— Purtroppo dobbiamo ripartire — dice Tom.
— Allora… eccola qui. — Mi consegna il sacchetto, che mi sembra di pelle autentica. — E buona fortuna per la prossima volta.
— Grazie — dico.
Non so se deve aprire il sacchetto, ma Tom dice: — Vediamo… — e allora tiro fuori la medaglia. È un pezzo di metallo rotondo con una spada in rilievo e un buco accanto all’orlo. La ripongo nel sacchetto.
Durante la strada verso casa ricostruisco ciascun incontro nella mia mente. Posso ricordarli in ogni dettaglio e riesco perfino a rivederli al rallentatore, specialmente quello con Gunther, così la prossima volta (mi sorprende sapere che ci sarà una prossima volta e che desidero ripetere ancora quell’esperienza) potrò far meglio contro di lui.
Comincio a capire perché Tom pensava che partecipare al torneo mi avrebbe fatto bene, in caso dovessi affrontare il signor Crenshaw. Sono andato in un posto dove nessuno mi conosceva e ho gareggiato come una persona normale. Non c’era bisogno che vincessi il torneo per rendermi conto di aver ottenuto un buon risultato.
Appena a casa, mi tolgo gli abiti che Lucia mi ha prestato: sono bagnati di sudore. Lei mi ha detto di non lavarli, perché hanno bisogno di un trattamento speciale; devo invece appenderli ad asciugare e riportarli da loro mercoledì, quando andrò di nuovo a lezione. Non mi piace l’odore che hanno, preferirei ridarli indietro stasera o domani, ma Lucia ha detto mercoledì. Così li appendo allo schienale del divano in salotto e vado a fare la doccia.
L’acqua calda mi è particolarmente gradita. Ho addosso qualche segno blu: lividi lasciati da qualcuno dei colpi che ho subito. Dopo indosso la tuta più morbida che ho. Ho un gran sonno, ma prima devo vedere se i miei compagni mi hanno mandato qualche notizia della loro riunione.
Ho ricevuto e-mail sia da Cameron che da Bailey. Cameron dice che hanno parlato ma non hanno preso nessuna decisione. Bailey dice che alla riunione hanno partecipato tutti tranne me e Linda, e che hanno chiesto a uno dei consulenti del Centro quali fossero le regole sulla sperimentazione umana. Il consulente se ne informerà.
Vado a letto presto.
Lunedì e martedì non abbiamo ulteriori notizie dal signor Crenshaw o dall’azienda. Forse quelli che dovrebbero somministrare il trattamento non sono pronti a provarlo sugli esseri umani, o forse il signor Crenshaw non è ancora riuscito a persuaderli. Vorrei saperne di più: mi sento come mi sentivo al torneo prima che iniziasse il primo incontro. La non conoscenza decisamente sembra più rapida della conoscenza.
Vado a rileggere l’articolo di giornale che mi hanno mandato per e-mail, ma continuo a non capire la maggior parte dei termini tecnici. Anche cercandone la definizione, non capisco quali effetti abbia il trattamento e come faccia a ottenerli. Dopo tutto non sono obbligato a comprendere certi argomenti, non rientrano nel mio campo.
Ma qui si tratta del mio cervello e della mia vita, perciò voglio capire. Quando cominciai a tirare di scherma, non capivo nemmeno quella. Non sapevo perché dovessi tenere il fioretto in un certo modo o perché dovessi disporre i piedi in maniera che formassero un angolo retto; non conoscevo nessuno dei termini tecnici, non sapevo come si eseguivano le mosse. Non mi aspettavo di diventare un bravo schermidore, pensavo che il mio autismo me lo avrebbe impedito, e da principio è stato proprio così. Adesso invece ho partecipato a un torneo e mi sono battuto contro persone normali. Non ho vinto, ma sono stato il più bravo tra i principianti.
Forse anche a proposito del cervello posso imparare più di quel che conosco adesso. Non so se ne avrò il tempo, ma ci proverò.
Mercoledì riporto il costume a Lucia. Lei lo prende e io vado nella stanza dove si trovano i nostri equipaggiamenti. Tom è già in cortile e io lo raggiungo. Fa freddo ma non c’è un alito di vento. Tom sta facendo gli stiramenti e io lo imito. Domenica e lunedì ero tutto irrigidito, ma adesso mi sono sciolto e uno solo dei lividi fa ancora male.
Arriva Marjory.
— Stavo raccontando a Marjory come sei stato bravo al torneo — spiega Lucia dietro di lei. Marjory mi sorride.
— Non ho vinto, però — dico. — E ho commesso degli errori.
— Hai vinto due incontri e la medaglia dei principianti — ribatte Lucia. — Non hai commesso poi tanti errori.
— Simon è rimasto sbalordito — dice Tom. Adesso si è seduto e sta ripassando la lama della sua spada con la carta vetrata per eliminare eventuali intaccature. Io tasto la mia, ma non ci trovo nulla. — Parlo dell’arbitro, sai: ci conosciamo da anni. Lo ha colpito specialmente il modo in cui ti sei comportato quando quel tizio non ha riconosciuto di essere stato colpito.
— Ma tu mi avevi detto di comportarmi così — dico.
— Be’, sai, non succede spesso che i miei allievi seguano tutti i miei consigli — spiega Tom. — E dimmi, adesso che è passato qualche giorno, ti è piaciuto il torneo?
— Sì, in alcune parti mi è piaciuto molto. — Era un piacere, in effetti, ma anche una sfida: solo che non so descrivere questo miscuglio di sentimenti. — Certe volte provo piacere a fare cose nuove — dico.
Qualcuno sta aprendo la porticina: è Don. Di colpo sento una certa tensione in cortile.
— Ciao — saluta lui seccamente.
Io gli sorrido, ma lui non ricambia.
— Ciao, Don — dice Tom.
Lucia tace e Marjory lo saluta con un cenno.
— Prendo solo le mie cose — spiega lui, ed entra in casa.
Lucia lancia un’occhiata a Tom che si stringe nelle spalle. Marjory mi si avvicina.
— Vuoi fare un incontro? — chiede. — Stasera posso trattenermi poco. Ho da lavorare.
— Certo — dico io. Mi sento di nuovo leggero.
Adesso che mi sono battuto al torneo, mi sento molto rilassato a battermi qui. Non penso a Don, penso solo a Marjory. Di nuovo mi pervade la sensazione che toccare la sua lama somigli molto a toccare lei: che attraverso l’acciaio io possa sentire i suoi movimenti, perfino i suoi stati d’animo. Vorrei che l’incontro si prolungasse, perciò rallento un poco, non cerco di mettere a segno colpi, in modo da continuare così il più possibile.
Finalmente lei fa un passo indietro; ha il respiro affannoso. — È stato divertente, Lou, ma non ce la faccio più. Devo riprender fiato.
— Grazie — dico.
Ci sediamo l’uno a fianco dell’altro: siamo affannati tutti e due. Io accordo il ritmo del mio respiro al suo e mi sento più leggero che mai.
Don esce da casa portando le sue armi in una mano e la maschera nell’altra. Mi lancia un’occhiataccia e se ne va con passo rigido e affrettato. Tom esce di casa anche lui e allarga le braccia stringendosi nelle spalle.
— Ho cercato di farlo ragionare — dice a Lucia. — Lui si ostina a credere che io lo abbia insultato a bella posta, al torneo. Inoltre si è piazzato al ventesimo posto, parecchio dopo Lou. Anche questo è avvenuto per colpa mia, così adesso andrà a prendere lezioni da Gunther.
— Oh, non durerà — commenta Lucia allungando le gambe. — Don non sopporterà la disciplina.
— Si è offeso per causa mia? — domando.
— Si è offeso perché il mondo non accetta di adeguarsi supinamente ai suoi capricci — dice Tom. — Tra un paio di settimane Don sarà di nuovo qui, vedrai, facendo finta che non sia avvenuto niente.
— E tu lo riprenderai? — chiede Lucia con una certa asprezza.
Di nuovo Tom si stringe nelle spalle. — Se si comporterà bene, sì. Capita che le persone crescano, Lucia.
— Alcune di loro certo crescono, ma storte — ribatte lei.
Arrivano Max, Susan, Cindy e gli altri, tutti insieme, e tutti parlano con me. Non li ho visti al torneo, ma loro mi hanno visto. Mi sento imbarazzato per non averli notati, ma Max mi spiega la situazione.