Stento ad addormentarmi, anche se sono così stanco, o forse proprio a causa di questo. Mi fanno male le gambe e la schiena. Continuo a pensare di udire rumori e a svegliarmi di soprassalto. Infine metto di nuovo la mia musica, Bach stavolta, e finalmente mi addormento cullato dalla sua armonia.
Al mattino faccio colazione, mi preparo il pranzo ed esco. Per le scale incontro Danny.
— A mezzogiorno farò sostituire le gomme tagliate — gli dico. — Ti restituirò la ruota di scorta stasera.
— Non c’è fretta — risponde. — Oggi non userò la macchina.
Io però gli restituirò la ruota ugualmente, perché non la voglio sulla mia auto. È una stonatura perché non è la mia.
Arrivo al lavoro con cinque minuti di anticipo e trovo nell’atrio il signor Crenshaw e il signor Aldrin che parlano. Il signor Crenshaw mi guarda. Ha gli occhi lucidi e duri. Non mi piace guardarli, ma non abbasso i miei.
— Niente gomme a terra oggi, Arrendale?
— No, signor Crenshaw — dico.
— La polizia ha poi trovato quel vandalo?
— Non lo so. — Vorrei andare nel mio ufficio, ma c’è lui di mezzo e io dovrei spingerlo da parte. Questo non è educato.
— Chi è l’agente che si occupa del caso? — chiede il signor Crenshaw.
— Non ricordo il suo nome, ma ho scritte qui le sue specificazioni — dico tirando fuori di tasca il portafogli.
Il signor Crenshaw alza le spalle e scuote la testa. La sua fronte si è aggrottata. — Lascia stare — dice, poi si volge al signor Aldrin. — Vieni, andiamo nel mio ufficio a parlarne con comodo. — Si volta e il signor Aldrin lo segue. Adesso posso andare in ufficio.
Non so perché il signor Crenshaw abbia chiesto il nome del poliziotto e poi non abbia voluto guardare la carta che quello mi ha data. Vorrei chiedere al signor Aldrin di spiegarmelo, ma se n’è andato anche lui. Non so perché il signor Aldrin, che è una persona normale, segua dappertutto il signor Crenshaw in quel modo. Forse ne ha paura? Le persone normali possono avere paura l’una dell’altra? E se è così, che vantaggio c’è a essere normali?
Espello queste idee dalla mia mente per mettermi al lavoro.
A mezzogiorno porto le ruote in un’altra officina vicino al campus e le lascio per far sostituire le gomme danneggiate. Ho scritto di che tipo e di che dimensioni le voglio e porgo il biglietto all’impiegata dietro il banco. È una donna della mia età con capelli corti e neri; porta una camicetta avana con una targhetta ricamata in rosso che dice: SERVIZIO CLIENTI.
— Grazie — dice lei, e mi sorride. — Non sa quanta gente viene qui senza la minima idea di che tipo di gomme vuole e quanta confusione fa.
— Ma è facile scriverlo — dico.
— Già, ma loro non ci pensano. Vuole aspettare o ritornare dopo?
— Ritornerò dopo — rispondo. — Fino a che ora siete aperti?
— Fino alle nove, ma può tornare anche domani.
— Tornerò prima delle nove — dico. La donna fa passare la mia carta di credito nella macchinetta apposita e scrive sul buono d’ordine: "Pagamento anticipato".
— Ecco la sua copia — dice. — Non la dimentichi… per quanto, uno che è tanto furbo da scriversi il tipo di gomme che gli servono è certo anche abbastanza furbo da non perdere le ricevute.
Ritorno alla macchina sentendomi più sollevato. È facile ingannare la gente e far pensare loro che sono uguale agli altri in incontri di questo genere. Se poi all’altra persona piace parlare, come a quella donna, è ancora più agevole. Io non devo fare altro che dire poche frasi convenzionali, sorridere ed è fatta.
Il signor Crenshaw si trova di nuovo nel nostro atrio quando ritorno al campus, tre minuti prima della fine della pausa di un’ora per il pranzo. Gli si contrae il viso quando mi vede, non capisco perché. Si volta quasi subito e se ne va, senza parlarmi. Talvolta quando le persone non parlano è perché sono in collera, ma io non so cosa possa aver fatto per farlo irritare. Va bene che sono arrivato tardi due volte negli ultimi tempi, ma nessuna delle due volte per colpa mia. La prima volta non ho causato io l’incidente automobilistico, e la seconda volta non ho rovinato io le mie gomme.
È difficile concentrarmi nel lavoro.
Arrivo a casa alle 19.00 con le gomme nuove su tutt’e quattro le ruote e le ruote di scorta mia e di Danny nel portabagagli. Decido di fermarmi di nuovo accanto alla macchina di Danny, anche se non so se lui sia a casa. Se le due macchine sono vicine, sarà più facile trasferire la ruota di scorta dalla mia alla sua.
Busso alla sua porta. — Sì? — risponde la sua voce.
— Sono Lou Arrendale — dico. — Ho la tua ruota in auto.
Sento i suoi passi che si avvicinano alla porta. — Lou, te l’avevo detto, non c’era bisogno di tanta fretta. Tuttavia grazie. — Apre la porta. Sul pavimento del suo appartamento c’è la stessa moquette screziata di marrone, beige e ruggine che ho anche nel mio; io però l’ho coperta con qualcosa che non mi faccia male agli occhi. Danny ha un grande schermo TV grigio scuro; gli altoparlanti sono blu e sono scompagnati. Ha un divano marrone a quadratini più scuri: lo schema è regolare, ma non va d’accordo con la moquette. Una giovane donna è seduta sul divano. Porta un vestito a disegni gialli e verdi su fondo bianco, che stona sia con la moquette che con il divano. Danny la guarda. — Lyn, devo andare a prendere la mia ruota di scorta dalla macchina di Lou.
— Bene. — La donna sembra indifferente e guarda il tavolino basso. Mi chiedo se sia la ragazza di Danny.
Danny dice: — Lyn, questo è Lou che abita nell’appartamento sopra il mio. Ieri ha preso in prestito la mia ruota.
— Ciao — mi saluta lei guardandomi e subito riabbassando gli occhi.
— Ciao — rispondo io, e guardo Danny che va alla scrivania a prendere le chiavi della macchina. Il ripiano della scrivania è molto ordinato, con solo una cartella portacarte e un telefono.
Scendiamo e andiamo al parcheggio. Io apro il portabagagli della mia macchina e Danny prende la sua ruota. Apre il portabagagli della sua auto, la mette dentro e richiude.
— Grazie per l’aiuto — dico.
— Nessun problema — risponde lui. — Sono contento di averti potuto aiutare. E grazie per avermi riportato la ruota così presto.
— Oh, prego — dico. Non mi sembra giusto dire solo "prego" quando lui è stato tanto cortese con me, ma non so cos’altro dire.
Lui rimane a guardarmi per un po’ senza parlare, poi conclude: — Be’, ci vediamo — e se ne va. Naturale che ci vedremo, visto che abitiamo nella stessa casa. Ma forse quelle parole volevano dire che lui non desiderava rientrare nel palazzo insieme a me. Allora perché non l’ha detto chiaro e tondo, se era questo che voleva dire? Ritorno alla mia macchina e aspetto finché non sento il portone del palazzo aprirsi e chiudersi.
Se accettassi il trattamento, capirei tutte queste cose? Era forse a causa della donna nel suo appartamento? Se Marjory venisse a farmi visita, forse non vorrei che Danny tornasse a casa insieme a me? Non lo so. Certe volte il motivo per cui le persone normali fanno le cose mi sembra ovvio, ma altre volte non riesco proprio a capirlo.
Finalmente rientro anch’io in casa. Metto una musica calmante: i preludi di Chopin. Verso due tazze d’acqua in un pentolino e apro un pacchetto di pasta e verdura. Appena l’acqua bolle vi getto il contenuto del pacchetto e mescolo come dicono le istruzioni. Mi piace vedere le verdure agitarsi nell’acqua che bolle.
Talvolta però mi stancano queste verdure che si agitano stupidamente.
9
Tutti i venerdì faccio il bucato, così da avere libero il fine settimana. Ho due cestini per i panni, uno per quelli bianchi e uno per quelli colorati. Tolgo le lenzuola dal letto e la federa dal cuscino e le metto nel cestino della roba bianca. Gli asciugamani vanno nell’altro cestino. Mia madre adoperava due cestini di plastica celeste per dividere i panni; ne chiamava uno bianco e uno scuro, e questo non mi piaceva. Io uso un cestino di vimini verde scuro per i panni colorati e uno di vimini non tinto per i panni bianchi.