Tom è puntuale come sempre e quindi non devo aspettare molto. Il viaggio fino al parco mi ha turbato, perché Tom e Lucia hanno di nuovo bisticciato. Anche se Tom dice che non c’è da preoccuparsene, io me ne preoccupo e ho l’impressione che il loro disaccordo sia in qualche modo colpa mia; però non so come o perché.
Arrivati al parco, Tom parcheggia sull’erba. Ci sono parecchie altre macchine e io ne conto i colori e i tipi. La maggior parte della gente porta costumi, e tutti sono strani come il mio o peggio. Un uomo porta un grande cappello piatto tutto coperto di piume. Vorrei contare i colori, ma i costumi ne hanno troppi. Mi piacciono i mantelli che sono di un colore fuori e di un altro all’interno. Quando si muovono danno l’impressione di una girandola.
Subito andiamo a un tavolo dove una donna con un abito lungo registra i nostri nomi e ci dà piccoli dischi di metallo con un buco nel mezzo. Lucia tira fuori di tasca un nastrino verde e me lo dà. — Infilalo in questo — dice — e appenditelo al collo. — Poi Tom mi conduce a un altro tavolo dove un uomo con calzoncini rigonfi controlla il mio nome su un’altra lista.
— Il tuo turno è alle dieci e un quarto — dice. — Il cartellone è lì. — Indica una tenda a righe gialle e verdi.
Il cartellone è composto di grossi pezzi di cartone tenuti insieme da nastro adesivo, con righe per scriverci i nomi, solo che per la maggior parte non c’è scritto niente. Solo le righe di sinistra sono tutte riempite e lì trovo il mio nome e quello del mio primo avversario.
— Adesso sono le nove e mezza — dice Tom. — Diamo un’occhiata in giro e poi troviamo un posto dove fare qualche esercizio.
Allorché arriva il mio turno ed entro nella pedana, ho il cuore che mi batte e le mani che tremano. Non so cosa sto facendo lì. Non dovrei esserci, non ne conosco lo schema. Intanto il mio avversario attacca e io paro. Non è una buona parata, sono stato troppo lento, ma lui non mi ha toccato. Tiro un respiro profondo e mi concentro sui movimenti dell’altro, sui suoi schemi.
Lo tocco un paio di volte, però lui non sembra accorgersene. Ne sono sorpreso, ma Tom mi ha detto che certe volte una persona non si accorge di un tocco, forse perché è troppo eccitata, specialmente se è al suo primo incontro. Perciò, mi ha detto Tom, è importante che io colpisca con fermezza. Ci riprovo, e siccome questa volta il mio avversario mi si stava avventando addosso, lo colpisco con troppa forza. Lui ci rimane male e parla con l’arbitro, ma questi dice che è colpa sua perché il suo attacco era troppo precipitoso.
Alla fine succede che ho vinto l’incontro. Sono senza fiato, e non solo per il combattimento. Mi sento strano, leggero, ma non della leggerezza che provo quando sono vicino a Marjory. È perché mi sono battuto con una persona che non conoscevo o perché ho vinto?
Tom mi stringe la mano. Ha la faccia lucida e la voce entusiasta. — Ce l’hai fatta, Lou. Sei stato bravissimo…
— Sì, sei stato bravo — lo interrompe Don. — E sei anche stato piuttosto fortunato. Devi stare attento alle parate di terza, Lou. Avevo già notato che non le usi abbastanza di frequente, e quando lo fai è come se telegrafassi le tue intenzioni in anticipo…
— Don… — dice Tom, ma Don continua.
— … e quando qualcuno si butta alla carica non dovresti lasciarti sorprendere…
— Don, Lou ha vinto. Ed è stato molto bravo, perciò smettila. — Tom ha la fronte aggrottata.
— Sì, sì, lo so che ha vinto, ha avuto fortuna al primo incontro, ma se vuol continuare a vincere…
— Don, va’ a prenderci qualcosa da bere. — Adesso Tom sembra irritato.
Don batte le palpebre, stupito, tuttavia prende i soldi che Tom gli porge. — Oh… va bene. Torno subito.
Non mi sento più leggero, ma pesantissimo. Ho fatto troppi errori.
Tom mi sorride. — Lou, il tuo è stato uno dei migliori primi combattimenti che io abbia mai visti — dice. Credo voglia farmi dimenticare ciò che ha detto Don, ma io lo ricordo. Don è mio amico e stava cercando di aiutarmi.
— Io… non ho fatto quello che tu mi avevi detto di fare. Mi avevi detto di attaccare subito…
— Quello che hai fatto ha funzionato: questa è l’unità di misura qui.
— Sì, ma se avessi fatto ciò che mi avevi consigliato…
— Lou, stammi a sentire. Sei stato molto, molto bravo. Perciò hai vinto. E se il tuo avversario avesse accusato i colpi ricevuti onestamente, avresti vinto molto prima.
— Ma Don ha detto…
Tom scuote la testa. — Dimentica quello che ha detto Don. La prima volta che Don partecipò a un torneo, perse la testa al primo incontro. Completamente. Poi si afflisse tanto per aver perso che non combinò più nulla per tutto il resto del torneo, non partecipò nemmeno al girone di ritorno per i perdenti…
— Bene, grazie tante! — esclama Don. È ritornato con tre barattoli di acqua minerale; ne lascia cadere a terra due. — Credevo che ci tenessi davvero a non urtare i sentimenti altrui… — Se ne va con il terzo barattolo. Vedo che è molto arrabbiato.
Tom sospira. — Be’… peccato. Ma non ti preoccupare, Lou. Sei stato bravo. Probabilmente oggi non vincerai… i novellini non vincono mai, tuttavia hai dimostrato padronanza di te stesso e notevole abilità, e io sono fiero che tu faccia parte del nostro gruppo.
— Don però è andato in collera — dico, seguendo con gli occhi Don che si allontana. Penso che Tom non avrebbe dovuto parlarmi in quel modo del suo primo torneo. Tom raccoglie i barattoli e me ne offre uno. Beviamo.
— Sì, ma Don… è Don — dice Tom. — È una cosa che fa sempre, l’hai visto. — Non sono certo di sapere quello che Tom vuol dire: che Don parla alla gente degli errori che ha commessi o che va in collera facilmente?
— Io credo che lui stia cercando di essermi amico e di aiutarmi — rispondo. — Anche se a lui piace Marjory, e piace anche a me. Don probabilmente vorrebbe piacerle, mentre lei pensa che lui sia una vipera.
A Tom l’acqua va di traverso e lo fa tossire. Quando si è ripreso chiede: — A te piace Marjory? Nel senso che ti è simpatica o qualcosa di più?
— Mi piace moltissimo — dico. — Vorrei… — Ma non posso dire a voce alta ciò che vorrei.
— Marjory ha avuto una brutta esperienza con un uomo che somigliava a Don — spiega Tom. — Don spesso si comporta come si comportava lui e naturalmente a Marjory questo non va. È naturale perciò che preferisca te.
— Marjory mi ha raccontato che una volta Don ha detto qualcosa di poco gentile su di me.
— E questo ti ha irritato? — domanda Tom.
— No… a volte le persone parlano così perché non capiscono. I miei genitori me lo dicevano sempre. Io credo che Don spesso non capisca.
Tom beve un lungo sorso della sua acqua. Sulla pedana è cominciato un altro incontro; noi ci allontaniamo. — Quello che dobbiamo fare adesso — dice Tom — è andare a far registrare la tua vittoria. Poi dovrai prepararti per il prossimo incontro.
All’idea del prossimo incontro mi rendo conto di essere stanco e di sentire i lividi dove il mio avversario mi ha colpito. Vorrei andare a casa e ripensare a tutto ciò che è accaduto, ma c’è ancora da combattere e Tom vuole che io rimanga e finisca il torneo.
7
Mi sto battendo contro il mio secondo avversario. Questo secondo incontro è tutto diverso dal primo, perché non è a sorpresa. L’uomo prima portava un cappello simile a una pizza con piume; adesso porta una maschera che sul davanti è trasparente invece di avere un reticolato metallico. Quel tipo di maschera costa molto. Tom mi ha detto che il mio avversario è molto bravo ma onesto: riconoscerà sempre i colpi ricevuti. Vedo chiaramente la sua espressione: sembra quasi sonnolento, ha le palpebre calate sugli occhi azzurri.