottò il "signor Geppetto". - Ma questo è italiano. Siamo in Italia, allora? Fa' tacere quel cane, ragazzo, e parla tu.