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Prendo l’esatto numero di spiccioli dalla scatola dove ripongo le monete, più uno di riserva in caso che uno di essi non faccia funzionare la macchina. Mi faceva andare in collera il fatto che una moneta perfettamente regolare non mettesse in funzione la macchina. Mia madre allora m’insegnò a prendere sempre una moneta in più. È inutile arrabbiarsi per cose da poco, mi diceva.

Mi metto in tasca le monete, ficco la scatola del detersivo nel cestino chiaro e lo metto sopra quello scuro. La luce dovrebbe sempre andare sopra al buio: è una questione di equilibrio.

Mi fisso in mente un preludio di Chopin e scendo in lavanderia, Come sempre il venerdì sera ci trovo solo la signorina Kimberly. È vecchia, con capelli grigi crespi; mi chiedo se pensi al trattamento per prolungare la vita o se sia troppo anziana per sottoporvisi. Porta calzoni di maglia leggera verde chiaro e una camicetta a fiori, il suo abbigliamento solito quando fa caldo.

— Buonasera, Lou — mi dice. Ha già completato il suo bucato e sta mettendo i panni lavati nell’asciugatrice di sinistra. Adopera sempre quella.

— Buonasera, signorina Kimberly — saluto io.

— Hai avuto una buona settimana? — chiede. Me lo domanda sempre, ma non so se le importa davvero che io abbia avuto o no una buona settimana.

— Mi hanno tagliato le gomme — dico.

Lei smette di infilare i panni nell’asciugatrice e mi guarda. — Qualcuno ti ha tagliato le gomme? Dove? Qui o al lavoro?

Non so perché questo faccia differenza. — Qui — dico. — Quando sono uscito giovedì mattina avevo tutt’e quattro le gomme a terra.

Lei sembra turbata. — Proprio qui nel nostro parcheggio? Io credevo che questo fosse un posto sicuro!

— È stata una grossa noia — dico. — E ho fatto tardi al lavoro.

— Ma… vandali! Qui! — Sul suo viso c’è un’espressione che prima non vi avevo mai vista: qualcosa come un misto di paura e di disgusto. Poi la signorina assume un’aria irritata e mi guarda come se avessi fatto qualcosa di male. Io distolgo gli occhi. — Dovrò trasferirmi — dice.

Non capisco: perché pensa di doversi trasferire a causa delle mie gomme tagliate? Nessuno potrebbe tagliare le sue perché non ne ha: non possiede un’automobile.

— Hai visto chi è stato? — domanda. Ha lasciato una parte dei suoi panni penzolanti dal bordo della macchina.

— No — dico. Prendo i panni bianchi dal loro cestino e li metto nella lavatrice di destra; poi aggiungo il detersivo, misurandolo con cura perché sarebbe uno spreco usarne troppo, ma d’altra parte le mie cose non verrebbero pulite se ne usassi troppo poco. Infilo le monete nella fessura, chiudo lo sportello, regolo la macchina per il lavaggio caldo, risciacquo freddo, ciclo regolare e premo il tasto START. Nella macchina si produce come un tonfo e l’acqua gorgoglia attraverso le valvole.

— È terribile — commenta la signorina Kimberly. Sta mettendo il resto della sua roba nell’asciugatrice e le tremano le mani. Io tolgo i panni colorati dal loro cestino e li metto nella lavatrice di mezzo. — Queste cose vanno bene per gente come te — dice lei.

— Cos’è che va bene per gente come me? — chiedo. La signorina non mi ha mai parlato così prima d’ora.

— Tu sei giovane e sei un uomo — spiega. — Non hai preoccupazioni.

Non capisco. Secondo il signor Crenshaw io non sono giovane: sono abbastanza vecchio da aver giudizio. E sono certo un uomo, ma non comprendo perché questo giustifichi il massacro delle mie gomme.

— Io non volevo che mi tagliassero le gomme — dico, parlando lentamente perché non so cos’ha in mente la signorina.

— Naturale che non lo volevi — mi tranquillizza lei in fretta. Di solito la sua pelle appare pallida e giallastra sotto il neon della lavanderia, ma adesso sulle sue guance sono apparse due macchie rosse. — Tu però non devi preoccuparti che qualcuno ti salti addosso. Uomini.

Guardo la signorina e non riesco a immaginare che qualcuno possa saltarle addosso. Ha i capelli grigi e abbastanza radi da far vedere il rosa del cranio, ha molte rughe e macchie scure sulle braccia. Vorrei chiederle se parla sul serio, ma so che è serissima. Non ride nemmeno di me quando faccio cadere qualcosa.

— Mi dispiace che lei sia preoccupata — dico versando detergente nella lavatrice piena di panni colorati. Infilo le monete nella fessura. La porta dell’asciugatrice si chiude con fragore: io l’avevo dimenticata del tutto nel cercare di comprendere le angosce della signorina Kimberly, così sobbalzo e una delle monete mi cade nella lavatrice. Adesso dovrò tirar fuori tutto per cercarla, e il detersivo si spargerà sulla macchina e sul pavimento. Sento un ronzio nella testa.

— Grazie, Lou — dice la signorina. La sua voce si è fatta più calma e più calda. Sono sorpreso: non mi aspettavo di aver detto la cosa giusta. — Cosa c’è che non va? — domanda mentre io comincio a togliere i panni dalla macchina, scuotendoli perché il detersivo vi ricada dentro.

— Ho fatto cadere una moneta nella macchina — dico.

Lei mi si sta avvicinando. Io non voglio che mi venga accanto. Porta un profumo troppo acuto e dolciastro.

— Lascia stare, usane un’altra. Poi tirerai fuori la moneta perfettamente pulita insieme ai panni — mi dice.

Rimango immobile un istante con i panni in mano. Posso lasciare la moneta nella macchina? Sì, ne ho un’altra in tasca. Lascio cadere la mia roba e tiro fuori la moneta. La infilo nella fessura, chiudo lo sportello, regolo la lavatrice e premo START. Di nuovo il tonfo e il gorgogliare dell’acqua. Mi sento strano. Credevo di capire la signorina Kimberly prima, quando era la solita vecchia signora che faceva il bucato il venerdì sera come me. Credevo di averla capita pochi minuti fa, almeno abbastanza da comprendere che era sconvolta per qualche ragione. Ma lei ha pensato a una soluzione del mio problema immediatamente, mentre io ritenevo che fosse ancora troppo turbata. Come ha fatto a immaginare la soluzione? È forse qualcosa che la gente normale fa abitualmente?

— È più facile fare così che togliere i panni — spiega lei. — In questo modo non sporchi nulla e poi non devi far la fatica di ripulire. Io porto sempre con me un po’ di monete extra a scanso di guai. — Fa una risatina malinconica. — Con l’avanzare dell’età, a volte le mani mi tremano. — Fa una pausa e mi guarda: mi rendo conto che aspetta qualcosa da me.

— Grazie — le dico.

Ho detto di nuovo la cosa giusta: lei mi sorride.

— Sei un caro ragazzo, Lou; mi dispiace per le tue gomme — dice, e guarda l’orologio. — Ho delle telefonate da fare. Tu resti qui? Badi all’asciugatrice?

— Rimango qui giù — dico — ma non in questa stanza, è troppo rumorosa. — Gliel’ho già detto altre volte, quando lei mi chiedeva di tener d’occhio la sua roba.

La signorina Kimberly esce e anch’io vado nell’atrio.

Il pavimento della lavanderia è di un brutto cemento grigio, un poco in discesa verso un grosso canale di scolo coperto posto sotto le macchine. Quello dell’atrio è di mattonelle, ognuna a righe in due toni di verde e beige. Ogni mattonella è un quadrato di trenta centimetri di lato; l’atrio è largo cinque quadrati e lungo quarantacinque quadrati e mezzo. La persona che ha disposto le mattonelle le ha messe in modo che le righe s’incrocino reciprocamente… cioè, ogni mattonella è disposta in modo che le sue righe formino un angolo di novanta gradi con le strisce della mattonella vicina. La maggior parte delle mattonelle sono messe nell’uno o nell’altro di due sensi, ma otto di esse sono disposte in senso capovolto rispetto alle altre.